Liberal tutti
Meno governo c’è, meglio è. Sembra un’eresia, ma da quando Tremonti si è convertito allo statalismo compassionevole urge ributtarsi nella lettura di Minogue e Murray. Per scoprire che con meno Stato vivremmo più felici
Non saremo mai grati abbastanza a Aldo Canovari per la sua preziosa opera di divulgazione della produzione liberale, liberista e libertaria, soprattutto di testi meno conosciuti al grande pubblico degli intellos nostrani ma non meno ragguardevoli, che svolge da oltre venticinque anni con la sua casa editrice, liberilibri di Macerata. Oggi che anche il liberalismo classico sembra travolto da spinte welfaristiche, statalistiche e dirigiste è indispensabile la lettura di The Liberal Mind, (La mente liberal, liberilibri, pp. XXXIV-286, euro 18,00), saggio fondamentale nella produzione di Kenneth Minogue, professore emerito di Scienze politiche alla London School of Economics e attuale presidente della Mont Pelerin Society , la celeberrima organizzazione internazionale di pensatori e studiosi liberali e liberisti fondata nel 1947 da Friedrich A. von Hayek insieme a Karl Popper, Ludwig von Mises, Milton Friedman e George Stigler.
La prima edizione londinese dell’opera risale al 1963, quella americana al 2001. A distanza di quasi mezzo secolo, il volume continua a rappresentare una delle analisi più acute della deriva del liberalismo classico verso un utopismo welfaristico compassionevole e statalista. Il liberalismo liberal, secondo Minogue, non ha fatto altro che consegnare nelle mani dei governi sempre più poteri, con la conseguenza negativa di aver prodotto una società costituita da individui sempre meno responsabili e meno liberi: più welfare e più Stato equivalgono a meno responsabilità e meno libertà. Nella prefazione a questa prima edizione italiana, lo stesso Minogue scrive che la mente liberal “è una forma di idealismo sentimentale che incoraggia la dipendenza dal governo e promuove l’autocommiserazione e l’obbedienza, piuttosto che virtù come la fiducia in se stessi”.
A questo punto occorre un antidoto, che non può che essere il celeberrimo saggio What It Means to Be a Libertariandi Charles Murray, uscito in America nel 1997 e anch’esso proposto da liberilibri (Cosa significa essere un libertario, pp. 230, euro 17,00). Quella di Murray è una visione che egli stesso definisce liberale, ma poiché oggi negli Stati Uniti il termine liberal viene attribuito alla politica di un governo esteso e allo Stato sociale, ecco che occorre usare il termine alternativo libertarian ma con l’iniziale minuscola, perché Libertarian con la maiuscola indica piuttosto una estremizzazione radicale e ideologica. L’autore affronta questioni storiche, filosofiche, politiche sociologiche, economiche e costituzionali sulla scia di quell’ala del pensiero liberale in attuale ascesa che tenta di conciliare gli imperativi della libertà umana con i ruoli indispensabili che la tradizione e le virtù classiche giocano nella società civile. Osservando come la società libera nella nazione americana sia in inesorabile discesa, senza pretese di predirne il futuro politico, ma senza neanche cadere nel pessimismo, Murray lascia aperta una possibilità di riforma e di cambiamento: “Il libertarismo è una visione di come le persone dovrebbero essere in grado di vivere la vita, in qualità di individui, impegnandosi a realizzare il meglio di se stesse, insieme, cooperando per il bene comune senza costrizione”.



















