Quel tesoro di partito
Finanziamenti pubblici, società, banche, sponsorizzazioni, sostegni occulti. È l’enorme zona grigia della rappresentanza. Perché, si sa, la democrazia costa. E a pagare sono i cittadini
«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. (…) Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire». Chi è quel campione dell’”antipolitica” e del qualunquismo che ha pronunciato una così severa requisitoria nei confronti di quelle libere associazioni di cittadini che, secondo la Costituzione, concorrono «con metodo democratico» a determinare la politica nazionale? Beppe Grillo? Nanni Moretti al tempo dei girotondi? No, si tratta di Enrico Berlinguer. La degenerazione del sistema – la vituperata partitocrazia - ha dato origine nei decenni a una ricca bibliografia. Dai partiti di impronta ideologica novecentesca ai partiti di massa, alle formazioni pocket e personali, persino la sperimentazione di organizzazioni “a tempo”, biodegradabili, liquidi o solidi. Mai come in questo frangente la rappresentanza democratica è finita sotto tiro, al punto più basso della scala di fiducia degli elettori.
A quelli che sono i veri padroni della cosa pubblica, a capo di veri e propri imperi economici, Paolo Bracalini del Giornale dedica un’approfondita ricognizione, scandagliando la provenienza, la destinazione e i meccanismi di utilizzo del denaro che gira intorno ai gruppi politici. Ne emerge un quadro allarmante e perfettamente bipartisan delle vicende finanziarie dei partiti. Ma come spendono questa montagna di soldi?
Cinquecento milioni di euro ai partiti per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 a oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno però aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media). Cinquecento milioni di euro ai partiti per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 a oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno però aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media).
E La Lega? La Lega ha speso 8 milioni per la campagna elettorale, ma da Roma (ladrona) ne incasserà quasi 25. L’Udc ha impegnato circa 6 milioni per far eleggere i suoi consiglieri regionali. Ma quanto incasserà Pier Ferdinando Casini per quella stessa elezione? Undici milioni di euro, quasi il doppio. Poi ci sono i partitini, che, sebbene debbano affrontare costi decisamente più bassi essendo a rimorchio delle coalizioni nelle campagne elettorali, incassano ugualmente un lauto rimborso pubblico. Il Partito dei pensionati riceverà cinque rate da 177 mila euro (885 mila complessivi) per le ultime regionali, a fronte di una spesa di 40 mila euro. I Verdi-Verdi, lista civetta (a questo proposito i Verdi, quelli originali, fecero ricorso al Tar) presente quasi solo in Piemonte, incasseranno 300 mila euro di rimborso elettorale. L’Alleanza di centro di Francesco Pionati dividerà con la Democrazia cristiana più di 550 mila euro. Anche Clemente Mastella, assente in Parlamento, si consola con i consigli regionali e i relativi rimborsi elettorali: 800 mila euro.
Paolo Bracalini
PARTITI S.p.A.
Come e perché i partiti sono diventati imperi finanziari
Ponte alle Grazie, Milano 2012, pp. 352, € 14,00



















