Cuneo, la mannaia di Delbosco: da 115 parrocchie a 36
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 12 Luglio 2026La diocesi avvia una radicale riorganizzazione, tra accorpamenti e trasferimento di beni. Persino Roma chiede lumi al vescovo-impresario. Le omelie di Derio Olivero, il difficile episcopato di Mino Lanzetti e il dibattito sulla formazione dei futuri sacerdoti
A Cuneo, dal 2015, è vescovo uno degli esemplari più riusciti di “curatore fallimentare”. Parliamo, ovviamente, di monsignor Piero Delbosco, che assomma in sé tutte le caratteristiche di quel professionista che viene chiamato per liquidare il patrimonio di un’azienda un tempo florida e oggi fallita.
Classe 1955, ordinato prete nel 1980, a Torino don Piero era noto per essere non solo un praticone della pastorale, ma anche un esperto di edilizia, di cemento (famosa la sua bitumatrice, dalla quale non si separava mai!), di idraulica, di manutenzioni e di tutte le competenze proprie di un capomastro, tanto che le imprese che avevano a che fare con lui se lo contendevano come consulente. Ad intuirne le qualità – non ovviamente di tipo intellettuale, ma eminentemente pratiche – non poteva che essere il cardinale Severino Poletto, il quale diffidava dei preti con titoli accademici e lo fece provicario generale, dove ebbe modo di farsi apprezzare per le sue doti, risolvendo brillantemente vari problemi, fra cui quello della villa in collina dell’arcivescovo e del suo sepolcreto nel santuario della Consolata.
Fu così che, fra l’incredulità dei confratelli e lo scandalo dei boariniani, diventò vescovo di Cuneo e di Fossano, due diocesi che, insieme alle altre del Cuneese, stavano vivendo da un po’ di tempo una specie di Sessantotto ecclesiale in ritardo, liquidando quella fede, plasmata nel profondo dalla Controriforma, che rimaneva e ancora resisteva nel popolo.
Semplificare e alleggerire
Appena insediato, preso da febbre edilizia e nonostante il parere contrario dei consultori e del presbiterio, vendette l’episcopio all’Istituto centrale di sostentamento del clero per trasferirlo nel vecchio seminario, ovviamente chiuso da anni. Essendo un creativo dell’amministrazione, in una diocesi in crisi di vocazioni e senza clero, peraltro come tutte le altre, don Piero decise, nel 2024, di avviare, su consiglio degli ideologi formatisi all’Istituto teologico di Fossano, anch’esso chiuso ma famoso perché i suoi capisaldi erano una teologia senza dogmi, una morale senza comandamenti e una liturgia senza sacro, un complesso e articolato progetto di riforma delle parrocchie della diocesi: il cui slogan – «Semplificare e alleggerire» – dice tutto.
Esso comporta, nella sostanza, una drastica riduzione del loro numero e, contemporaneamente, l’incorporazione delle stesse in nuove strutture create ad hoc, progetto che è partito e sta procedendo a tappe forzate, per cui si passerà dalle 115 parrocchie esistenti a 36 di nuova istituzione. Un buon curatore bada soprattutto alla gestione residua e allora ecco la singolarità di un percorso che prevede la cessione dei beni e delle attività delle parrocchie a enti, anche non ecclesiastici, dove il parroco non sarà più legale rappresentante, e ai santuari diocesani.
Il faro di Roma
Le critiche non sono mancate e non mancano. Intanto perché, pur rivestita di altisonanti considerazioni pseudoecclesiologiche, l’operazione presenta un carattere aziendalistico; si sopprimono parrocchie con secoli di storia e di fede alle spalle, creando nuovi enti che, proprio perché pensati dall’alto, mai entreranno nel cuore della gente. E questo nonostante si sprechino le analisi e gli antropologismi, senza però mai confrontarsi con i fedeli, in quanto il sensus fidei non rientra negli schemi di chi ragiona ideologicamente.
Sembra poi – e questa è una voce risuonata anche fuori diocesi – che il progetto, ormai in corso di attuazione, abbia subito le critiche di Roma (alla quale qualcuno, ancora dotato del lume della ragione, pare abbia fatto ricorso), che ha convocato don Piero – diventato negli ultimi tempi sempre più autoritario – per chiedere ragguagli, ma senza esiti, perché il nostro impresario procede spedito e determinato per la sua strada, limitandosi a propagandare il modello attraverso i suoi messi, i quali adesso girano l’Italia e scrivono dotti articoli per magnificarne l’originalità, senza però convincere troppo, anche in campo progressista.
Così appare sempre più ridicolo che le varie tappe del percorso demolitorio vengano celebrate con enfasi e trionfi come se si stesse realizzando, se non una nuova Pentecoste, almeno un nuovo Rinascimento. Sovviene quanto disse Trilussa vedendo gli sventramenti e le demolizioni operati a Roma da Mussolini: «Se questo è il corso del Rinascimento, ogni aborto diventa un lieto evento».
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La Messa che “non funziona più”
Alcuni ci hanno chiesto perché insistiamo tanto con Derio Olivero. Rispondiamo che lo facciamo non solo perché il vescovo di Pinerolo è intelligente e simpatico, ma perché, in fondo, lui dice quello che gli altri vescovi pensano ma non se la sentono di esternare. E poi perché le sue omelie si adattano perfettamente a un mondo occidentale benestante e secolarizzato, nel quale i parametri di valutazione del rito sono sovrapponibili all’experience di un massaggio aromaterapico o di un comfort food consumato in un ristorante di tendenza, dove parlare di Croce o di sacrificio sarebbe di cattivo gusto.
Così, a una delle tante Messe alpine fra i boschi, celebrate davanti a una bella schiera di arzilli vecchietti, monsignor Derio, con la sua classica bandana episcopale, ha detto che c’è una parte della Messa «che non funziona più», che è quella dell’atto penitenziale, e che, in fondo, la stessa Messa, così com’è oggi, «ci insegna poco».
Effettivamente, per chi si ritiene già salvato e ormai adulto nella fede, sono sempre gli altri a dover chiedere perdono e l’insegnamento non può mai venire dalla Chiesa (non sia mai!), ma solo dall’«altro e dal diverso». Tuttavia, Derio sa bene che chi ha di fronte deve essere stupito e allora non lesina i paragoni audaci: «La Messa è un atto amoroso lento, gli atti amorosi non si fanno di corsa; le carezze fatte di corsa sono schiaffi e allora, solo se volete farla, facciamo una cosa: guardatevi un istante negli occhi, guardate quelli che stanno vicino a voi e pensate: “Questo è mio fratello, questa è mia sorella”».
Molto bello e sentimentale. Ci chiediamo solo, però, se sia così complicato aggiungere che «l’atto amoroso» è verso Gesù Cristo e che il miglior modo per riconoscersi fratelli e sorelle è appunto chiedere e chiedersi perdono: Confiteor Deo omnipotenti et vobis, fratres... Diversamente, tanto vale dire un bel Pater Noster e utilizzare quegli incontri per una pastasciutta antitradizionalista. Tra parentesi, per Derio i lefebvriani non sono soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto rifiutano il Vaticano II, che però, come disse in un memorabile intervento il futuro Benedetto XVI, fu un Concilio antidogmatico per eccellenza, elevato tuttavia a superdogma. La scuola teologica antidogmatica (quando fa comodo) di Fossano non si smentisce mai.
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Un vescovo non “tagliato”
Monsignor Giacomo Lanzetti (1942-2026) era uno di quei preti che mai avrebbero pensato di diventare vescovo e lo riconosceva lui stesso quando diceva che non era tagliato, e nemmeno attrezzato, per tale ruolo. Dovendo scegliere lo stemma episcopale, disse che avrebbe voluto come insegna sullo scudo una sdraio con ombrellone. Fu Severino Poletto, che voleva a tutti i costi due ausiliari, a insistere per farlo vescovo dopo la prematura morte di don Mario Operti (1950-2000). Don Mino era stato un ottimo parroco, uno di quelli che al rinnovamento conciliare (e ai suoi miti) aveva creduto fino in fondo.
Traslato ad Alghero, non si incontrò con l’antropologia sarda, con la quale venne in conflitto, e fece di tutto per tornare in Piemonte. Inviato ad Alba, pensava di governare, ma non aveva capito che il clero continuava a rispondere in tutto e per tutto al vescovo emerito Sebastiano Dho (1935-2021), il vero dominus delle diocesi del Cuneese. Cominciò così a isolarsi, finché il clero si ribellò alle sue stramberie, facendolo dimettere e, al suo posto, sempre pronubo Poletto, fu collocato il più prudente e abile Marco Brunetti. Ai suoi dimessi funerali nel duomo di Alba erano assenti l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, il suo ausiliare, Alessandro Giraudo, e tutta l’alleanza psico-affettiva.
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Il “rieducatorio diocesano”
Sembra che uno dei motivi che hanno portato alla designazione di don Roberto Populin a nuovo rettore della Comunità Propedeutica di Torino sia stato il fatto che l’attuale rettore, don Simone Sassi, facesse pregare troppo gli aspiranti seminaristi, propinando loro cicli di adorazione eucaristica. E allora quale rimedio migliore, per lui, se non inviarlo al “rieducatorio diocesano” di Grugliasco, affidandolo alle cure amorevoli di don Paolo Resegotti?


