La cambiale in rosso dei garibaldini
Episodi di eroismo e di abnegazione, di passione politica e di avventurismo del Risorgimento italiano. Storie di uomini e di donne che vissero e, spesso, morirono per i loro ideali di patria, d’indipendenza e di libertà. L’ultimo libro di Novelli getta luce su una galleria di figure minori ma nient’affatto secondarie relegate nell’ombra dalla vulgata ufficiale
«Quelli del Risorgimento non furono anni tristi, men che mai noiosi; anzi non ci sono nella nostra storia episodi più eroicamente festosi, concitati, coloriti, persino un poco matti», dei quali la gran massa degli italici di oggi ben poco conosce. Il Risorgimento è colmo di storie emozionanti, umanissime, commoventi, e di uomini e di donne che sperarono, soffrirono, patirono la galera, combatterono, vissero e, in molti casi, morirono, per la patria, l’indipendenza, la libertà, la giustizia, l’eguaglianza. Di loro si occupa il nuovo libro di Massimo Novelli (La cambiale dei Mille), che verrà presentato in anteprimagiovedì 24 marzo, ore 18, alla libreria Torre di Abele con lo storico ed ex assessore regionale alla Cultura Gianni Oliva.
In queste pagine rivivono episodi e personaggi a volte decisivi, a volte apparentemente minori, in taluni casi poco noti oppure venuti alla luce di recente. Un esempio tra tutti quello della cambiale, firmata dal titolare della Manifattura Lane Borgosesia, l’industriale Alessandro Antongini, che servì a finanziare la spedizione dei Mille, mettendo a repentaglio il futuro stesso della loro azienda. Tra i protagonisti il rivoluzionario conte Carlo Bianco di Saint Jorioz, il capitano e avventuriero Celso Cesare Moreno, il sergente Cirio. Senza dimenticare, che finanziò i Mille, la garibaldina Tonina Marinello e la conturbante contessa Maria Martini.
UN BRANO DEL LIBRO
La rivoluzione divampò ad Alessandria nella notte fra il 9 e il 10 marzo del 1821. Agli ordini del conte Isidoro Palma di Borgofranco e del tenente Giuseppe Garelli, i militari insorti, che appartenevano alla società segreta dei Federati, spalancarono i cancelli e i portoni della Cittadella per lasciare entrare i reparti degli altri congiurati, tra cui spiccavano quelli comandati da Luigi Baronis e dal conte Carlo Bianco di Saint Jorioz.
Non c’è da stupirsi per i bei nomi dell’aristocrazia del vecchio Piemonte coinvolti nell’insorgenza. Anche se quella scoppiata nella città-fortezza, adagiata lungo la pianura fra i corsi del Tanaro e della Bormida, fu una rivoluzione di militari e di borghesi, d’avvocati, di medici, di studenti, d’impresari di strade e persino d’orefici, nel resto del Piemonte, a Torino, pullulavano i conti e i baroni, in qualche caso anche i principi e i marchesi. Giovani gentiluomini, in massima parte, fior fiore della nobiltà sabauda, quasi tutti ufficiali e affiliati alle varie sette carbonare, che non ne potevano letteralmente più di Vittorio Emanuele I e dei suoi ministri parrucconi. Rimesso sul trono dopo la caduta di Napoleone, il re di Sardegna, che temeva le innovazioni come il timorato di Dio teme il diavolo, si era affrettato, al rientro a Torino, nel 1814, a far piazza pulita di quanto di buono Bonaparte aveva fatto, cassando i suoi codici e le altre sue innovazioni in campo amministrativo ed economico. Aveva perciò ripristinato le antiche leggi e le anacronistiche consuetudini regie, risalenti ai tempi beati di Vittorio Amedeo II, ridando da buon bigotto il controllo dell’istruzione al clero e bollando come sovversive persino le timide aperture nelle barriere doganali. Gli ebrei e i valdesi vennero nuovamente discriminati. Nel furore passatista si pensò addirittura di far abbattere un ponte sul Po, a Torino, perché era stato costruito durante il periodo napoleonico. Fortunatamente il re suggerì che, dopotutto, era solamente un ponte, e che serviva, innocente, alla bisogna: con disprezzo divertito, disse che avrebbe calpestato ciò che i francesi avevano fatto.
Massimo Novelli
La cambiale dei Mille
e altre storie del Risorgimento
Interlinea, Novara 2011,
pp. 320, € 14,00



















