GIUSTIZIA

Cascina Spiotta, il verdetto mezzo secolo dopo: sei anni ad Azzolini, prescrizione per Curcio e Moretti

Una risposta giudiziaria alla sparatoria costata la vita al carabiniere Giovanni D'Alfonso e alla fondatrice delle Brigate Rosse Mara Cagol. Decisivo l'esposto presentato dal figlio del militare, che nel 2021 aveva riaperto un caso ormai consegnato alla storia

Si chiude dopo oltre cinquant’anni uno dei capitoli più controversi della storia del terrorismo italiano. La Corte d’Assise di Alessandria ha condannato a sei anni di reclusione Lauro Azzolini per la morte del carabiniere Giovanni D’Alfonso, ucciso durante la sparatoria alla Cascina Spiotta il 5 giugno 1975. Per gli altri due imputati, gli ex capi delle Brigate Rosse Renato Curcio e Mario Moretti, i giudici hanno invece dichiarato la prescrizione del reato.

La decisione arriva al termine di un processo riaperto grazie alla tenacia di Bruno D’Alfonso, figlio del militare caduto, il cui esposto presentato nel 2021 aveva convinto la Procura di Torino a riaprire un’inchiesta che sembrava ormai definitivamente consegnata alla storia.

La sentenza

Il dispositivo emesso oggi ridimensiona in modo significativo le richieste della pubblica accusa. I pm avevano infatti sollecitato l’ergastolo per Curcio e Moretti e una condanna a 21 anni per Azzolini, tutti accusati, a vario titolo, di concorso nell’omicidio del carabiniere.

La Corte ha invece inflitto ad Azzolini sei anni di carcere, pena riconosciuta in continuazione con una precedente condanna pronunciata a Roma il 24 gennaio 1983 per i fatti di via Fani. Per Curcio e Moretti è stato riconosciuto il concorso in un reato diverso da quello originariamente contestato, fattispecie ormai estinta per prescrizione.

La difesa: “Impianto accusatorio sconfessato”

Soddisfazione, almeno parziale, è stata espressa dalla difesa di Mario Moretti. Secondo l’avvocato Francesco Romeo, la pronuncia della Corte “sconfessa l’impianto accusatorio”. “Moretti doveva rispondere di concorso morale - ha osservato il legale - ma non ha avuto alcun ruolo nella vicenda e non ha mai voluto la morte di D’Alfonso. Riteniamo che vi fossero le condizioni per un’assoluzione piena. È comunque un passo verso la chiusura definitiva di quella stagione”.

Il caso riaperto dopo mezzo secolo

La vicenda giudiziaria era tornata d’attualità nel dicembre 2021, quando la Procura di Torino aveva aperto un nuovo fascicolo dopo aver ricevuto l’esposto di Bruno D'Alfonso. L’obiettivo era fare luce sull’identità del brigatista riuscito a fuggire dopo il conflitto a fuoco e rimasto per decenni senza nome. Secondo gli inquirenti quel “mister X” era proprio Lauro Azzolini. Nei confronti di Curcio e Moretti, invece, l’accusa sosteneva che, pur non essendo presenti alla Cascina Spiotta, avessero concorso nell’omicidio in quanto dirigenti dell’organizzazione terroristica e mandanti del sequestro dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia.

I fatti risalgono al 5 giugno 1975. Il giorno precedente le Brigate Rosse avevano sequestrato l’imprenditore Gancia, tenendolo prigioniero in un casolare isolato, la Cascina Spiotta, nel territorio di Arzello di Melazzo, nell’Alessandrino. Una pattuglia dei carabinieri individuò il covo e intervenne. Ne seguì un violento conflitto a fuoco nel quale persero la vita il carabiniere Giovanni D’Alfonso e Mara Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse e moglie di Renato Curcio. Gancia riuscì a essere liberato, mentre uno dei brigatisti riuscì a dileguarsi, alimentando per decenni uno dei principali interrogativi rimasti aperti su quella vicenda.

Con la sentenza pronunciata oggi si conclude un processo che aveva riaperto una ferita rimasta aperta per oltre mezzo secolo, restituendo una risposta giudiziaria, seppur molto diversa da quella richiesta dall’accusa, a uno degli episodi simbolo degli anni di piombo.

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