Salvini cerca asilo in Padania. Molinari non Lega con Fedriga
Stefano Rizzi 07:00 Sabato 04 Luglio 2026Un leader logorato, incalzato dalla fronda nordista che prepara la rottura. Domani sarà alla festa di Capriata d'Orba, accolto dal segretario piemontese. Ad applaudirlo ci saranno anche quelli che, sotto traccia, lavorano con il governatore friulano
Padania o Matteo Salvini? L’acqua santa del dio Po e il diavolo che, dopo aver deciso di vendere altrove le sue pentole senza coperchi, torna a chiedere applausi proprio davanti al grande paiolo del Nord che continua a ribollire.
Rimettere insieme tutto, oggi, sembra meno un’alchimia politica che una necessità. O, per dirla più brutalmente, una via d’uscita di comodo. E chissà che non sia un caso vedere i manifesti del segretario campeggiare proprio a Capriata d’Orba, storico fortino del Carroccio delle origini, dove c’è ancora chi conserva le fotografie del giovane Umberto Bossi capace di infiammare la folla nelle sere in cui l’ampolla sembrava davvero trasformare l’acqua del Po in vino bianco.
Sorpassato da Vannacci
Alla guida sempre più precaria del più longevo partito presente in Parlamento, già sorpassato nei sondaggi da un movimento che ancora partito non è, quello di Roberto Vannacci, Matteo Salvini vede restringersi il proprio spazio politico. L’ultimo schiaffo è arrivato con l’adesione di Marco Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour diventato simbolo della legittima difesa, passato proprio con il generale e il suo Futuro Nazionale. Il Capitano naviga in cattive acque e con lui una Lega che appare sempre più allo sbando.
Il Piemonte aspetta
Tra porte sbattute in faccia alle richieste dei governatori e il conclave di Mogliano cancellato, anche quella che un tempo sarebbe stata una semplice tappa del tour estivo tra le feste del Carroccio assume oggi il valore di un test politico.
Il Piemonte, però, continua a distinguersi più per l’attesa che per l’iniziativa. Nella terra di Pian del Re, dove la Lega sfiorava il 37% e oggi fatica a restare in doppia cifra, gli scontenti non mancano. Ma il tradizionale bogianen sembra essersi trasformato nella scelta di aspettare che siano Veneto e Friuli a rompere gli indugi.
La partita vera sono le liste
A tenere tutti fermi è soprattutto una partita molto concreta: quella delle candidature per le prossime Politiche. I parlamentari, gli amministratori e la nomenclatura del partito sanno bene che, almeno finché Salvini resterà segretario, sarà lui a compilare le liste. E pochi hanno voglia di finire fuori dai giochi.
L’attesa serpeggia anche tra i militanti, ormai l’ultimo vero collante di una comunità politica che domani sera tornerà a festeggiare la Padania proprio mentre applaude il leader che quella Padania l’ha prima cancellata dal simbolo e poi archiviata nella narrazione nazionale. Addirittura intestandosi il partito che essendo diventato Lega per Salvini premier non è scalabile.
Molinari cerchiobottista
È qui che torna centrale il ruolo di Riccardo Molinari. Come raccontato dallo Spiffero nei giorni scorsi, il progetto di un nuovo asse nordista che guarda a Massimiliano Fedriga e a Luca Zaia nasce anche dalla convinzione che con Salvini non sia più possibile invertire la rotta. E proprio in quella ricostruzione emergeva uno degli elementi più discussi: l’assenza del capogruppo alla Camera e segretario del partito in PIemonte dal tavolo dei possibili protagonisti del dopo-Salvini. Una scelta che molti leggono come il prezzo della sua continua ricerca di equilibrio.
Molinari rivendica di essersi opposto fin dall’inizio all'ingresso di Vannacci e, soprattutto, alla sua promozione a vicesegretario. Ma questo, spiegano molti dirigenti piemontesi, non basta più. Da una parte chiede un cambio di linea; dall’altra evita accuratamente di mettere in discussione il leader con cui è cresciuto politicamente e di cui è stato per anni uno dei principali collaboratori. Il risultato è che finisce nel mirino di entrambi gli schieramenti: troppo prudente per i nordisti, troppo autonomo per i salviniani. La vecchia accusa torna puntuale: dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
Fedriga prepara il dopo
Mentre in Piemonte prevale la linea della prudenza (o dell’ignavia), altrove il cantiere procede. Come raccontato nei giorni scorsi dallo Spiffero, attorno a Fedriga si sta consolidando una rete di amministratori e dirigenti che punta a farsi trovare pronta nel momento in cui il ciclo salviniano dovesse davvero esaurirsi. Luca Zaia, pur senza intenzione di guidare questa aggregazione, resta il punto di riferimento politico e simbolico del fronte nordista.
Attorno a loro gravitano nomi pesanti, figure come Roberto Calderoli e Attilio Fontana. Persino Giancarlo Giorgetti avrebbe rotto gli ultimi indugi. Colpiscono invece due assenze. La prima è quella del neo governatore veneto Alberto Stefani, considerato troppo legato a Salvini e, soprattutto, mai entrato realmente nelle grazie di Zaia. La seconda è quella di Molinari. Per motivi diversi, ma con un’identica conclusione: nel fronte che prepara il dopo-Salvini il piemontese continua a essere guardato con diffidenza. Troppo vicino al segretario per essere considerato davvero parte del cambiamento, troppo prudente per incarnarlo. Una valutazione che, per molti leghisti del Nord, pesa oggi più delle dichiarazioni pubbliche e delle prese di distanza su Vannacci.
Tutti ad applaudire
“Senza una scossa finiamo al 3%”. È il timore che serpeggia nel fronte nordista. Molti hanno cerchiato in rosso la data del 20 settembre, Pontida. Ma pochi immaginano davvero una Breccia di Porta Pia capace di mettere fine al regno salviniano. Per questo da Capriata d’Orba difficilmente arriveranno sorprese. Salvini parlerà, tutti applaudiranno e, almeno per una sera, ogni malumore finirà sotto il tappeto.
In platea ci saranno parlamentari, consiglieri regionali, amministratori e dirigenti. Molti di loro, fino a qualche ora prima, avranno continuato a criticare il leader e a discutere del ruolo di Molinari, della sua capacità di restare in equilibrio tra due mondi sempre più incompatibili. Poi scatteranno gli applausi.
Del resto succede anche questo nella Lega. In Piemonte forse ancora più che in Veneto o in Lombardia, dove gli striscioni contro Salvini sono già comparsi. Qui, invece, si continua a celebrare la Padania insieme a chi l’ha messa in soffitta per inseguire il Ponte sullo Stretto. È la fotografia più fedele di un partito che aspetta il dopo, ma continua a comportarsi come se il dopo non dovesse arrivare mai.


