Fashion victim in transito

Via Santa Teresa angolo via Roma, Torino: alcuni operai tagliano le lastre lapidee posizionate da poco, in occasione del cantiere per il rifacimento di via Roma, generando polvere e getti d’acqua. La temperatura sfiora i 39 gradi e lavorare in quelle condizioni climatiche è estremamente faticoso.

In questo contesto sono stato testimone di un accadimento a dir poco bizzarro: un giovane vestito all’ultima moda (pantaloni giusti, tatuaggi in vista, scarpe firmate e maglietta ricercata) attraversa piazza San Carlo in direzione Museo Egizio. Scegliendo di non transitare sulla piazza pedonale, percorre proprio la via interessata dal cantiere stradale, intercettando così i lavori in corso. Passando, viene colpito da alcuni schizzi dell’acqua usata per tagliare la pietra; si ferma e constata come i suoi preziosi pantaloncini corti mostrino alcune piccole macchie.

Il giovane è scosso, bofonchia qualcosa e poi torna sui suoi passi con l’evidente scopo di redarguire i lavoratori per il danno subito. Si avvicina alla delimitazione dell’area di intervento e inizia a richiamare l’attenzione dei due operai, che però indossano le cuffie antirumore a causa del forte frastuono causato dalla fresatrice. Lui persiste finché uno dei due, con il volto grondante di sudore, alza la testa chiedendogli cosa voglia. Il ragazzo parte allora con la sua reprimenda, facendo notare ai due uomini che lo hanno leggermente sporcato con l’acqua mentre passeggiava lì vicino.

L’operaio lo guarda e, senza dare segni di impazienza, gli ricorda l’esistenza, alle sue spalle, di un’area riservata ai pedoni sicura e lontana dalla carreggiata, una via che normalmente è riservata alle sole autovetture: in sintesi, non doveva passare vicino al cantiere. L’osservazione lo inalbera e lo indigna a tal punto da intavolare una discussione con i due operai, i quali gli danno retta per qualche secondo per poi riprendere, sotto il sole cocente, il taglio della lastra.

La vicenda è la rappresentazione più sincera della nuova Torino, nonché del crescente divario tra chi lavora e chi invece può godersi la vita. Il centro città sembra aver perso del tutto la sua anima popolare e verace. La gentrificazione ha sradicato gli uffici dalle sue vie, lasciando il posto a negozi di lusso, grandi eventi e palazzi esclusivi, Ne è un esempio quello di via Santa Teresa, noto per il cosiddetto “Portone del Diavolo”, la cui ristrutturazione include un bunker antiatomico riservato a poche famiglie facoltose.

Lo struscio del fine settimana, atteso anche da borseggiatori e mendicanti professionisti, si alterna a quello infrasettimanale, riservato a impiegati e funzionari degli istituti bancari. Persone che si muovono all’interno di uno scenario freddo, senza vita, in cui domina lo shopping tra negozi appartenenti, in grandissima parte, a catene internazionali le cui vetrine sono identiche a quelle che si possono osservare a Roma, Ancona, Lecce, Milano.

L’originalità è sparita, così come sono scomparse quelle figure che rendono le città pulsanti: i torinesi che si ritrovavano al bar per la colazione, o in osteria con un buon bicchiere in mano, sempre pronti alla battuta e allo sfottò; oppure di fronte al chiosco di un’edicola per discutere di politica e del governo cittadino. Il “non luogo” si è impossessato pure della Torino post-operaia, creando una metropoli omologata, ben raffigurata dall’assolata pietra bianca usata in abbondanza per arredare via Roma (che sarebbe piaciuta molto ai fautori dell’architettura razionalista, tanto amata negli anni del regime fascista).

Torino ha superato la perdita del ruolo di Capitale d’Italia dedicandosi all’industria automobilistica e affidandosi alla massiccia emigrazione dei torinesi in Argentina, ma la transizione dal sistema FIAT alla nuova identità urbana si rivela faticosa e, in particolar modo, incerta, poiché si basa soprattutto su una drastica riduzione di residenti. La politica, forse non all’altezza della situazione, ha scelto di affidarsi ai grandi eventi e alla privatizzazione della città (o perlomeno di quel che ne resta), dando l’impressione di non volere riflettere troppo sul futuro del capoluogo piemontese.

Durante i decenni della metropoli operaia, i residenti che si affacciavano in via Santa Teresa, in un centro città che mescolava ricchezza ad alloggi popolari, avrebbero portato ai lavoratori impegnati sotto un sole da 40 gradi qualcosa di fresco da bere. Un atto solidale che l’attuale Torino non riesce più a compiere, poiché i pantaloncini di marca, oramai, contano sopra ogni altra cosa.

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