Operazione Carpisa, su Lo Russo torna lo spettro di Saracco
07:00 Venerdì 17 Luglio 2026Riprende a circolare il nome dell'ex rettore del Politecnico. Un gruppo di professionisti studia la sfida civica. Dietro le quinte si muove Giordana, il "Richelieu" di Appendino. E un documento di 24 pagine indica la rotta: arrivare al ballottaggio e sfrattare il sindaco
C'è un fantasma che torna ad aggirarsi nei corridoi di Palazzo Civico. Per chiunque altro sarebbe semplicemente il nome di un ex rettore del Politecnico. Per Stefano Lo Russo, invece, Guido Saracco è molto di più: è uno spettro politico. Uno di quelli che pensava di essersi lasciato definitivamente alle spalle nel novembre del 2020 e che invece, sei anni dopo, torna improvvisamente ad agitare i sonni.
Perché all’epoca Saracco fu davvero a un passo dalla candidatura. Lo schema era già apparecchiato: campo largo, Partito democratico e Movimento 5 Stelle insieme, Chiara Appendino nelle vesti di kingmaker, Enrico Letta e Giuseppe Conte concordi nel benedire l’operazione. Fu un pezzo importante del Pd torinese a ribellarsi, ingaggiando un lungo braccio di ferro con i vertici del Nazareno fino a imporre le primarie che avrebbero poi incoronato Lo Russo. Saracco si sfilò con una nota ufficiale, spiegando di voler proseguire il proprio mandato accademico e richiamando anche motivazioni familiari. Quella porta sembrava essersi chiusa per sempre. Potrebbe non essere così.
L’operazione in valigia
Il nome scelto è già tutto un programma: Operazione Carpisa, come la celebre griffe di valigie e trolley. Una celia, spiegano i promotori dell’iniziativa, perché nel 2027 nei loro auspici a fare i bagagli dovrebbe essere l’attuale inquilino di Palazzo Civico.
Dietro quella che oggi è ancora una rete informale si ritrovano professionisti, manager, esponenti di associazioni di categoria e del terzo settore, un paio di accademici, numerosi cittadini accomunati da una stessa disillusione. Molti avevano guardato con favore, quando non sostenuto apertamente, la candidatura di Lo Russo. Oggi sono tra i più severi critici del suo operato e cercano un’alternativa credibile con una proposta civica capace di rompere la tradizionale polarizzazione tra centrosinistra e centrodestra. Ad animare il gruppo è una figura che a Torino difficilmente passa inosservata: Paolo Giordana.
Il ritorno di Richelieu
Ex seminarista, poi convertitosi alla fede ortodossa, colto e analista finissimo, melomane, quel tanto spregiudicato che è necessario per capire di politica, Giordana conosce la città a menadito in tutte le sue pieghe, anche e soprattutto quelle più oscure. Uno da non prendere sotto gamba, come dimostra la fine che hanno fatto – Fassino su tutti – coloro che hanno sottovalutato la sua intelligenza quasi luciferina. Insomma, Giordana è uno di quei personaggi che a Torino vengono raccontati prima ancora che descritti. I cronisti gli hanno cucito addosso negli anni i soprannomi più disparati: “Richelieu”, “Rasputin”, “l’Eminenza Grigia”.
Fu lui, dopo un lungo apprendistato negli staff del Pd, a intuire che quella giovane consigliera grillina avrebbe potuto diventare sindaca. Raccontano che sotto il ritratto del sindaco Bellezia, nella Sala Rossa, abbia preconizzato a una incredula Appendino che un giorno avrebbe occupato la poltrona di primo cittadino. Purché, naturalmente, seguisse le sue indicazioni. Fu l’architetto della sua scalata, il capo di gabinetto onnipotente della Torino grillina, il regista dei delicati equilibri interni, il mediatore di ogni conflitto. Per quasi due anni, secondo la vulgata politica cittadina, il vero sindaco sedeva accanto alla sindaca. La sua parabola si interruppe nel 2018, per una classica buccia di banana: l’indagine sulla revoca di una multa a un amico sorpreso senza biglietto sull’autobus. Una vicenda di modesta entità, quasi una sciocchezza rispetto ai terremoti giudiziari che hanno travolto ben altri protagonisti, ma sufficiente a costringerlo a lasciare Palazzo Civico.
Da allora è rimasto lontano dalle prime file, ma mai dalla politica. Ed è proprio a lui che negli ambienti vicini all’iniziativa viene attribuita l’elaborazione dell’Operazione Carpisa. Lui, naturalmente, minimizza, si schermisce: «Al massimo riassumo un malessere diffuso e una voglia di cambiamento che per ora è rimasta vaga... io l’ho solo ordinata».
La “breccia” della sfida
Il cuore dell'operazione è racchiuso in un documento interno di ventiquattro pagine che circola ormai da qualche settimana ed è finito sul tavolo dello Spiffero nonostante le raccomandazioni impartite. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: “Operazione Carpisa. Una breccia civica per Torino 2027”. Non un manifesto ideologico, ma un’analisi dettagliata del quadro politico torinese.
La tesi è semplice quanto convincente. «Non esiste un crollo, ma esiste una breccia. Una breccia non si attraversa con una candidatura testimoniale; si attraversa con tempi anticipati, squadra visibile, agenda concreta e capacità di costringere gli altri candidati a inseguire». Secondo gli estensori del report il centrosinistra resta competitivo, Lo Russo mantiene il vantaggio dell’incumbent, ma Torino non sarebbe affatto una città blindata. La chiave starebbe nell’astensione e nella possibilità di mobilitare quell’elettorato moderato, civico e deluso che oggi non si riconosce né nella sinistra né nella destra.
Il primo da battere è Marrone
Qui il documento compie il salto politico più interessante. L’obiettivo dichiarato non è affatto battere Stefano Lo Russo al primo turno. Anzi, gli estensori danno quasi per scontato che il sindaco uscente arrivi primo. La partita vera si gioca sul secondo posto.
L’analisi parte da un assunto preciso: Lo Russo conserva una base elettorale sufficientemente solida per chiudere il primo turno davanti a tutti. Il problema, spiegano gli autori, è un altro. Se venisse trascinato al ballottaggio, la partita ricomincerebbe praticamente da zero. Per questo il documento individua come bersaglio immediato Maurizio Marrone, immaginato come candidato del centrodestra. Non tanto perché venga ritenuto debole, quanto perché sarebbe vulnerabile su due fronti contemporaneamente.
Da una parte il suo essere uomo di governo. «Marrone è oggi vicepresidente della Regione Piemonte e assessore», osserva il dossier, e proprio per questo «non potrebbe presentarsi come pura alternativa esterna al potere». La domanda che gli verrebbe rivolta sarebbe inevitabile: se Regione e Governo sono già nelle mani del centrodestra, «che cosa è stato fatto su casa, welfare, sanità territoriale, lavoro, periferie e politiche sociali?».
Dall’altra, la possibile concorrenza alla sua destra. Gli estensori ipotizzano infatti una candidatura riconducibile all’universo vannacciano capace di sottrarre a Marrone una quota del voto identitario, erodendone il consenso proprio mentre una parte dell’elettorato moderato potrebbe invece scegliere il candidato civico. Il risultato sarebbe abbassare la soglia necessaria per conquistare il secondo posto.
È qui che compare il numero chiave dell’intera operazione: 95-115 mila voti. Non servirebbero per vincere le elezioni, ma potrebbero bastare per soffiare il ballottaggio al centrodestra. «Il problema non è superare Lo Russo al primo turno. Il problema è superare Marrone».
Ed è proprio qui che gli autori intravedono la vera vulnerabilità del sindaco. Perché la convinzione che attraversa tutto il dossier è che Lo Russo sia forte finché corre da favorito al primo turno, ma diventi molto più esposto in un testa a testa finale, quando l’elettorato moderato, civico e una parte della stessa destra potrebbero convergere sull’alternativa percepita come più competitiva. Il ballottaggio, insomma, non viene considerato il traguardo, ma il terreno sul quale la partita cambierebbe completamente natura.
Saracco come idealtipo
Ed è qui che riappare Guido Saracco. Nel documento il suo nome compare esplicitamente, ma con una precisazione significativa. Non viene indicato come candidato già coinvolto nell’operazione, bensì come “ipotesi di lavoro”, il modello ideale del profilo da cercare: competente ma non tecnocrate, civico, istituzionale, conosciuto, non identificabile con uno schieramento di partito.
Da quando ha lasciato il Politecnico nelle mani di Stefano Corgnati, Saracco si è dedicato con grande successo alla divulgazione, all’attività di saggista, ai social, ai video e ai numerosi incarichi pubblici. È inevitabile che il suo nome sia il primo della lista dei desideri. Se e quando verrà davvero sondato è ancora tutto da vedere. Ma il solo fatto che il suo profilo sia tornato a circolare basta a rimettere in moto una storia che sembrava definitivamente archiviata. E per Lo Russo, che al Politecnico insegna da anni e con Saracco non ha mai avuto rapporti particolarmente cordiali, il solo riaffacciarsi di quell'ipotesi ha un sapore ancora più indigesto.
“Meno città raccontata, più città che funziona”
Il documento è anche un manuale di campagna elettorale. Propone di uscire già nell’autunno del 2026, presentando non soltanto il candidato ma addirittura una sorta di giunta ombra, con figure dedicate a bilancio, welfare, urbanistica e relazioni internazionali. «Non presentiamo solo un candidato. Presentiamo una squadra di governo», suggeriscono gli autori. E ancora: «Torino non deve scegliere fra continuità e destra ideologica. Può scegliere competenza, indipendenza e governo».
Lo slogan conclusivo sintetizza tutta la filosofia dell’operazione. «Meno città raccontata. Più città che funziona». Se diventerà davvero una candidatura è presto per dirlo. Ma nella politica torinese le idee, spesso, contano meno del momento in cui iniziano a circolare. E questa, per Stefano Lo Russo, è probabilmente la notizia peggiore. Perché il nome che sei anni fa riuscì a neutralizzare con una lunga battaglia interna al Pd è tornato a emergere dalle viscere di Palazzo Civico. E, in politica, gli spettri non bussano mai per caso.


