LE REGOLE DEL GIOCO

Le preferenze della discordia. Meloni perde la maggioranza

Fratelli d'Italia resta isolato sull'emendamento che introduce il voto ai candidati dopo il no di Lega e Forza Italia. In Parlamento si apre una battaglia destinata a pesare sugli equilibri del 2027. In prima linea i piemontesi Montaruli, Appendino e Fornaro

La settimana decisiva della nuova legge elettorale si è aperta esattamente nel modo in cui Giorgia Meloni avrebbe voluto evitarlo: con il centrodestra diviso. Non sull’impianto dello Stabilicum, già faticosamente cucito insieme dopo settimane di trattative, ma sulla questione più simbolica e politicamente esplosiva: le preferenze. Quelle che la premier ha sempre rivendicato come strumento di restituzione del potere agli elettori e che ora, da presidente del Consiglio, tenta di inserire nella riforma. Ma senza riuscire a convincere i suoi alleati.

Ed è proprio da questa frattura che prende avvio una partita destinata a segnare il cammino verso le politiche del 2027. Una partita nella quale anche diversi parlamentari piemontesi si ritrovano protagonisti, seppur su fronti opposti.

Meloni resta sola

Alle 13 di oggi scadeva il termine per la presentazione degli emendamenti. Fino all’ultimo Fratelli d’Italia ha tentato di portare Lega e Forza Italia su una posizione comune. Invano. L’emendamento con cui vengono introdotte le preferenze è stato depositato soltanto da FdI insieme a Noi Moderati e Udc. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno preferito non firmarlo, confermando la loro contrarietà.

Il testo mantiene un impianto fortemente proporzionale, accompagnato da un robusto premio di governabilità – 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che supera il 42% dei voti – ma modifica il sistema di scelta degli eletti. Ogni collegio avrebbe sette candidati: uno sarebbe il capolista bloccato, deciso dal partito, mentre gli altri sei potrebbero essere votati con un massimo di tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere. Una soluzione che, almeno nelle intenzioni di Meloni, prova a conciliare la selezione dei partiti con quella degli elettori.

Preferenze solo sulla carta?

È però proprio questo compromesso ad aver acceso lo scontro. Per Lega e Forza Italia il sistema rischia di produrre un effetto opposto rispetto a quello proclamato. Nei 49 collegi della Camera e nei 27 del Senato, infatti, i partiti minori della coalizione difficilmente riuscirebbero a eleggere più di un parlamentare. In quel caso scatterebbe automaticamente il capolista bloccato, mentre i candidati costretti a sostenere costose campagne personali per raccogliere preferenze resterebbero comunque esclusi.

In pratica, soltanto Fratelli d'Italia, oggi largamente primo nei sondaggi del centrodestra, avrebbe realisticamente la possibilità di eleggere parlamentari attraverso le preferenze. Per gli alleati significherebbe invece chiedere ai candidati di spendere decine di migliaia di euro sapendo, quasi con certezza, di non avere possibilità di essere eletti. Una prospettiva che spiega la netta chiusura di Salvini e Tajani.

Montaruli firma il testo per l’Estero

Tra i protagonisti della giornata c'è anche la deputata torinese Augusta Montaruli. La parlamentare piemontese figura, infatti, tra i firmatari di uno degli emendamenti unitari del centrodestra, insieme alla leghista Simona Bordonali, al forzista Paolo Emilio Russo e a Franco Tirelli.

L’intervento riguarda il voto degli italiani all'estero e il calcolo del premio di governabilità. La proposta stabilisce che il tetto massimo dei seggi assegnabili grazie al premio sia di 220 deputati e 113 senatori, escludendo però quelli eletti nella circoscrizione Estero. Un correttivo tecnico, ma significativo, che testimonia come su alcuni aspetti della riforma la maggioranza continui invece a muoversi compatta.

Appendino al contrattacco

Sul fronte opposto si colloca la torinese Chiara Appendino, che ha scelto toni durissimi contro la riforma. Per l’ex sindaca di Torino la proposta del governo rappresenta “un obbrobrio” e costituisce “un anticipo del premierato”. Il Movimento 5 Stelle rivendica la propria tradizionale posizione favorevole al sistema proporzionale con preferenze autentiche e ha depositato un emendamento alternativo che consente di esprimere una o due preferenze reali, senza il filtro dei capilista bloccati.

Secondo i pentastellati, infatti, la soluzione escogitata da Fratelli d’Italia finisce per lasciare comunque nelle mani delle segreterie la scelta dei parlamentari. Le preferenze, sostengono, sarebbero soltanto apparenti. Appendino promette quindi una battaglia parlamentare “giorno dopo giorno” contro quella che definisce una riforma destinata ad alterare gli equilibri costituzionali.

Centrosinistra diviso sulle preferenze

Paradossalmente, la stessa questione che divide il centrodestra crea imbarazzo anche nel campo progressista. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno confermato la linea comune del muro contro muro nei confronti della legge elettorale, giudicata “irricevibile” e “inemendabile”. Ma appena si entra nel merito delle preferenze l’unità si incrina.

Il Movimento 5 Stelle le rivendica apertamente. Nel Partito Democratico convivono posizioni opposte: Stefano Bonaccini continua a sostenerle, mentre una parte consistente del partito, guidata anche dall’appello firmato dalla vicepresidente Chiara Gribaudo, resta contraria ritenendo che penalizzino la rappresentanza femminile. Ancora diversa la posizione di Avs, che preferirebbe evitare qualsiasi modifica migliorativa della proposta governativa per lasciare alla maggioranza tutta la responsabilità politica della riforma.

Fornaro: “Una sconcezza”

Tra le voci più critiche emerge quella del deputato alessandrino Federico Fornaro. L’esponente Pd concentra il proprio attacco sulla drastica riduzione della rappresentanza degli italiani residenti all’estero prevista dagli emendamenti della maggioranza. La riforma accorpa infatti le circoscrizioni fino a prevedere appena due collegi alla Camera e uno al Senato.

Una scelta che Fornaro liquida senza mezzi termini definendola “un’autentica sconcezza”. E richiama simbolicamente la figura di Mirko Tremaglia, storica figura missina e padre del voto degli italiani all’estero: “Sarebbe il primo a essere contrario”.

Una riforma in salita

La battaglia parlamentare entra ora nella fase decisiva, con l'esame in Aula destinato a protrarsi tra votazioni palesi e numerosi scrutini segreti. Ma il dato politico è già evidente. La riforma elettorale pensata da Meloni arriva al suo primo vero banco di prova con la maggioranza divisa proprio sul tema che avrebbe dovuto rappresentarne il valore aggiunto. E mentre il centrodestra cerca una difficile sintesi, anche le opposizioni faticano a trovare una posizione comune sulle preferenze.

Segno che, quando si tratta di decidere chi sceglie davvero i parlamentari – gli elettori o le segreterie di partito – le linee di frattura attraversano gli schieramenti molto più dei tradizionali confini tra maggioranza e opposizione.

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