LE REGOLE DEL GIOCO

La preferenza (non) è donna. Fronte rosa contro Gribaudo

La vicepresidente del Pd aderisce all'appello lanciato dall'ex ministra Bonetti: "Un sistema che ci penalizza". Canalis e altre esponenti cattodem non ci stanno. Ravinale (Avs): "Passa il messaggio assurdo che non siamo in grado di prendere voti"

Lo scontro sulla riforma della legge elettorale si intreccia con un confronto tutto interno alla rappresentanza femminile sulle preferenze. L’appello bipartisan promosso dall’ex ministra Elena Bonetti, oggi in Azione, con cui un gruppo di parlamentari chiede di non reintrodurre il voto di preferenza perché ritenuto “penalizzante per l’elezione delle donne”, sta facendo molto discutere, con visioni differenti a destra ma soprattutto a sinistra.

A firmare il documento che vede come prima firmataria l’ex ministra Bonetti ci sono Silvana Comaroli (Lega), Isabella De Monte (Forza Italia), la deputata cuneese Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, e Luana Zanella di Alleanza Verdi-Sinistra. Secondo le promotrici, la letteratura comparata e l’esperienza italiana dimostrerebbero che il voto di preferenza favorisce chi dispone di reti personali consolidate, maggiori risorse economiche e una notorietà costruita nel tempo, condizioni che ancora oggi vedrebbero molte donne partire in posizione di svantaggio.

Appello bizzarro

Una tesi che però sta suscitando forti obiezioni, anche tra esponenti politiche favorevoli alle preferenze e impegnate da anni sul fronte della parità di genere. Tra queste c’è Alice Ravinale, capogruppo di Avs in Consiglio regionale del Piemonte, che definisce l’iniziativa “un appello bizzarro”: “Non c'è ancora una posizione ufficiale del mio partito, visto che al momento la nuova legge elettorale non prevede le preferenze – osserva – ma per quanto mi riguarda tutta la vita le preferenze”.

Per Ravinale il problema non è lo strumento in sé, bensì le eventuali distorsioni che possono essere corrette attraverso adeguati meccanismi di garanzia: “È chiaro che servano dei correttivi, come la doppia preferenza di genere, che già funziona nelle elezioni regionali e in quelle europee. Ma non può passare il messaggio assurdo che le donne non siano in grado di prendere voti”.

Autogol rosa

Una critica che va oltre il piano tecnico e investe il significato politico dell’appello. Secondo i suoi detrattori infatti sostenere che le preferenze danneggino inevitabilmente le candidate rischia di trasmettere un’implicita idea di inferiorità femminile, come se il consenso degli elettori fosse un terreno sul quale le donne non possano competere ad armi pari.

Sulla stessa linea di Ravinale si colloca Monica Canalis, consigliera regionale del Partito Democratico e donna più votata alle elezioni regionali piemontesi del 2024, seconda soltanto a Mauro Salizzoni tra i dem. Canalis è tra le firmatarie di un altro manifesto, promosso dalle donne cattolico-democratiche a favore della reintroduzione delle preferenze e contesta non soltanto il contenuto dell’appello delle parlamentari, ma anche il metodo con cui è stato presentato.

Il riferimento implicito è alla scelta della vicepresidente Gribaudo di schierarsi contro le preferenze: “Immagino parli a titolo personale, visto che non c'è stato nessun confronto interno su questo tema. Non si può dettare la linea bypassando la Direzione nazionale”, afferma Canalis.

Il contro-manifesto

Nel manifesto delle cattolico-democratiche, sottoscritto tra le altre anche da Silvia Costa (già deputata ed europarlamentare) e dall’ex ministra Mariapia Garavaglia, la critica è netta. Le preferenze vengono descritte come uno strumento di rappresentanza capace di rafforzare il rapporto diretto tra eletti ed elettori, ridurre il peso della cooptazione da parte delle segreterie di partito e valorizzare il radicamento nei territori.

Le firmatarie non negano i rischi tradizionalmente associati al voto di preferenza – dal clientelismo ai maggiori costi delle campagne elettorali, fino al vantaggio competitivo di candidati già conosciuti – ma ritengono che questi possano essere compensati da strumenti come la doppia preferenza di genere.

È proprio questo il punto sul quale convergono anche Ravinale e Canalis: non un ritorno alle preferenze senza regole, ma un sistema che garantisca insieme libertà di scelta degli elettori ed equilibrio nella rappresentanza tra uomini e donne.

Per le promotrici del manifesto, inoltre, il sistema delle liste bloccate finisce per rafforzare il potere delle segreterie nazionali nella selezione dei parlamentari, privilegiando la fedeltà ai vertici rispetto al consenso costruito sul territorio. Un rischio che, sostengono, può penalizzare proprio quelle figure femminili più autonome e radicate nella società civile.

Nulla è deciso

Il confronto resta aperto e investe direttamente anche il Partito Democratico, dove al momento non esiste una posizione ufficiale sulla possibile reintroduzione delle preferenze, ma si osservano le fibrillazioni interne alla maggioranza, con la premier Giorgia Meloni che spinge mentre i suoi vice, il leghista Matteo Salvini e il forzista Antonio Tajani, la vedono esattamente all’opposto e continuano a fare resistenza.

Una discussione destinata ad accompagnare il cantiere della nuova legge elettorale e che, paradossalmente, vede proprio il mondo femminile dividersi sulla strada migliore per rafforzare la presenza delle donne nelle istituzioni. Quella di Gribaudo è una voce libera o incarna la posizione della segretaria Elly Schlein? Dopotutto i vertici hanno tutto l’interesse a mantenere le liste bloccate: che si tratti di uomini o donne, permette di tenersi per sé la scelta degli eletti, creando un gruppo parlamentare a propria immagine e somiglianza.

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