Designer su due ruote

«Il mio motto? “Si può fare”. Perché quando vuoi davvero qualcosa, se hai delle passioni, niente può impedirti di seguirle. Nemmeno la disabilità. E poi i problemi veri, nelle vita, sono altri; mio padre, che oggi non c’è più, aveva fatto la seconda guerra mondiale, era stato prigioniero a Mauthausen. Quelle sono esperienze terribili sul serio. Il resto sono seghe mentali».

Danilo Ragona è torinese, ha 40 anni e l’energia di un fiume piena. La sua seconda vita è cominciata quando ne aveva 21 e un incidente d’auto lo ha lasciato paralizzato dalla vita in giù. Da allora ha scoperto che disabile è soltanto una parola che non gli ha impedito di realizzare i suoi sogni. E che anche la peggiore delle crisi può trasformarsi in un’opportunità. «Accettare il cambiamento non è stato subito facile. Ma sono un tipo positivo. Com’è che diceva Steve Jobs? Fai della tua passione un lavoro. Ecco, io ho fatto così. La mia passione era la creatività e studiando design allo Ied (Istituto Europeo del Design) ho capito che avrei potuto usare le mie idee per migliorare la vita delle persone come me».

Il primo progetto prende presto forma: una carrozzina multifunzione, facile da trasportare e personalizzabile, che può andare sulla spiaggia come sulla neve. «Nel disegnarla mi vennero in mente gli occhiali – racconta – e quanto i primi modelli, parliamo di secoli fa, fossero davvero bruttissimi. Col tempo quello che era un dispositivo medico è diventato un accessorio, un oggetto pratico ma anche alla moda. Perché con le carrozzine per disabili doveva essere diverso?».

È il 2006: il prototipo si aggiudica un concorso come migliore idea di impresa e nasce Able to Enjoy, la sua azienda. Da allora di strada, Danilo e le sue carrozzine fashion, ne hanno fatta moltissima. Nel 2012 il premio “compasso d’oro” come designer dell’anno e poi tante collaborazioni di prestigio: con Fca, con Lapo Elkann e la sua Italia Independent, fino alle sfilate in passerella alla settimana della moda di Milano con gli stilisti più famosi e modelle disabili sulle sue due ruote. Ma le idee sono ancora tante e lui è uno che non sta mai fermo: da qualche anno ha deciso di mettersi in gioco in prima persona e con l’amico Luca Paiardi, disabile anche lui («ci siamo conosciuti in ospedale, dopo l’incidente») è protagonista di un format per la tv che li vede girare per il mondo praticando decine di sport e soprattutto testando l’accessibilità delle località che li ospitano, da Rio de Janeiro a New York fino al nord dell’India, prossima tappa del viaggio.

Da questa nuova esperienza cosa ha imparato? «Che viviamo in una società dove si può andare su Marte ma spesso non si pensa ad eliminare un gradino. Sull’accessibilità si sta facendo molto, non dico di no; anche Torino, dopo lo sforzo fatto in passato per le Olimpiadi, è un ottimo esempio di accessibilità, al pari di altre città europee molto più grandi. La maglia nera? Sicuramente le città del sud, penso alla Puglia o alla Sicilia, dove spostarsi per un disabile è davvero una missione improba. Ma le barriere più difficili da abbattere sono senza ombra di dubbio quelle culturali: il diverso fa ancora paura. E pensare che noi disabili siamo un miliardo nel mondo e oltre 4 milioni solo in Italia. Qual è il messaggio che vorrei lanciare? Non soltanto che si può fare di più. Ma anche che un disabile può lavorare, viaggiare, fare sport, sposarsi (e separarsi!) proprio come fanno tutti quanti».

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