NON CAPIAMO UN TUBO

Reti colabrodo, in Piemonte si perdono 620 milioni di litri d'acqua al giorno

Mentre il caldo e la siccità tornano a mettere sotto pressione il Paese, il vero spreco continua a scorrere sotto i nostri piedi. In Italia il 42,4% non arriva mai ai rubinetti. In regione un conto da oltre mezzo miliardo. Torino è tra i più virtuosi, male Verbania

L’Italia vive ormai estati scandite dalla stessa liturgia: ondate di calore, siccità, ordinanze anti-spreco e appelli al risparmio. Ma mentre si chiede ai cittadini di chiudere il rubinetto mentre si lavano i denti, dalle reti idriche nazionali continua a disperdersi quasi metà dell’acqua potabile.

Secondo lo studio della Cgia di Mestre, basato sugli ultimi dati Istat disponibili, il 42,4% dell’acqua immessa negli acquedotti viene perso prima ancora di raggiungere utenti e imprese. Significa che ogni italiano “butta via”, suo malgrado, 157 litri d’acqua al giorno, con un danno economico che sfiora i 9,8 miliardi di euro all’anno.

Un quadro impietoso, soprattutto perché il problema non nasce oggi. Da decenni si promettono investimenti, ammodernamenti e grandi piani per gli acquedotti. Nel frattempo, le tubature invecchiano, si rompono e continuano a disperdere una risorsa che, con il cambiamento climatico, diventa ogni anno più preziosa.

Piemonte meglio della media

Nel confronto nazionale il Piemonte può consolarsi solo in parte. Con una dispersione del 35,4%, la regione è nettamente sotto la media italiana (42,4%) e occupa il quindicesimo posto della graduatoria delle perdite, risultando più efficiente di gran parte del Centro-Sud e anche di Veneto e Liguria. Ma dire che la situazione sia buona sarebbe un esercizio di ottimismo.

Ogni piemontese vede infatti svanire 127 litri d’acqua al giorno, mentre nel complesso regionale si disperdono 226 milioni di metri cubi d’acqua ogni anno (ogni giorno 619 milioni), per un costo economico stimato in 521 milioni di euro, il settimo più elevato d’Italia in valore assoluto. Più della metà di un miliardo che evapora letteralmente nelle tubature. Il dato economico è influenzato anche dalle dimensioni della regione: il Piemonte non è tra quelli che sprecano di più in percentuale, ma la quantità assoluta d’acqua dispersa rimane enorme.

Torino promossa, Novara e Cuneo arrancano

Guardando ai capoluoghi piemontesi emergono differenze significative. Torino è tra le realtà più virtuose del Paese: perde il 25,6% dell’acqua immessa nella rete, piazzandosi al 78° posto su 109 capoluoghi italiani, ben distante dalle città simbolo del dissesto idrico. Ancora meglio fanno Asti, dove la dispersione si ferma al 19,2%, e Vercelli, con il 22,2%, entrambe tra i migliori risultati nazionali.

Più problematiche invece le situazioni di Novara Cuneo, con il 31,5% di perdite, Biella, al 30,7%, Alessandria (28,9%). Verbania, al 43%, rappresenta il dato peggiore tra i capoluoghi piemontesi.

Numeri lontanissimi dai casi estremi di Potenza, Chieti o L’Aquila, dove oltre due litri su tre si perdono prima di arrivare ai rubinetti, ma comunque indicativi di reti che avrebbero bisogno di interventi strutturali.

Primi in Europa nei consumi

Il problema assume contorni ancora più evidenti se si guarda al quadro complessivo. Nel 2023 l’Italia ha prelevato 36,5 miliardi di metri cubi d’acqua, più di qualsiasi altro Paese dell’Unione europea. Il 49% è destinato all’agricoltura, il 23% agli usi civili, il 18% all’industria e il restante 10% alla produzione di energia elettrica.

L’Italia è il Paese europeo più “idroesigente”, davanti perfino a Spagna e Francia. Eppure, continua a lasciare disperdere quasi metà dell'acqua potabile lungo il tragitto. Le cause sono molteplici: condotte vecchie, tubazioni deteriorate, rotture, contatori imprecisi, allacci abusivi e, in alcune realtà, anche la presenza di fontanili che contribuisce ad aumentare i volumi dispersi.

A secco anche le imprese

La crisi idrica non colpisce soltanto famiglie e agricoltura. Secondo la Cgia sono sempre più esposte le piccole e medie imprese che utilizzano grandi quantità d’acqua: dal tessile alla chimica, dal farmaceutico alla carta, passando per ceramica, vetro, gomma, plastica e lavorazioni dei metalli. Ma anche molte attività artigiane – autolavaggi, lavanderie, caseifici, ristorazione, imprese di pulizia e parrucchieri – rischiano di subire razionamenti proprio nei mesi di maggiore attività.

Per questo la Cgia rilancia la necessità di un piano infrastrutturale che vada oltre le dichiarazioni di principio: rifacimento delle reti, invasi, vasche di laminazione, sistemi di recupero dell’acqua piovana – oggi fermo a circa il 10% – e nuove opere capaci di trattenere una risorsa che, con il clima che cambia, non può più essere considerata inesauribile.

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