I franchi tiratori impallinano Meloni, bocciato il ritorno alle preferenze
Davide Depascale 19:50 Martedì 14 Luglio 2026L'emendamento di Fratelli d'Italia non è passato per un solo voto: 187 voti a favore e 188 voti contrari. "Elezioni" e "dimissioni" sono i cori che si sono levati dall'opposizione. Schlein: "Prendete atto del fallimento e andate a casa". Ora a rischio l'autonomia
Non è stato soltanto un emendamento a finire sotto i colpi dell’Aula. A Montecitorio è andata sotto l’intera maggioranza. Con 188 voti contrari e 187 favorevoli, la Camera ha bocciato l’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, trasformando quello che doveva essere il primo tassello della nuova legge elettorale nel primo vero incidente parlamentare del governo Meloni su una delle riforme cardine della legislatura. E, a questo punto, dopo la Caporetto referendaria sulla giustizia fanno due.
La sconfitta pesa ben oltre il merito della norma. L’emendamento aveva infatti incassato il via libera del governo e dei relatori, mentre dopo una mattinata di trattative anche Lega e Forza Italia avevano deciso di sostenerlo, pur senza averlo sottoscritto al momento del deposito. Il compromesso sembrava raggiunto. È bastato lo scrutinio segreto per mandarlo in frantumi.
La trappola del voto segreto
Che il voto nascosto potesse trasformarsi in una trappola lo aveva intuito la stessa Giorgia Meloni. Nel primo pomeriggio, con un messaggio sui social, la presidente del Consiglio aveva sfidato apertamente le opposizioni a rinunciare allo scrutinio segreto: «Sì alle preferenze, no al voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani».
L’obiettivo era evidente: trasformare il voto sulle preferenze in una sfida politica con le opposizioni, accusandole di voler nascondere il loro no. Ma poche ore dopo proprio il voto segreto ha finito per mettere in difficoltà la maggioranza. Quando il presidente di turno ha letto il risultato, nell’emiciclo è esploso un boato. Dai banchi delle opposizioni sono partiti i cori “Elezioni, elezioni” e subito dopo “Dimissioni, dimissioni”.
Il giallo dei franchi tiratori
Chi ha affondato l’emendamento? È la domanda che da quel momento ha iniziato a circolare nei corridoi di Montecitorio. I primi conteggi effettuati all’interno della maggioranza portano a ritenere che i franchi tiratori possano essere stati diverse decine. Il voto segreto, da sempre terreno privilegiato per regolare conti politici interni, ha restituito l’immagine di una coalizione molto meno compatta di quanto apparisse soltanto poche ore prima.
Il sospetto politico cade inevitabilmente sui partiti che avevano aderito all’intesa soltanto all’ultimo momento. Fino alla tarda mattinata, infatti, Lega e Forza Italia erano rimaste fuori dall’emendamento. Solo dopo un’intensa mediazione avevano annunciato il voto favorevole. Nessuno è oggi in grado di dimostrare da dove siano arrivati i voti mancanti, ma è proprio su quel tratto della maggioranza che inevitabilmente si concentrano interrogativi e sospetti.
Il compromesso saltato
L’emendamento rappresentava il punto di equilibrio trovato dopo settimane di trattative tra gli alleati. La nuova legge elettorale supera infatti i collegi che per anni hanno rappresentato uno dei principali punti di forza negoziali della Lega. Le preferenze costituivano il contrappeso politico individuato per chiudere l’accordo.
Da settimane le opposizioni sostengono inoltre l'esistenza di un’intesa più ampia tra Fratelli d’Italia e Carroccio: il via libera alla riforma elettorale in cambio di un’accelerazione sull’autonomia differenziata. Una lettura rafforzata dalla contemporaneità tra il voto della Camera e l’esame, al Senato, delle pre-intese con Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte.
Proprio per fermare questo percorso i senatori delle opposizioni della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama hanno presentato una risoluzione che chiede al Governo di sospendere il procedimento e ritirare gli schemi d’intesa, ritenuti incompatibili con le indicazioni della Corte costituzionale per l’assenza dei Lep, delle necessarie istruttorie e delle garanzie perequative.
Le opposizioni all’attacco
La bocciatura dell’emendamento è stata immediatamente trasformata in un caso politico. Il primo a colpire è stato il deputato di Futuro Nazionale Edoardo Ziello, che ha accusato Lega e Forza Italia di aver «tradito» Fratelli d’Italia nel segreto della votazione, affossando una battaglia sostenuta anche dal generale Roberto Vannacci.
Ancora più duro Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha sostenuto che la maggioranza abbia di fatto sfiduciato la propria presidente del Consiglio e ha chiesto l’apertura della crisi di governo. Sulla stessa linea Elly Schlein, secondo cui il centrodestra dovrebbe «prendere atto del fallimento» e restituire la parola agli elettori.
Le conseguenze
Dal punto di vista tecnico l’iter della riforma elettorale prosegue. Dal punto di vista politico, invece, la giornata segna uno spartiacque. Per la prima volta sulla legge elettorale la maggioranza non è riuscita a trasformare un accordo politico in un voto parlamentare.
Il problema per Meloni non è soltanto aver perso un emendamento. È aver scoperto che, quando il voto diventa segreto, qualcuno tra i suoi parlamentari smette di seguire le indicazioni della coalizione. E se il primo test sulla riforma si è concluso con una sconfitta per un solo voto, i prossimi passaggi parlamentari saranno inevitabilmente osservati come un banco di prova della tenuta politica del centrodestra, ben oltre il destino delle preferenze.


