Non perdiamo il Tav

Il documento dell’Osservatorio ha dato un contributo di chiarezza su molte questioni, da molto tempo dibattute, nella consapevolezza che fornire una corretta informazione sia rendere un servizio al Paese, che deve democraticamente assumere decisioni rilevanti e complesse. Anche il dibattito sul documento dovrebbe avere il medesimo scopo; se invece ci si limita a estrarre le frasi che sostengono la propria tesi, evitando accuratamente di citare quelle che la smentiscono, non si persegue il fine di prendere buone decisioni, ma di rincuorare i sostenitori di una posizione ormai completamente sconfitta.

La tesi che la nuova galleria del Fréjus non serva è stata ufficialmente rigettata dal Parlamento Italiano, da quello francese e dalla Commissione Europea.

Le istituzioni, che rappresentano (almeno fino alla prossima dittatura) i rispettivi popoli, hanno preso una decisione; e l’hanno fatto, anche grazie al lavoro compiuto dall’Osservatorio, avendo in mano dati aggiornati e non vecchie analisi, superate dai fatti. I contenuti che oggi sono ripresi con tanta enfasi dagli oppositori del progetto, quasi si trattasse di una novità, sono stati esposti nel dicembre del 2016 nel corso delle audizioni organizzate dalla Camera dei Deputati per preparare il voto di ratifica dell’accordo intergovernativo con la Francia.

In mezzo a tanto folclore merita attenzione, a mio avviso, l’intervento del prof. Ramella, perché mi sembra che suggerisca agli oppositori la necessità di cambiare la “linea di difesa”.

Finora, il maggiore argomento contro la costruzione della nuova galleria è stato: “La linea ferroviaria attuale non è satura; le previsioni di traffico erano gonfiate e quindi la nuova galleria non serve”.

Con onestà intellettuale, il documento dell’Osservatorio dice che il traffico non è cresciuto come inizialmente previsto, perché la crisi che abbiamo attraversato ha avuto durata e intensità che non si riscontravano da un secolo. Inutile fare ironia su “cosa servono allora le previsioni”; se il prof. Ramella mi permette di ricambiare con una benevola ironia, posso chiedere come mai chi ha saputo prevedere così bene eventi inaspettati e futuri non riesca a vedere, oggi, il fatto che è sotto gli occhi di tutti: la linea storica è morta (obsoleta) e non si saturerà mai!

Sono invece certo che il prof. Ramella se n’è accorto, al punto che cambia la linea di opposizione: “La galleria non serve perché le autostrade non sono sature”. È una tesi interessante, che merita di essere approfondita. Con molta chiarezza dice: “Per molti decenni non si registrerà infatti alcun vincolo di capacità sulla rete stradale, unico fattore che potrebbe, a determinate condizioni, giustificare l’opera”. Quindi i valsusini si rassegnino: mentre altre vallate alpine, in Svizzera e in Alto Adige, si sono poste l’obiettivo di ridurre il traffico pesante e hanno costruito gallerie ferroviarie, la Val di Susa accetti tutti i camion necessari a saturare l’autostrada (e l’aria che vi sta intorno), senza, per favore, “riproporre le già più volte confutate motivazioni ambientali a favore del trasferimento modale dalla strada alla ferrovia”. Anche i cittadini di Torino si rassegnino: per saturare di camion il nuovo tunnel autostradale del Fréjus, sarà necessario costruire una nuova tangenziale, visto che già adesso, in certe ore del giorno, si deve stare in coda.

C’è poi un altro argomento che, vista la specializzazione del prof. Ramella, è opportuno analizzare: “Si riesuma la retorica dell’‘anello mancante’ della rete ferroviaria europea”. Chi fa logistica, e anche in Piemonte abbiamo operatori eccellenti in questo campo, sa che il trasporto ferroviario è indispensabile per il rilancio dei porti italiani (non si scarica una nave da 10.000 container mettendoli sui camion) e quindi per la competitività del nostro sistema produttivo e di quello piemontese in particolare, che ha sempre fatto perno sulla manifattura; sa anche che la ferrovia può essere competitiva se può far viaggiare treni lunghi e che portano molta merce (standard europeo).  Se in una direzione la linea ferroviaria è inadeguata per un tratto, è tutta la linea a non funzionare, perché nessuno carica i container su un treno, poi li scarica per fare il tratto mancante con i camion e poi li rimette sul treno: l’anello mancante non è una favola di Tolkien, ma la drammatica realtà di molte tratte ferroviarie italiane, alla quale si sta mettendo rimedio (cura del ferro), proprio per ottenere il trasferimento del traffico dalla strada alla ferrovia, a beneficio dei polmoni di chi vive in Val di Susa e dei nervi di chi guida sulla tangenziale di Torino.

*Roberto Zucchetti, docente di Valutazione delle infrastrutture di trasporto, Università Bocconi di Milano

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento