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“Sconfitti perché lontani dai bisogni della gente”

A sette mesi dal voto, Fassino riflette sulle cause della débâcle e mette sotto accusa il Pd. Sbagliata l'agenda politica, con al primo posto la riforma costituzionale. Ripartire dalle priorità: lavoro, welfare, immigrazione

“Il Partito Democratico deve rivedere la sua agenda politica che parta da quello che ci hanno detto con chiarezza i cittadini con il voto al referendum: a iniziare dal lavoro e proseguendo con temi come il welfare e l’immigrazione. Ma dobbiamo anche avere ben chiaro un concetto: nessuna politica può essere efficace se un partito non la sa far vivere quotidianamente nella società, se non ha radici forti nel territorio, se appare fragile o peggio ripiegato su se stesso”. Piero Fassino tra pochi giorni, forse addirittura ore, entrerà nella segreteria nazionale per occuparsi di questioni internazionali, ma in una breve conversazione telefonica con lo Spiffero torna a ragionare di vicende domestiche.

Domani saranno passati sette mesi esatti dalla sua sconfitta: il 19 giugno l’ultimo segretario dei Ds, battuto dalla grillina Chiara Appendino, incarnerà l’immagine più bruciante e imprevista (ma non da tutti) della disfatta del Pd alle amministrative. Il dopo, quello su come la sua avversaria abbia declinato e spesso rivoltato i temi della campagna elettorale da manichei a dorotei, è questione aperta e su cui magari rodersi il fegato, ma certamente non tale da far passare in secondo piano le ragioni del risultato. Rispetto alle quali l’ex sindaco non si è mai nascosto dietro un dito o cercato alibi di comodo. “Abbiamo sbagliato” lo aveva detto fin da subito. Ma riaffermarlo mesi dopo, quando il lutto politico è stato pressoché elaborato e le riflessioni subentrano alle emozioni ha un senso e un valore diversi. Per molti aspetti ancor più pesanti per chi, come ammette Fassino, ha sbagliato, anzi “abbiamo sbagliato l’agenda politica anche e soprattutto per le amministrative”.

Il referendum, certo: averne alzato il livello al massimo mentre si sapeva che avrebbe avuto un riflesso assai pesante sul voto amministrativo ha portato a una conseguenza inevitabile e altrettanto prevedibile. “Lo si è visto in maniera chiarissima soprattutto al ballottaggio”, dove il fronte del No, man mano più vasto e coalizzato, è stato cruciale e letale per il Pd a Torino, così come in altre città. Davanti a questo fronte, per giunta, il Pd “è apparso e tuttora appare a molti come una somma di correnti, ripiegato su se stesso, appunto”. Ecco perché a detta di Fassino “c’è bisogno di un partito attrattivo, presente, di cui i cittadini sentano il bisogno e l’utilità”.

Non è un attacco a Matteo Renzi, una presa di distanza dal segretario quella dell’uomo-politico (figura inscindibile in Fassino più che in altri) che ha incominciato a far politica coi calzoni corti ed è stato responsabile fabbriche del Pci in anni duri, traghettando infine gli eredi del Bottegone nella fusione (forse troppo a freddo) con i nipotini della Balena Bianca per dar vita al Pd. “Renzi ha riconosciuto onestamente di aver pensato che si potesse raccogliere attorno alle riforme costituzionali un consenso ampio, ma questo non corrisponde a quel che i cittadini pensano”, per questa ragione la road map che Fassino traccia parte inevitabilmente dalle risposte da dare alle domande “che ci sono arrivate e ci arrivano” e che il Pd non ha colto come avrebbe dovuto, specie da quei settori della società cui dovrebbe essere più attento e di cui è (o dovrebbe essere) il rappresentante.

Bisogni e interessi, la disgregazione dei tradizionali blocchi sociali, la crisi forse irreversibile dei corpi intermedi, l’onda mugghiante dell’antipolitica: titoli di una riflessione “lunga” che il “Lungo” ha sviluppato l’altra sera al termine di una direzione provinciale che ha mostrato la carestia intellettuale di un ceto politico incapace di analisi e, soprattutto, troppo preso dalle beghe di potere per delineare prospettive credibili e coinvolgenti.

Il voto premiante arrivato dai quartieri della borghesia subalpina e quello punitivo delle periferie, a Torino, è un’altra immagine dolorosamente bruciante per la maggior forza del centrosinistra. Questo non mette in discussione un assunto che Fassino ripete, ovvero “non rinunciare ad esser forza riformista e di cambiamento”  e nemmeno vellicare i bassi istinti e la pancia di un elettorato in balia delle sirene populiste e dello sciacallaggio demagogico. “Cambiare passo” questo sì.

Torna, anzi resta, sul nodo cruciale del lavoro, l’ex sindaco: “Tema che giustamente incombe e richiede risposte”, senza mettere in discussione il Jobs Act, ma “proseguire con un grande patto del lavoro con i giovani e dare risposte nel welfare a quei cittadini che non si sentono tutelati”. E poi le risorse, gli investimenti, lo sviluppo: questioni che da sindaco non ha mai posto in secondo piano, ma che non gli sono bastati per resistere alla spinta di quel cambiamento incarnato, sia pure poi con rapide contraddizioni (basti pensare alla crociata grillina contro il “Sistema Torino,” immediatamente diventato compagno di viaggio e per buona parte di esso solido sostegno della sindaca dopo la sua elezione) dalla sua avversaria. Magra consolazione per il Pd e per lo stesso Fassino vedere una continuazione dei progetti avviati e vituperati nello scontro elettorale.

Non un autodafé – impensabile per un politico con la sua storia – e men che meno un’abiura dei cinque anni trascorsi a Palazzo civico, ma una riflessione critica e a tratti persino “autocritica” è quella che Fassino ha elaborato in questi sette mesi dalla débâcle. Assumendosi le responsabilità, ma non eludendo quelle del suo partito, “che ha bisogno di essere ricostruito, superando quel deperimento politico e quella scarsa capacità organizzativa” che sono emersi in tutta la loro gravità, come ovvio, al momento del voto. “Serve una precisa direzione politica, una selezione della classe dirigente, candidati scelti non perché sono vicini a quel dirigente ma perché hanno competenza e sanno relazionarsi con i cittadini”. Temi, quelli che emergono dall’analisi di Fassino, che sembrano tesi congressuali, come si diceva un tempo. Certo, mancano alcuni passaggi non propriamente marginali, quale ad esempio sul ruolo esercitato da lui e dalla vecchia classe dirigente postcomunista nella formazione delle cosiddette power élite dell’ultimo ventennio e di come i due ex ragazzi di via Chiesa della Salute siano finiti per rappresentare, al di là della realtà, i campioni di un establishment sordo al cambiamento e chiuso al rinnovamento. Ci sarà tempo, forse. Per ora, come si conviene a una messa di trigesima va bene pure un sincero mea culpa.

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4 Commenti

  1. avatar-4
    19:24 Mercoledì 18 Gennaio 2017 dedocapellano Rispettoso del motto del Sociale "Ab alto ad altum".....ma solo in cm!

    Piero Fassino nasce nel 1949, si diploma all'Istituto Sociale scuola elitaria dei Gesuiti a Torino. Nel 1968, a 19 anni, si iscrive alla Federazione Giovanile Comunista e nel 1975 quando ha 26 anni viene eletto nelle file comuniste al consiglio comunale di Torino e da quel momento fino ad oggi prende vita la sua carriera politica che lo vede giocare diversi ruoli. Nel 1993 quando aveva 44 anni sposa Maria Serafini sua compagna di Camera dei Deputati. Nel 1998 alla età di 49 anni si laurea in Scienze Politiche ( prima fare e poi studiare.... se lo facessero i chirurghi!!) alla Università di Torino. Oggi che si sta avvicinando ai settant'anni consiglio a Fassino di cimentarsi in una attività che sino ad ora non ha mai avuto il previlegio di esercitare......... LAVORARE.

  2. avatar-4
    19:00 Mercoledì 18 Gennaio 2017 tandem Evidenze.....

    Evidentemente i calci sui denti aumentano la capacità di comprensione....

  3. avatar-4
    15:55 Mercoledì 18 Gennaio 2017 Bambù preciserei meglio:

    non la gente ma, bensì, il Sovrano Popolo composto per la maggior parte da persone normali e, per la minor parte, da quei quattro gatti della "borghesia" alta, media e bassa.

  4. avatar-4
    12:45 Mercoledì 18 Gennaio 2017 Damos Lode al prode Fassino

    Fassino si dimostra finalmente una persona intelligente e con il senso dell'autocritica (seppur parziale), al contrario delle pallide figure PD ancora in vita in città ed in regione . In ogni caso, auguri al prossimo ruolo romano, ma Torino non è mai stata amata dal "lungo" quando era svogliato Sindaco di questa città ed i torinesi non perdonano chi snobba il suolo natio . Ora pazienza e calma ed aspettiamo la fine della Regione targata Chiamparino : è solo questione di tempo ed anche l'ultimo muro di Berlino cadrà, rovinosamente

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