Crt sta (sempre) con Orcel. Dossier Bpm, occhio su Asti
07:00 Lunedì 06 Luglio 2026Smaltiti i fantasmi del passato, la Fondazione osserva con interesse il risiko. Anche per scongiurare un sistema sbilanciato verso un unico dominus. E tra i possibili effetti collaterali riemerge anche una storica partita piemontese rimasta finora in stand-by
Archiviata la stagione più tormentata della sua storia recente, quella che la portò a un passo dal commissariamento, la Fondazione Crt procede ormai con passo ben diverso sotto la guida del tandem rosa Anna Maria Poggi-Patrizia Polliotto. Meno tamburi, meno assalti alla baionetta, meno voglia di giocare la partita finanziaria con l’elmetto in testa. Ma guai a scambiare il nuovo corso di Palazzo Perrone per una ritirata.
Il tempo dell’attivismo spinto, quella della presidenza Giovanni Quaglia e soprattutto del segretario generale Massimo Lapucci, orbitante nel giro di interessi della famiglia Caltagirone, è finita da un pezzo. Allora Crt si muoveva con passo assai più visibile sullo scacchiere delle partecipazioni, Generali in testa. Oggi il metodo è diverso: meno clamore, più presidio territoriale, maggiore postura istituzionale. Ma lo sguardo sulla banca conferitaria, Unicredit, resta attentissimo.
Orcel non (si) molla
A Palazzo Perrone fanno trapelare che il sostegno ad Andrea Orcel non è mai venuto meno. Neppure davanti alla pagina, assai poco commendevole, del fratello Riccardo nella partita russa, con tutte le ombre reputazionali che quella vicenda si è portata dietro.
La linea è chiara: Unicredit resta un asset centrale, i risultati ci sono, i dividendi pure. E per una fondazione bancaria, al netto delle grandi architetture finanziarie, il punto resta anche questo: incassare bene per riversare sui territori. Poggi lo ha detto senza troppi giri di parole: le cedole di Unicredit e Generali hanno prodotto extra dividendi milionari, ossigeno prezioso per l’attività istituzionale dell’ente.
Meglio due galli nel pollaio
Il ragionamento, però, non è solo contabile. È politico-finanziario. A via XX Settembre osservano con crescente attenzione il rischio che Carlo Messina diventi il dominus incontrastato del sistema bancario italiano. Con le inevitabili connessioni nelle reti di potere. Intesa Sanpaolo corre, Bper si rafforza, Montepaschi e Mediobanca finiscono nel grande rimescolamento nazionale.
E se Orcel resta fermo, il “Ronaldo della finanza” rischia di vedere Unicredit scivolare dietro Intesa e Bper nella classifica domestica. Uno scenario che al manager siculo-romano fa venire l’orticaria e a Torino non entusiasma affatto. Perché un’egemonia non fa bene al sistema. Meglio la concorrenza del monopolio. Meglio un duopolio che un regno a una sola corona, soprattutto quando il sovrano è Carlo Magno.
La Germania piace, ma l’Italia conta
Poggi ha salutato con favore l’avanzata tedesca su Commerzbank. “Una bella operazione”, l’ha definita, alla viglia della stretta finale dell’altro giorno, utile a rafforzare Unicredit in Europa e a garantire quei dividendi “ottimi e abbondanti” che poi finiscono sui territori.
Con il 45% di Commerz in cassaforte, Orcel si prepara a controllare di fatto l’assemblea che dovrà rinnovare i vertici della banca tedesca. Una campagna europea condotta con la consueta freddezza. Ma la vera domanda, ora, è se dopo Berlino il banchiere tornerà a guardare Milano. E quindi al Banco Bpm.
Il dossier Banco Bpm resta il più delicato. È caro al ministro leghista Giancarlo Giorgetti, che un anno fa si era messo di traverso all’assalto di piazza Gae Aulenti. Oggi il quadro è cambiato. Il contenzioso sul golden power si è sgonfiato, il dossier Russia è considerato risolto, Crédit Agricole è salito fino a sfiorare il 30% di Banco Bpm e il progetto del “terzo polo” è stato terremotato dall’offensiva di Intesa su Mps. Insomma, il semaforo che ieri era rosso fuoco potrebbe essere diventato verde speranza. E non è un dettaglio da poco quell’incontro “riservato”, raccontato dal Foglio, che sarebbe avvenuto nei giorni scorsi tra il ceo e il ministro.
Asti nel domino
La partita avrebbe pure una ricaduta piemontese. Nel grande gioco potrebbe trovare una collocazione anche Banca di Asti, su cui nei mesi scorsi Giuseppe Castagna, numero uno di piazza Meda, aveva manifestato interesse. E su cui, raccontano con buoni uffici della stessa Poggi, anche Unicredit si era detta disponibile.
Se l’operazione su Bpm, bloccata lo scorso anno, dovesse riaprirsi davvero, la banca astigiana potrebbe smettere di restare sospesa a mezz’aria e trovare finalmente una sistemazione più solida. Chissà. Nel risiko bancario, spesso, le caselle minori si muovono solo dopo che si sono mosse quelle grandi.
Crt guarda e pesa
La Fondazione Crt non è tornata alla stagione delle incursioni spericolate. Non è più il tempo delle manovre alla Lapucci, delle geometrie caltagironiane, delle partite condotte con la sciabola sguainata. Ma sarebbe un errore pensare che Poggi e Polliotto guardino da semplici spettatrici.
Palazzo Perrone osserva, valuta, sostiene. Con una convinzione: Unicredit deve restare forte, Orcel deve potersi muovere e il sistema bancario italiano non può essere consegnato mani e piedi a un solo imperatore. Anche Torino, antica città di corte e di cortigiani, ricorda bene quanti sconquassi hanno fatto e lasciato i monarchi assoluti. Basta sfogliare l’album di famiglia.


