Il mio è un teatro di parola e di poesia

Lo scrittore e drammaturgo contestato per le sue posizioni politiche risponde ai detrattori. E denuncia di essere ostracizzato dalla cultura egemone. Di sinistra.

L’unica cosa che mi è piaciuta è stato il titolo, quello di un loro manifesto, anzi, dato il contesto, "tadzebao": A VOLTE RITORNANO. Bello, lo avrei fatto anche io così, per un mio "pezzo".

Tutto il resto, nell’indebita gazzarra andata in scena venerdì a Chivasso, in occasione del mio spettacolo teatrale "Scene di incontri decisivi", mi è piaciuto poco e punto, per usare un’espressione eufemistica: per dirla tutta, si è trattato di un’indegna aggressione, che non meritavo non tanto io, che ho le spalle larghe e certo ne ho viste di peggiori, quanto non si meritava la memoria di Pier Paolo Pasolini, cui la mia nuova performance teatrale è dedicata, e non meritava la cultura, l’amore per essa, in generale.

Ora – ho visto – hanno fatto un proclama di vittoria e hanno annunciato su uno dei loro siti web che "lo spettacolo di Puppo non è stato un trionfo" e, appagati e gaudenti, che "c’erano quattro spettatori". Già, eravamo quattro amici non al bar, ma a teatro…

E ti credo.

Ora, esercitandomi nell’autoironia, devo dire che certo i miei spettacoli teatrali non radunano mai folle oceaniche... Senza mezzi economici o potentati politici, faccio un teatro di parola, di poesia, comunque di nicchia, per veri appassionati di particolari motivi e personaggi. Quando arrivo a cento spettatori, è un mezzo miracolo; quelle pochissime volte che li ho superati, un miracolo vero e proprio. Di solito, viaggio sui cinquanta. Ma a me non importa. Pochi, come di solito, o tanti, come rare volte, è lo stesso: a chi c’è, cerco di regalare almeno un’emozione in più, da portare nella memoria e nel cuore; a chi non c’è, attraverso il riscontro dei media, questo, devo dire, sempre generoso nei miei confronti, comunque qualche idea in più su cui riflettere.

Invece a Chivasso c’erano quattro spettatori, devo dire eroici, stanziali, con punta massima di sei, proprio come, è vero, si sono vantati i miei contestatori vetero comunisti.
Ora, in realtà, di questo c’è poco da vantarsi. Bella vittoria, la loro!
Hanno creato un clima di odio e di tensione per giorni, intorno al mio spettacolo. Sono andati in giro venerdì a distribuire volantini firmati dall’ Anpi (l’Anpi?!? E sì che – costretto a riaprire ferite mai rimarginate - i partigiani comunisti uccisero il fratello di Pier Paolo Pasolini, l’amatissimo Guido, a Porzus, nel 1945, mi dispiace, ma questo dice la Storia) per tutto il giorno, qualificando me come "ammiratore del nazifascismo" e, alla sera, in prossimità del Teatro Civico, hanno organizzato con striscioni, megafoni, cartelli e cartelloni, manifesti e manifestini, quello che un tempo si sarebbe chiamato "presidio antifascista militante" come mi ricordo, se faccio un balzo indietro nella mia memoria di trenta anni e passa.

Risultato? I personaggi pubblici di Chivasso non sono venuti per evitare di alimentare una polemica pretestuosa ed elettoralistica, ed han fatto bene. I cittadini che erano arrivati fin lì, se ne sono tornati indietro, per paura di incidenti, e li capisco. Infine, tutti gli altri che sarebbero stati potenzialmente interessati all’argomento, non sono venuti di proposito, avendo appreso dai miei contestatori vetero comunisti che si sarebbe trattato invece di una specie di celebrazione hitleriana.

Non c’è niente di che essere contenti di tutto questo, credetemi. Mi siano consentite alcune altre considerazioni al riguardo, se non per ristabilire la verità effettuale delle cose, almeno per collocare tutto quanto avvenuto nella sua dimensione corretta.
In primo luogo, prima che con me, devo spiegare che i miei contestatori vetero comunisti ce l’hanno con l’amministrazione comunale di Chivasso, perché, in tempo remoti, avrebbe negato loro la possibilità di rappresentare uno spettacolo sulle brigate rosse e, in tempi recenti, avrebbe negato il patrocino a non so quale convegno, e la concessione di una piazza a non so quale cerimonia.

Ora, che c’entro io con tutto questo? E che cosa c’entro con la campagna elettorale di Chivasso? Io che portavo uno spettacolo su Pier Paolo Pasolini e il sindaco uscente-entrante Matola neppure lo conosco? Io che tratto con gli assessorati degli enti locali, piuttosto che con le amministrazioni dei teatri, se dovessi prendermela con tutti quelli che, per una ragione o per l’altra, non mi fanno fare i miei spettacoli, che anzi non mi hanno fatto fare mai nulla, dicendo che non hanno soldi, mentre hanno dato e continuano a dare ingenti, smisurati finanziamenti ai soliti noti radical chic, dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, al salone del Gusto, dalla scuola Holden, al Grinzane Cavour di famigerata memoria - dovrei pendermela con centinaia di persone, non farei altro nella vita che gridare allo scandalo. Invece non l’ho mai fatto: ognuno fa le sue scelte e io vado avanti, per quel po’ che posso, con quei pochi che trovo sensibili alle mie tematiche.

A proposito, siccome mi han chiesto spiegazioni anche su questo, eccole: i miei spettacoli costano poco, sui seicento, mille euro, dipende dalle persone coinvolte, dagli spostamenti necessari, giusto quanto serve a coprire le spese e i compensi delle attrici professioniste, che, come tali, è giusto abbiano un compenso, visto che di quello vivono. Io non ci ho mai guadagnato una lira, anzi, un euro, e nemmeno Bruno Labate, il presidente dell’associazione "Poesia attiva" che mi organizza gli eventi.

Dicevo, ogni tanto trovo qualcuno sensibile alle mie tematiche. Fra questi, la "Fondazione Novecento". Meno di due anni fa, infatti, nell’ambito della rassegna "I luoghi delle parole", rappresenti a Chivasso il mio precedente spettacolo su Filippo Tommaso Marinetti, scritto in occasione del centenario del Futurismo, la cui ratio artistica andava trovata nel nostro intento di far sentire, finalmente interpretandola dal vivo, quella poesia futurista fino ad allora solamente al massimo commentata dai critici. In tale contesto, sottolineo artistico, sottolineo due volte culturale, l’attrice Sandra Maggio, opportunamente preparatasi per mesi, interpreta (lo spettacolo è stato replicato in almeno una decina di altre località, senza che nessuno abbia mai trovato alcunché da ridire) la prima, in ordine cronologico, poesia futurista scritta da Marinetti, che si chiama "Il bombardamento di Adrianopoli", e l’ultima, scritta, dopo trent’anni, poco prima della morte , che si intitola "Quarto d’ora di poesia della X Mas".

La prima, va bene. Eppure – per uniformità di comportamenti – avrei dovuto essere accusato di essere filo-turco, o apologeta dell’imperialismo: invece niente. La seconda, invece, apriti cielo! Rimbalzando da un "pare" a un "sembra", da una menzogna a una calunnia di un sito all’altro, sono diventato fascista, nazista, apologeta del nazifascismo, storico revisionista et similia. Non ho reagito in nessun modo. Diedi invece spiegazioni all’unica che me le chiese direttamente, la presidente dell’Anpi di Chivasso, con la quale ebbi un lungo, franco e tutto sommato cordiale colloquio telefonico, al termine del quale la signora si dichiarò soddisfatta, e io pensai che la cosa fosse finita lì.

Invece no, anzi… Le mie foto sono cominciate a circolare sui loro siti, come si faceva un tempo con le liste di proscrizione, nei libretti rossi stile anni Settanta, accompagnate da brani estrapolati artificiosamente dai miei libri, che, evidentemente, si sono letti a uno a uno, smaltendosi una decina di titoli e migliaia e migliaia di pagine, devo dire, sempre con un sorriso di autoironia, con un’abnegazione e uno spirito di sacrificio degno di miglior causa, fino a trovare qualcosa che, citato a sproposito, svincolato da ogni contesto, hanno utilizzato per spacciarmi per un ammiratore e apologeta del nazifascismo, per "Ritratti del Novecento".

In questo mio saggio, che risale al 1995, io prendo venti personaggi del secolo scorso e ne spiego quelli che a mio avviso ne sono ancora oggi, e pure per il futuro, i motivi di interesse e di validità e fra questi certo non metto, ma spiego e storicizzo, senza con ciò giustificare, alcune brutture ideologiche di cui alcuni si macchiarono, almeno alla luce dei nostri occhi di contemporanei.
Non è colpa mia se poi Gabriele D’Annunzio, Giovanni Gentile, Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti e così via furono fascisti o al fascismo aderirono più o meno entusiasticamente: questa è Storia.

Io non sono fascista. Io sono nato nel 1957, quando il fascismo era finito da dodici anni. Se proprio devo definirmi, con etichette sempre più vuote, dopo il tramonto delle ideologie e ahimè pure l’eclissi dei valori fondanti, mi definisco nazional popolare e rivoluzionario di sinistra.

Diventai fascista perché così qualificato dagli avversari, anzi, allora nemici, politici, negli anni Settanta, che ho attraversato tutti quanti facendo politica attiva, senza finire mai né in tribunale, né in ospedale, né in carcere e né al cimitero, come purtroppo successe a tantissimi dei miei coetanei, in quella che fu una vera e propria guerra civile, che per anni insanguinò l’Italia intera e che mai più vorrei anche solo lontanamente rivivere. Sono stato fortunato, in questo: mi sia consentito però di aggiungere che ho sempre creduto che riempirsi le teste con i libri fosse meglio che spaccarsele con le spranghe.

Non ho tessere di partito dal 1992, e il Msi è stato il primo e l’unico, da quando decisi che da grande avrei fatto lo scrittore, l’intellettuale, quindi che avrei dovuto essere un uomo anche formalmente libero, senza condizionamenti.

Sono gandhiano. Sono pacifista: per quel po’ che posso, nella limitatezza dei mezzi e delle risorse che posseggo, ho protestato adesso, in scarsa compagnia, contro l’attuale capo del governo che ha mandato i nostri aerei in guerra a bombardare i Libici, così come, in compagnia ancor più esigua, protestai quando a mandare i nostri aerei in guerra a bombardare gli Jugoslavi fu l’allora capo del governo Massimo D’Alema.

Sono per lo Stato, per la scuola, la sanità, le aziende di primaria importanza statali e non private. Sono per la democrazia partecipativa, per la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle aziende, contro il precariato, la parcellizzazione, lo sfruttamento di ogni tipo.

Questo, c’è scritto nei miei libri, di queste cose parlo nel mio teatro. Ora, non dovrei più far cultura a Chivasso, perché alcuni vetero comunisti di Chivasso mi accusano di aver fatto interpretare in pubblico una poesia ambientata ai tempi della X Mas?

Ma allora, a ben maggior ragione, i miei contestatori vadano a chiedere – voglio proprio vedere se ne hanno l’onestà consequenziale che dir si voglia - di non fa più teatro al nostro massimo esponente di teatro, addirittura premio Nobel, Dario Fo, il quale – piaccia o non piaccia, è Storia pure questa – fra le fila della Repubblica Sociale andò a combattere veramente, arruolandosi fisicamente nel corpo scelto dei paracadutisti.


Tanto dovevo. Mi scuso se sono stato lungo, ma ho cercato pure di sintetizzare: però ci va di spiegare, se no non si capisce mai niente e tutto diventa un logoro repertorio di sigle e slogan. E concludo con una doppia sfida, per dopo la campagna elettorale e dopo le polemiche ad essa collegata: vediamo se qualcuno ha il coraggio di organizzare a Chivasso una nuova rappresentazione pubblica del mio spettacolo, alla quale possano partecipare più di quattro persone. Di più, rilancio: sono inoltre pronto a parlare di tutte queste tematiche in pubblico, alla presenza dei cittadini di Chivasso, in un pubblico dibattito, dove e quando volete, confrontandomi con i miei contestatori che ieri hanno proclamato vittoria. Vediamo se accettate, vi sfido. Intanto però, per favore, smettetela di denigrarmi, e di spargere odio e falsità sul mio conto.

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