Viviana rallenta ma la Tav non si ferma
14:50 Giovedì 02 Luglio 2026La fresa procede a passo d'uomo e riapre il dibattito sui tempi dell'opera. I 5 Stelle tornano all'attacco e inseguono Picierno a Chiomonte. Ravello (FdI) prepara il voto in Regione per costringere il centrosinistra a uscire dall'ambiguità
Non basta una fresa che procede a passo d’uomo per fermare la Torino-Lione. Ma basta un rallentamento del cantiere sul versante francese per riaccendere, puntuale come un rito, la battaglia politica italiana. Da una parte chi considera la Tav l’asse portante dei corridoi europei e dello sviluppo del Piemonte; dall’altra chi torna a invocarne lo stop, mentre nel centrosinistra riemergono fratture mai davvero ricucite.
Il nodo riguarda la fresa meccanica “Viviana”, il gigantesco macchinario lungo 180 metri con una testa rotante di dieci metri di diametro incaricato di scavare il tunnel di base settentrionale. Entrata in funzione nel settembre 2025, avrebbe dovuto avanzare fino a dodici metri al giorno, completando circa nove chilometri di galleria in tre anni. La realtà raccontata da Le Monde è però molto diversa. Nei primi 273 giorni di attività la macchina avrebbe scavato appena 244 metri, meno di un metro al giorno. Addirittura, nell'ultima settimana di maggio l'avanzamento sarebbe stato di un solo metro.
Al rallenti
Secondo un ingegnere impegnato sul lato francese, citato in forma anonima dal quotidiano francese, “i ritardi si stanno accumulando” e, mantenendo questo ritmo, potrebbero essere necessari almeno altri due anni di lavori, sempre che vengano superati gli ostacoli geologici incontrati lungo il percorso. Un rallentamento che rischierebbe di mettere sotto pressione anche la data di completamento dell’opera, fissata al 31 dicembre 2033, oltre ad alimentare nuove tensioni sui costi, oggi stimati in circa 11 miliardi di euro per la sezione interessata.
Si tratta, tuttavia, di criticità tecniche che in un’infrastruttura di questa complessità non rappresentano una novità assoluta. Lo scavo di una delle gallerie ferroviarie più lunghe del mondo ha sempre comportato incognite geologiche e ingegneristiche, tanto che proprio la capacità di affrontarle viene considerata una delle principali sfide dell’intero progetto.
“Simbolo dell’Italia che guarda avanti”
Le difficoltà emerse sul fronte francese arrivano proprio all’indomani della visita al cantiere di Chiomonte di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e fondatrice del nuovo soggetto politico Spazio Pubblico. Non è stata una scelta casuale. La politica, uscita polemicamente dal Pd contestando la deriva “movimentista” impressa dalla segretaria Elly Schlein, ha voluto inaugurare proprio davanti ai cantieri il suo tour nazionale, definendo la Torino-Lione “il luogo simbolo” non solo del territorio piemontese ma dell’intero Paese.
Per Picierno la Tav rappresenta la cartina di tornasole della capacità dell’Italia di progettare il proprio futuro. “Le grandi rivoluzioni industriali – ha spiegato – si sono sempre realizzate grazie alle grandi opere. Un grande Paese europeo deve essere capace di costruire le infrastrutture di cui ha bisogno, senza esitazioni e senza tentennamenti”.
L'esponente riformista ha anche puntato il dito contro quella che considera un’opposizione diventata negli anni sempre più ideologica. “La Tav – ha detto – è diventata il simbolo di chi dice no a tutto. Una politica incapace di assumersi responsabilità e di offrire le risposte che questo tempo richiede”. Da qui il messaggio politico con cui nasce Spazio Pubblico: un’Italia che torni a “pensare in grande”, archiviando i veti che, secondo Picierno, hanno troppo spesso bloccato lo sviluppo del Paese.
“Fermiamo tutto”
Di segno opposto il sopralluogo effettuato nelle stesse ore dai parlamentari del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, Elisa Pirro, Agostino Santillo e Antonino Iaria, accompagnati da una delegazione della sinistra radicale francese. Per i pentastellati proprio i dati emersi confermerebbero tutte le critiche formulate negli ultimi anni. Secondo i parlamentari, il costo della sola tratta transfrontaliera sarebbe passato dagli 8,3 miliardi previsti nel 2012 agli attuali 14,7 miliardi, mentre per completare il collegamento italiano con il nodo ferroviario di Torino servirebbero altri 3 miliardi, a fronte di appena 800 milioni già stanziati. Gli esponenti del M5s sostengono inoltre che sulla parte italiana non sia ancora stato scavato “neanche un metro di tunnel” e che, anche nello scenario più favorevole, i lavori richiederebbero ancora vent’anni. Da qui la proposta di cambiare completamente strategia.
Secondo Appendino e gli altri parlamentari, i tre miliardi necessari potrebbero essere destinati al completamento della Metro 1 e alla realizzazione della Metro 2 di Torino, opere considerate più utili per la mobilità cittadina. Dimenticando che lo storno di tali finanziamenti non è possibile. Il Movimento chiede inoltre un evergreen: l’istituzione di una commissione parlamentare di monitoraggio sui lavori e invita il Governo a valutare perfino un recesso negoziato dall’accordo internazionale, sostenendo che avrebbe un costo compreso tra 1 e 1,2 miliardi, inferiore ai presunti extracosti futuri.
Ma la nuova offensiva No Tav dell'ex sindaca non convince neppure una parte del mondo grillino. A ricordarlo sono stati nei giorni scorsi alcuni ex esponenti del Movimento, secondo cui la battaglia contro la Torino-Lione sarebbe stata riesumata più per esigenze di posizionamento politico che per reali novità sull’opera. L’ex presidente del Consiglio comunale di Torino Fabio Versaci ha accusato Appendino di usare la Tav “come una clava politica” per condizionare il campo largo e riconquistare centralità nel Movimento, arrivando a sostenere che “non conta più nulla” ai vertici pentastellati.
Le critiche arrivano anche da chi, nel Movimento delle origini, la battaglia No Tav l’ha sempre combattuta. L’ex consigliera comunale Daniela Albano ha parlato di “opportunismo politico”, mentre l’ex consigliera regionale Francesca Frediani ha ricordato come fosse stata proprio Appendino, quando era sindaca e il M5s governava il Paese, a dichiarare chiusa la partita della Torino-Lione. “Come può riaprirsi ora?”, si è chiesta, contestando il tentativo di riportare la Tav al centro della trattativa con il centrosinistra.
Del resto, non è la prima volta che la posizione dell’ex sindaca viene letta come un fattore di tensione dentro il fronte progressista. Già nei giorni scorsi la richiesta di subordinare il campo largo a una preventiva adesione al No Tav era stata interpretata come una condizione quasi impossibile da accettare per Pd e forze centriste, alimentando il sospetto che l’obiettivo fosse più quello di mettere in difficoltà gli alleati che di costruire davvero un’alternativa di governo.
“Basta ambiguità”
L'offensiva del Movimento 5 Stelle ha immediatamente riacceso anche lo scontro politico in Piemonte. A intervenire è Roberto Ravello, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, secondo cui il sopralluogo dei parlamentari pentastellati dimostrerebbe come il cosiddetto campo largo sia ancora ostaggio del “no ideologico” di M5s e Alleanza Verdi Sinistra.
Per Ravello il vero nodo politico resta però il Partito Democratico. L’esponente meloniano accusa i dem di continuare a rifugiarsi in un prudente equilibrismo pur di non incrinare i rapporti con gli alleati contrari all'opera. Proprio per questo il consigliere ha annunciato che il suo ordine del giorno sulla Torino-Lione arriverà presto al voto nell’aula di Palazzo Lascaris.
L’obiettivo è insinuarsi nelle contraddizioni del fronte progressista: costringere tutte le forze del centrosinistra a uscire dall’ambiguità e dire apertamente se sostengono un’infrastruttura ritenuta strategica per i corridoi europei, la competitività del Piemonte e il rafforzamento del trasporto ferroviario, oppure se condividono la linea di chi continua a chiederne lo stop. Una prova di verità che rischia di riaprire, ancora una volta, una delle fratture più profonde all’interno del fronte progressista piemontese. Con un Pd spaccato al proprio interno e pronto a rinnegare il proprio passato riformista.


