FINANZA & POTERI

Patto occulto e "benedetto".
Pure i vescovi nelle trame Crt

L'ordinanza del gip ricostruisce la genesi della lettera di mons. Cerrato: il testo viene preparato da Monti e Mazzola, quindi sottoposto al presule e utilizzato per accompagnare la resa dei conti ai vertici dell'ente. Urge un freno alle ingerenze ecclesiastiche

La lettera con cui mons. Edoardo Aldo Cerrato, allora vescovo di Ivrea, richiama Antonello Monti alla trasparenza e alla buona amministrazione della Fondazione Crt non sarebbe stata il frutto di un’autonoma iniziativa del presule che in seno alla Conferenza episcopale piemontese (Cep) era delegato ai rapporti con gli enti culturali, scolastici e universitari. Al contrario, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza del gip di Roma Angelo Giannetti, la sua gestazione passa attraverso un fitto scambio di messaggi WhatsApp tra lo stesso Monti ed Elisabetta Mazzola, consigliera di indirizzo della Fondazione designata dalla Cep, che ne preparano il testo, ne seguono passo dopo passo la stesura e ne organizzano la consegna con estrema rapidità, alla vigilia della riunione destinata a cambiare gli equilibri di Palazzo Perrone.

È uno dei passaggi più sorprendenti dell’atto con il quale viene sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio dei pm romani che indagano per ostacolo agli organi di vigilanza, riconoscendo l’esistenza di “gravi indizi di colpevolezza” nei confronti di dieci consiglieri dell’epoca, di cui tre ancora in carica. Il giudice capitolino collega direttamente quella corrispondenza alla giustificazione che Monti offrirà poche ore dopo a Fabrizio Palenzona per spiegare il proprio mutato orientamento: lui, uno dei “congiurati” che avevano lavorato per detronizzare Giovanni Quaglia e spianare via XX Settembre all’ingresso del Camionista di Tortona. E così, Monti, fino a quel momento era considerato un “palenzoniano” di ferro, si aggiunge alla lista dei “cospiratori” che, alle spalle del neo presidente, tramavano per dar vita al (presunto) “patto occulto”, una sorta di governance parallela per incidere sugli indirizzi, gli investimenti e le nomine.

La bozza preparata da Mazzola

Il 16 aprile 2024 è Mazzola a prendere l’iniziativa. Scrive a Monti di avere già contattato mons. Cerrato e di aver rielaborato una precedente lettera ricevuta dal vescovo: ha trasformato quel testo in una bozza, l’ha messa in formato Word e propone di rivederla insieme per poterla inviare immediatamente al presule. L’obiettivo è chiaro: “Così la mandiamo al Vescovo e scrive subito”.

Monti approva senza esitazioni. Poco dopo Mazzola gli invia la bozza precisando di averne mantenuto l’impianto “così facciamo prima a metterla in ordine”. Quando il consigliere le dà il via libera, la risposta è immediata: “Partita”. E Monti replica soddisfatto: “Ottimooo”.

Per il gip, questi messaggi dimostrano che è proprio Mazzola a predisporre il documento destinato a essere sottoposto al vescovo, utilizzando come base una precedente missiva ricevuta personalmente da Cerrato.

La corsa contro il tempo

La fretta emerge ancora più chiaramente poche ore dopo. Mazzola informa Monti di avere scritto direttamente al vescovo chiedendogli di controllare il testo inviato via email e proponendosi di raggiungerlo già il giorno successivo a Ivrea per ritirarlo firmato. Arriva perfino a offrirsi per una cena, pur di facilitare l’incontro, concludendo il messaggio con una richiesta che il gip considera significativa: “Abbiamo bisogno di preghiere”.

Il presule tarda a rispondere e Mazzola aggiorna costantemente Monti sull’evoluzione dei contatti. Poi arriva la svolta: “Ho stampato e firmato la lettera”.

Una lettera cucita su misura

L’ordinanza ricostruisce anche il contenuto della missiva. Mons. Cerrato manifesta preoccupazione per quella che definisce la “deriva speculativa” attribuita dalla stampa alla Fondazione, richiama problemi nei rapporti con il personale, parla dell’isolamento dei consiglieri indipendenti e invita Monti a esercitare il proprio ruolo secondo coscienza.

Non è un dettaglio ricordare che Monti, classe 1980 e una laurea in Agraria, è indicato come la Mazzola proprio dalla Conferenza episcopale piemontese, e che negli anni ha rivestito numerosi incarichi nel mondo ecclesiale, tra i quali quello di consigliere di amministrazione dell’Istituto centrale sostentamento al clero, di membro del consiglio per gli affari economici della diocesi di Novara, di revisore dei conti dell’Istituto di sostentamento al clero di Novara e prima ancora di Ivrea, e altri ancora. Gli stessi ambienti avrebbero visto con favore un suo trasferimento nella fondazione gemella, la Compagnia di San Paolo, ipotesi che una parte del centrodestra, in Piemonte come a livello nazionale, con Guido Crosetto in prima fila, sembrava pronta a sostenere, salvo poi naufragare a poche ore dal voto nell’aula di Palazzo Lascaris.

La benedizione del monsignore

Cerrato fa di più, elogia «l’intensa e lungimirante attività del Prof. Monti volta alla “costituzione” di un gruppo di consiglieri di “ispirazione cattolica” che ha saputo mettere al centro temi importanti e di rilievo sociale e antropologico». Ma è pure prodigo di consigli, entrando nel merito della composizione degli organi della Fondazione: «Sarà importante “fare squadra”, e sono sicuro che nel Prof. Monti (…) troverà per alcuni mesi un ottimo collaboratore, ma dovrà (…) riuscire a collaborare intensamente con gli altri consiglieri sensibili a temi a noi cari di carattere soprattutto sociale. Mi ha rincuorato che altri Enti abbiano indicato nelle varie terne Persone “con sensibilità simili alle nostre” con le quali sono sicuro sarà possibile “fare squadra” per il Bene comune!». E cita una serie di consiglieri di indirizzo in larga parte di estrazione cattolica, da Giampiero Leo a Claudio Lubatti, da Alice Colombo a Roberta Ceretto e all’attuale presidente, la ciellina Anna Maria Poggi.

E soprattutto affida esplicitamente a Elisabetta Mazzola il compito di trasmettere il documento e di accompagnarlo con alcune considerazioni verbali durante l’incontro del 19 aprile. Per il gip questo particolare assume un rilievo decisivo: la lettera che Monti mostrerà a Palenzona poche ore dopo sarebbe proprio quella preparata nei giorni precedenti attraverso il lavoro con Mazzola.

“Portale tutte”

La sera del 18 aprile, alla vigilia della riunione “carbonara”, successiva a quella del Cdi e precedente la seduta del cda, i due consiglieri definiscono gli ultimi dettagli logistici. Mazzola chiede se sia opportuno portare con sé la lettera del vescovo, ricevendo da Monti una risposta perentoria: «Portale tutte». Lei precisa: «La tua in busta chiusa e anche la mia». Monti approva ancora: «Ottimo». Quando Mazzola spiega di avere trovato una busta adatta per confezionare il documento, arriva un ultimo laconico assenso: «Ok». Secondo il gip, anche questi messaggi confermano che la consegna della missiva viene preparata nei minimi dettagli e costituirà l’alibi per Monti: «Mi hanno dato una lettera terribile», come ricostruisce Palenzona nelle memorie depositate.

Il copione per il colloquio con Palenzona

La mattina del 19 aprile compare infine un ultimo messaggio, che nell’ordinanza assume un peso particolare. Mazzola invia a Monti una vera e propria scaletta dei temi da affrontare: le interferenze esterne nella gestione della Fondazione (in particolare lo storico assistente di Palenzona, Roberto Mercuri), la riservatezza violata, i rapporti con il personale, l’inadeguatezza del segretario generale (Andrea Varese, di lì a poco liquidato) e la necessità di un rimpasto nel Consiglio di amministrazione.

A questi punti suggerisce di aggiungerne uno personale: ricordare a Monti la sua appartenenza alla terna indicata dalla Conferenza episcopale piemontese, citare esplicitamente la lettera di mons. Cerrato e spiegare che il vescovo gli ha scritto proprio per richiamarlo alla trasparenza e alla buona amministrazione. Per il gip non si tratta di appunti estemporanei. Sono il canovaccio del colloquio che di lì a poco Monti avrà con Palenzona.

La conclusione del gip

Ed è proprio qui che il giudice trae una delle conclusioni più nette dell’intera ordinanza. Secondo Giannetti, il comportamento di Monti nell’ufficio del presidente, subito dopo la riunione “segreta” e prima del Consiglio di amministrazione che avrebbe revocato il segretario generale, non fu spontaneo, ma “concertato” per occultare la reale posizione del consigliere rispetto sia al patto già emerso, sia alla decisione che sarebbe stata assunta di lì a poco.

Palenzona ricorda che Monti, «visibilmente alterato», appena varcato l’ingresso del suo ufficio esclamò «”Mi hanno consegnato questa! Mi hanno messo in un angolo”. Alla domanda su cosa fosse (anche perché la lettera non mi veniva fatta leggere) il dr. Monti riferiva trattarsi di una lettera proveniente da ambienti ecclesiali, a cui lo stesso è da sempre molto vicino, con cui lo si accusava – a suo dire – di non essere stato trasparente nella sua attività di consigliere di amministrazione, di aver partecipato a decisioni senza consapevolezza, etc.».

Alla richiesta di fornire «maggiori particolari», Monti – sempre secondo la versione di Palenzona, avrebbe risposto di essere stato «“ammonito” di fare ciò che gli chiedevano quelli del consiglio di indirizzo e gli altri consiglieri di amministrazione presenti nella Saletta», ovvero i presunti “pattisti” o congiurati che dir si voglia, ovvero i dieci che oggi sono accusati di ostacolo agli organi di vigilanza: Caterina Bima, Anna Maria Di Mascio, Corrado Bonadeo, Fiorenza Viazzo, Paolo Luciano Garbarino, Giuseppe Tardivo, Alice Colombo, Davide Canavesio e, appunto, Elisabetta Mazzola e lo stesso Monti.

L’ingerenza delle sacrestie

In questa prospettiva difficile ritenere la lettera del vescovo come una sorta di conforto morale di un pastore al proprio fedele o il richiamo alla Fondazione a svolgere il proprio compito istituzionale secondo principi ispirati dal “Bene comune” (con il punto esclamativo), ma diventa, e non solo nella lettura del gip, un tassello della strategia che giustificata la svolta politica che porterà alla rottura definitiva degli equilibri all’interno della Crt e accompagna “spiritualmente” il cambio di fronte di Monti.

E forse apre anche un capitolo nuovo. Per anni ci si è preoccupati di sterilizzare l’influenza della politica sulle fondazioni bancarie, nel tentativo di preservarne l’autonomia. Giuliano Amato, che di quel sistema fu l’architetto, arrivò a definire quelle creature dei “Frankenstein” istituzionali. Se finora il problema erano le mani dei partiti, questa vicenda suggerisce che potrebbe essere arrivato il momento di interrogarsi anche su altre forme di influenza, meno visibili ma non per questo meno rilevanti, provenienti dalle sacrestie.