Super premi per i megadirigenti di Intesa
La direzione della banca, mentre vara un draconiano piano di ristrutturazione per oltre 10mila esuberi e lesina sugli aumenti contrattuali, elargisce generose gratifiche al top management
Mentre si affila la scure che nelle prossime settimane si abbatterà sui dipendenti di Intesa Sanpaolo, interessati da un massiccio piano di ristrutturazione per i 10.900 esuberi quantificati dalla direzione, il management viene premiato con laute gratifiche. Ammonta a 485 milioni di euro il monte premi destinato ai 650 più importanti manager del gruppo bancario, riconoscimenti elargiti per gratificare il raggiungimento degli obiettivi di medio-lungo termine. A partire dai vertici: Corrado Passera, amministratore delegato, ha guadagnato nel 2010 uno stipendio fisso pari a 1,5 milioni di euro e ha ricevuto la medesima cifra in qualità di premio; Marco Morelli e Gaetano Miccichè, i due direttori generali, hanno percepito 1,2 milioni di euro come stipendio e 1 milione di euro di bonus a testa.
La notizia ha fatto imbufalire i dipendenti “normali” del gruppo che lamentano come il sistema degli incentivi 2010 sia stato per loro un’amara chimera, tramutatasi, per la grandissima parte di loro, nella mancata corresponsione del premio, a causa, secondo la loro opinione, della fissazione di obiettivi economici irraggiungibili in considerazione della situazione economica attuale. Un escamotage che ha consentito solo a pochi fortunati di incassare cifre molto basse, intorno ai 1.800 euro di media. A far agitare ancora di più gli animi sono state le parole riportate da alcune agenzie di stampa e attribuite a Passera. L’uomo che tiene le redini del colosso bancario ha fatto notare come «la componente variabile delle retribuzioni accumulata a bilancio, di cui un terzo è di derivazione contrattuale, è risultata pari a circa il nove per cento del costo del lavoro». Se lo scopo del banchiere comasco era di accusare la componente variabile della retribuzione di essere troppo elevata, dicono a Torino, i colpevoli non vanno ricercati tra i bancari e le colpe non devono essere addossate al contratto nazionale, ma ai premi troppo elevati di pochi privilegiati.
Dopo la burrascosa primavera anche l’estate di Intesa Sanpaolo si è quindi aperta nel segno della preoccupazione e dell’irritazione. Il riferimento corre ai dipendenti della banca sempre più meneghina e sempre meno torinese che non ricevono notizie dal fronte delle trattative che riguardano le 3.000 uscite e le 5.000 riconversioni. Né Corrado Passera, amministratore delegato, né Andrea Beltratti (nella foto a sinistra), presidente del Consiglio di gestione, nel corso degli ultimi giorni hanno speso parole per chiarire la situazione dei numeri, che oscillano tra i 10.900 esuberi totali e le 8.000 risorse interessate dai provvedimenti. Delucidazioni relative alle 2.900 risorse di differenza non sono giunte neanche dalla direzione del personale – muto Marco Vernieri – e i sindacati, forse per non scoprire le carte di una trattativa che si presenta difficile, si sono limitati ad un volantino interlocutorio. A tutto ciò si è aggiunta, come sale sulla ferita, la vicenda dei super premi.
A Piazza San Carlo si fa notare che, mentre il Governatore di Bankitalia Mario Draghi nel giorno della lettura delle Considerazioni Finali invitava tutti gli operatori economici nazionali a recuperare lo spirito dei primi anni ’90, quando grazie alla condivisione dei problemi economici e produttivi, delle loro soluzioni e dei costi tra tutti gli interessati, il Paese tornò sul sentiero dello sviluppo, lasciandosi alle spalle problemi ben maggiori di quelli che oggi affrontano Grecia, Portogallo e Irlanda, la banca nata dalla fusione dell’ex San Paolo con il gruppo Intesa, nel medesimo lasso temporale, eroga 485 milioni di premi ai top manager e chiede sia la riduzione del numero dei lavoratori sia la riduzione del costo del lavoro di 300 milioni di euro.



















