ECONOMIA DOMESTICA

Invasi dalla plastica cinese, raccolta e riciclo in tilt

Prezzi stracciati della materia vergine e impianti piemontesi al limite. Il mercato dell'economia circolare si è inceppato. L'assessore piemontese Marnati chiede l'intervento del governo prima che i depositi si trasformino in enormi cimiteri di polimeri. Ipotesi dazi

Ogni anno in Piemonte vengono prodotte circa 250 mila tonnellate di rifiuti plastici. Di queste, una parte consistente viene intercettata dalla raccolta differenziata, che nella regione sfiora il 70%, un dato superiore alla media nazionale. Eppure il sistema è sotto pressione come non lo era mai stato prima.

Su scala nazionale il fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti: ogni anno in Italia si producono circa 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Numeri enormi che raccontano un paradosso sempre più evidente. Il problema, oggi, non è tanto raccogliere la plastica, quanto riuscire a riciclarla e reimmetterla realmente nel ciclo produttivo. Quell’economia circolare di cui tanto si parla sembra essersi inceppata, e la Regione guidata da Alberto Cirio, con il suo assessore Matteo Marnati, chiede aiuto al governo. E all'Europa.

L’allarme non nasce soltanto dalle valutazioni del Piemonte. Nelle ultime settimane il Consorzio nazionale Corepla e Conai hanno illustrato alle Regioni uno scenario definito di “pre-emergenza”, prospettando il rischio che, senza interventi strutturali, entro l’autunno possano emergere difficoltà diffuse nella gestione della raccolta differenziata degli imballaggi in plastica. Il tema è stato affrontato anche in un confronto con la viceministra Vannia Gava.

Il punto di svolta

Per comprendere l’attuale crisi bisogna tornare al 2018, quando la Cina introdusse la politica nota come National Sword, interrompendo l’importazione della maggior parte dei rifiuti plastici provenienti dall’Occidente. Per anni Pechino aveva rappresentato la principale destinazione mondiale della plastica destinata al recupero, ma con la chiusura delle frontiere ai rifiuti il sistema internazionale del riciclo è stato costretto a riorganizzarsi in tempi rapidissimi.

La svolta del Dragone ha prodotto un secondo effetto, meno noto ma altrettanto significativo. Parallelamente alla chiusura delle importazioni di rifiuti, la Cina ha continuato a esportare grandi quantità di plastica vergine a prezzi particolarmente competitivi. Per molte aziende europee acquistare plastica nuova proveniente dall’Asia è diventato economicamente più conveniente rispetto all’utilizzo della plastica riciclata prodotta dai consorzi italiani, gravata da costi di lavorazione e dal rispetto di standard ambientali, nazionali e comunitari, molto più stringenti.

Il risultato è un corto circuito del mercato, che manda in tilt il flusso dell’economia circolare. Da un lato la plastica non riciclabile resta in Italia perché non trova più sbocchi all'estero; dall’altro anche parte della plastica riciclabile fatica a trovare un mercato, perché il materiale vergine importato costa meno. Una dinamica che negli ultimi anni è stata indicata dagli operatori della filiera come una delle principali cause della crisi del riciclo europeo, dove l’Italia e il Piemonte non fa eccezione.

Impianti in affanno

Le conseguenze si riflettono direttamente sugli impianti che selezionano e riciclano gli imballaggi plastici. In Piemonte i tre principali Centri di selezione e stoccaggio (Amiat Borgaro, Gaia Asti e A2A Cavaglià) trattano complessivamente circa 194 mila tonnellate l’anno, una capacità teoricamente superiore alla raccolta regionale. Due impianti stanno valutando di aumentare i turni di lavoro, mentre un terzo non dispone di margini produttivi. Segno che il problema non riguarda soltanto la capacità di selezione, ma soprattutto la difficoltà di collocare sul mercato la plastica riciclata. Insomma, quando la domanda di plastica riciclata rallenta gli impianti continuano a ricevere rifiuti dalla raccolta differenziata faticando al contempo a svuotare i magazzini. Così gli stoccaggi aumentano progressivamente, occupando superfici sempre più estese e trasformando aree industriali in enormi depositi temporanei, con tutti i rischi di sicurezza ambientale che ne derivano.

Una situazione che non rappresenta soltanto un problema economico, ma anche logistico e ambientale. L’accumulo di grandi quantità di materiale aumenta infatti i costi di gestione e richiede nuovi spazi destinati allo stoccaggio. Negli ultimi mesi si è fatto sempre più insistente il grido d’allarme sul rischio di saturazione degli impianti e sulla necessità di un intervento nazionale.

Che fare?

Di fronte a questo scenario emergono tre possibili direzioni. La prima, la più drastica, sarebbe sospendere o limitare la raccolta differenziata della plastica. Una scelta che rappresenterebbe un passo indietro clamoroso dopo decenni di campagne di sensibilizzazione, investimenti pubblici e progressi culturali. Ragion per cui resta l’ultima opzione sul tavolo.

La seconda, ben più praticabile, consiste nel potenziare la capacità di trattamento, costruendo nuovi impianti o ampliando quelli esistenti. Una soluzione che potrebbe alleggerire nell’immediato la pressione sugli stoccaggi, ma che tuttavia rischia di affrontare gli effetti senza risolvere alla radice le cause del problema, che continuerebbe a ripresentarsi in maniera ancora più gravosa negli anni a venire.

Parallelamente, tra le soluzioni allo studio c’è anche il futuro Circular Economy Act europeo, destinato a definire le nuove regole dell’economia circolare. Tra le richieste avanzate dalle Regioni vi è quella di riconoscere una sorta di “principio di prossimità”, attribuendo priorità nell’Unione europea all’utilizzo della plastica riciclata prodotta all’interno dei Paesi membri rispetto alle importazioni extra-Ue.

Non solo plastica

Ma la vera preoccupazione degli operatori è che la crisi non si limiti agli imballaggi. Le stesse difficoltà iniziano infatti a interessare le plastiche provenienti dai veicoli a fine vita, dai Raee, dall’agricoltura e da numerose lavorazioni industriali, materiali che non beneficiano delle tutele del sistema Conai e sono completamente esposti alle oscillazioni del mercato. Se il blocco dovesse estendersi anche a queste filiere, il problema assumerebbe dimensioni ben più ampie di quelle attuali.

Torino chiama Roma

È in questo contesto che la Regione Piemonte ha iniziato a sollecitare un confronto con il Governo. L'assessore regionale all'Ambiente, il leghista Marnati, ha chiesto la convocazione di un tavolo istituzionale per affrontare quella che viene descritta come un'emergenza destinata ad aggravarsi se non verranno introdotte misure strutturali.

La preoccupazione è che i depositi attuali continuino a crescere fino a trasformarsi in veri e propri “cimiteri della plastica”: aree sempre più vaste sottratte ad altri utilizzi, agricoli e produttivi, mentre il materiale attende di trovare uno sbocco industriale.

Il paradosso è evidente. L’Italia ha costruito negli anni un sistema di raccolta differenziata tra i più avanzati d’Europa. Oggi, però, il nodo non è più convincere cittadini e imprese a separare i rifiuti, ma garantire che quella plastica abbia davvero un mercato. Se l’economia smette di essere circolare è l’intero paradigma a essere messo in discussione, ed è quello che sta già accadendo.

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