Come se niente fosse. La Lega applaude Salvini, ma aspetta che passi la nottata
12:15 Lunedì 06 Luglio 2026Alla Festa della Padania di Capriata il leader recita il copione di sempre: sicurezza, immigrati, cantieri e vittorie da conquistare. Poche ore prima, però, al direttivo piemontese è esploso il malessere. Critiche unanimi al segretario e dirigenti rassegnati
C'erano gli applausi, i selfie, le strette di mano e perfino la richiesta dello spray antizanzare, perché l’anno scorso – ha scherzato Matteo Salvini – gli avevano “fatto la festa”. C’era la maglietta bianca con la scritta “L’Italia agli italiani”, qualche t-shirt verde con “Grazie Umberto” e la serigrafia del Senatur, i volontari osannati, i maranza, l’immigrazione, l’Islam, la sicurezza nelle città, i 23 miliardi di cantieri aperti in Piemonte, il Terzo Valico, la Tav, il Ponte sullo Stretto e l’immancabile appello a vincere le prossime elezioni.
Mancava una sola cosa: la realtà. Quella andata in scena domenica sera sul palco della 31ª Festa della Padania di Capriata d’Orba è sembrata a molti dirigenti leghisti una rappresentazione sospesa nel tempo, un salto indietro di cinque o sei anni, quando la Lega macinava consensi e Salvini dettava l'agenda politica del Paese. Stesse parole d’ordine, stesso entusiasmo di facciata, stesso copione. Come se nel frattempo non fosse accaduto nulla.
E invece è successo di tutto. Il partito continua a perdere voti, arranca nei sondaggi e, nelle ultime rilevazioni, è stato perfino sorpassato da Futuro Nazionale, il movimento del generale Roberto Vannacci. Uno sgangherato paradosso del Capitan Fracassa: dopo averlo arruolato, trasformato in eurodeputato e addirittura promosso vicesegretario, gli ha consegnato una visibilità nazionale e la possibilità di costruire, dentro la Lega, le fondamenta del suo progetto politico.
Il processo senza imputato
Il contrasto con quanto era accaduto poche ore prima era stridente. Prima dell’arrivo del leader, il direttivo regionale piemontese si era trasformato in un autentico cahier de doléances. Ad aprire il fuoco era stato Massimo Giordano, segretario provinciale di Novara e tra i dirigenti di maggior peso della Lega piemontese. A seguire Enrico Montani, ex senatore e numero uno del partito nel Verbano-Cusio-Ossola, che ha riferito il malessere raccolto pochi giorni prima durante un'assemblea con gli iscritti del territorio. Ma è stato un fuoco di fila unanime, con accenti differenti ma sostanzialmente convergenti, da parte dei dirigenti arrivati da ogni territorio del Piemonte.
Interventi diversi, un unico bersaglio: Salvini. Il segretario non c’era. E quando, qualche ora più tardi, è arrivato a Capriata, di quel malessere non è trapelato assolutamente nulla. Sarà per il riflesso condizionato di un partito che conserva ancora tratti leninisti, sarà perché il capo, finché è capo, non si contesta davanti alla truppa; sarà perché i panni sporchi si lavano in casa o perché la Festa della Padania non era il palcoscenico giusto per regolare i conti. Fatto sta che il processo celebrato nel direttivo si è trasformato, nel giro di poche ore, in una calorosa standing ovation.
Il grande rimosso
Alle 20.30 quando Salvini scende dall’auto, viene assediato da simpatizzanti e militanti, stringe mani, concede selfie, scherza sulle zanzare e poi si concede ai giornalisti. Parla del Terzo Valico, rivendica il 97% degli scavi completati e assicura che i lavori hanno la priorità assoluta. Esalta il futuro polo logistico di Alessandria, destinato – dice – a diventare il retroporto di Genova. Accenna alle comunali del 2027, auspicando di individuare presto il candidato giusto (che in verità ci sarebbe ma attende di uscire dal limbo).
Poi sale sul palco insieme al segretario regionale Molinari, al provinciale Lino Pettazzi e al neosegretario della sezione Alto Monferrato Daniele Poggio. Da lì in avanti è il Salvini che tutti conoscono. «La forza della Lega siete voi», dice ai volontari. Rivendica i 23 miliardi di cantieri aperti in Piemonte, i 15 miliardi destinati alla Torino-Lione, il Ponte sullo Stretto, gli investimenti sulle infrastrutture, promette di vincere a Milano e Alessandria e poi alle Politiche, rilancia sicurezza, lotta all’immigrazione clandestina e difesa dell’identità italiana.
Non una parola, però, sullo stato del partito. Nessun riferimento al tracollo nei sondaggi. Nessun cenno alla crisi di consenso. Nessuna riflessione sul sorpasso di Vannacci. Nessuna autocritica. Come se il problema semplicemente non esistesse.
La rassegnazione
È forse questo il dato più significativo emerso dalla giornata piemontese della Lega. Non tanto il dissenso, ormai ampiamente metabolizzato ma carsico, quanto la sensazione che tra i dirigenti prevalga una sorta di fatalismo. La convinzione che il problema esista ma che, allo stato, non possa essere risolto. “Speriamo che succeda qualcosa”, è il sentimento che circola tra molti dirigenti. Una versione tutta leghista del celebre adda passà ’a nuttata, poco padana nella forma ma estremamente efficace nella sostanza.
Anche Molinari sembra muoversi dentro questo schema. Al direttivo ha spiegato di essere in contatto costante con Luca Zaia e con Massimiliano Fedriga. Dell’ex governatore veneto avrebbe anche riferito di non aver colto alcuna disponibilità a candidarsi alla leadership. Quanto a un ribaltone, il capogruppo alla Camera avrebbe gelato ogni aspettativa: praticamente impossibile. Lo Statuto blinda Salvini, il partito si chiama “Lega Salvini Premier” e il Consiglio federale è composto in larga parte da membri fedelissimi al segretario. Detto brutalmente: non ci sono i numeri, né gli strumenti, per sfiduciarlo.
Così non resta che aspettare. Aspettare che qualcosa cambi. Che maturino condizioni nuove. Che la politica faccia il suo corso. Nel frattempo, però, la Lega continua ad andare a fondo. E il rischio è che, quando la nottata sarà finalmente passata, non ci sia più molto da salvare.


