Camera con vista sull'Autonomia.
La Lega teme lo sgambetto di FdI
Davide Depascale 17:27 Giovedì 16 Luglio 2026
Via libera dal Senato alle pre-intese per Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto. Ora l'esame passa a Montecitorio, dove il Carroccio sospetta che la Meloni possa restituire la pariglia dopo la bocciatura dell'emendamento sulle preferenze
L’autonomia fa un passo avanti, ma potrebbe non bastare. Il Senato ha dato il via libera alle pre-intese sull’autonomia differenziata con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, riaccendendo il percorso della riforma simbolo della Lega. Dopo il primo voto sulla Liguria, Palazzo Madama ha approvato anche gli schemi preliminari relativi alle altre tre Regioni del Nord, aprendo la strada all’esame della Camera previsto per la prossima settimana.
Un passaggio che, almeno formalmente, conferma il rispetto della tabella di marcia indicata dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, deciso ad “andare fino in fondo” nel completamento dell’iter fino alla definitiva approvazione. Ma dietro l’apparente compattezza della maggioranza si muovono tensioni che rischiano di trasformare il voto di Montecitorio in un delicato banco di prova per gli equilibri del centrodestra.
L’emendamento della discordia
Nel Carroccio, infatti, prende corpo il timore che proprio alla Camera possa consumarsi una frenata politica sul suo provvedimento bandiera, come conseguenza diretta dello scontro interno sulla legge elettorale. Il riferimento è a quanto accaduto durante l’esame dell’emendamento che avrebbe reintrodotto il sistema delle preferenze. La proposta è stata bocciata per un solo voto – 188 contrari contro 187 favorevoli – a causa dell'assenza o del voto difforme di alcuni parlamentari della stessa maggioranza.
Un episodio che, nei corridoi parlamentari, viene letto come il segnale più evidente dell’esistenza di franchi tiratori nella coalizione, con ogni probabilità provenienti in larga parte dalle fila della Lega, con il suo leader Matteo Salvini e gli altri principali esponenti che si son detti da subito scettici sulla reintroduzione delle preferenze, fino a raggiungere un compromesso che ha portato a un emendamento che prevedeva la presenza di un listino con un capolista bloccato. Ma non è bastato ad evitare che venisse affossato sotto i colpi dello scrutinio segreto.
La ripicca della premier
È da qui che nasce la preoccupazione per il prossimo passaggio parlamentare sull'autonomia. In ambienti della Lega si teme che Giorgia Meloni possa non spendersi fino in fondo per blindare il voto della Camera o, nella peggiore delle ipotesi, lasciare spazio a nuove defezioni della maggioranza, trasformando l'autonomia nella risposta politica alla partita persa sulle preferenze. Una sorta di regolamento di conti interno, destinato a riequilibrare i rapporti di forza all’interno della coalizione.
Com’è naturale che sia, nessuno all’interno del centrodestra parla di ritorsioni. Al contrario, il ministro Calderoli continua a mostrare ottimismo: “Il cammino delle intese preliminari prosegue in Parlamento, nel pieno rispetto dei tempi. Oggi è arrivato l'ok del Senato e la settimana prossima inizierà l’esame alla Camera, mantenendo un ritmo costante. Passo dopo passo la meta si avvicina sempre di più”, ha dichiarato, ribadendo la volontà di proseguire senza arretramenti.
Il calendario prevede che, dopo il voto definitivo di Montecitorio, il Consiglio dei ministri deliberi gli accordi con le quattro Regioni e presenti entro 45 giorni i relativi disegni di legge alle Camere. Si tratta del secondo tempo di un percorso avviato lo scorso febbraio con il via libera del governo agli schemi preliminari di intesa.
Le opposizioni protestano
Sul fronte delle opposizioni, invece, la contestazione resta netta sia sul piano politico sia su quello costituzionale. Nella risoluzione depositata al Senato, i parlamentari di minoranza della Commissione Affari Costituzionali sostengono che il governo stia riproponendo un impianto che non recepisce pienamente i principi indicati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 192 del 2024.
Secondo i firmatari, gli schemi di intesa sarebbero privi delle necessarie istruttorie, non garantirebbero preventivamente i livelli essenziali delle prestazioni né il rafforzamento della perequazione territoriale e rischierebbero di ampliare le disuguaglianze tra le diverse aree del Paese, in particolare nei settori della sanità, della protezione civile, delle professioni e della previdenza complementare.
Voto di scambio
Le opposizioni, inoltre, hanno denunciato quello che definiscono uno “scambio politico” tra autonomia differenziata e riforma della legge elettorale, sottolineando la concomitanza dei due dossier nell'agenda parlamentare. Una lettura respinta dalla maggioranza, ma che si intreccia con le tensioni emerse nelle ultime ore all'interno dello stesso centrodestra.
Per questo il voto della Camera assume un significato che va oltre il merito delle pre-intese. Se il Senato ha certificato la tenuta formale della maggioranza, sarà Montecitorio a misurare quella politica. E proprio lì la Lega teme che il conto della sconfitta sulle preferenze possa essere presentato, trasformando il dossier più caro a Calderoli nel terreno di una silenziosa ma pesante resa dei conti interna alla coalizione.


