C’è una spa nel futuro del Csi
Superare la forma giuridica consortile e ridefinire mission e governance. La maggioranza regionale dopo settimane di tensione si ricompatta e vota l’ordine del giorno proposto dal Pdl. A Giordano la regia della riforma
“Finisce il Medioevo anche in corso Unione Sovietica”. È racchiusa in quest’efficace immagine di Angelo Burzi il significato politico della risoluzione assunta dal Consiglio regionale al termine della discussione sul futuro del Csi. La maggioranza si è ricomposta proprio sulla necessità di superare l’attuale natura consortile, considerata da gran parte degli intervenuti, obsoleta sul piano degli assetti e soprattutto inadeguata sul piano operativo. «Occorre salvaguardare l’indispensabile proprietà pubblica del bene (l’informazione e il trattamento dei dati sensibili) – ha spiegato Burzi – individuando la forma giuridica migliore affinché il Csi possa davvero trasformarsi da ente strumentale ad attore delle politiche industriali nel comparto dell’Ict». E una società per azioni di proprietà pubblica, sul modello Finpiemonte, potrebbe rispondere, secondo i consiglieri regionali pidiellini, estensori della mozione approvata dall’aula (primo firmatario Massimiliano Motta), alle esigenze di ridefinire la mission del Csi dotandola delle indispensabili risorse e competenze.
Le indicazioni contenute nell’ordine del giorno sono state recepite dall’assessore Massimo Giordano, a partire dalla «trasformazione della natura giuridica del Consorzio ad una forma giuridica nuova, idonea ai tempi attuali, di proprietà pubblica e nell’ambito della quale i soci pubblici abbiano un peso ed una rappresentanza rispetto al volume d’affari conferito al nuovo soggetto», perché, come ha detto Burzi parafrasando Cuccia, «le azioni si pesano e si contano». Oggi, nonostante che nei “valori della produzione” (ovvero nei volumi di lavori e affidamenti conferiti) la Regione, unita alle aziende sanitarie, incida per il 69,57 % del conto economico di corso Unione Sovietica, è sottorappresentata rispetto agli altri soci e rischia di scendere ulteriormente con l’adeguamento alla legge cosiddetta “Brunetta” che impone la riduzione del numero degli amministratori.



















