"Non un eroe ma un uomo che ha sbagliato". Cirio corregge il tiro su Roggero
13:42 Sabato 18 Luglio 2026Dopo le critiche di costituzionalisti e giuristi, il governatore piemontese cambia tono, riconosce la colpevolezza del gioielliere ma insiste sulla grazia come gesto di clemenza. Salvini continua a cavalcare il caso, ipotizzando una candidatura nelle liste della Lega
Dopo la valanga di critiche arrivate da costituzionalisti, giuristi e anche da autorevoli esponenti della stessa area liberale di Forza Italia, Alberto Cirio prova a rimettere in asse il messaggio. Se fino a ieri la mobilitazione del centrodestra piemontese era apparsa come una difesa senza sfumature del gioielliere di Grinzane Cavour, oggi il governatore cambia registro. Non arretra sulla richiesta di grazia, ma introduce un distinguo politico e giuridico che finora era rimasto (troppo) sullo sfondo: «Mario Roggero non è un eroe, ma un uomo che ha sbagliato».
A chi gli rimprovera di aver trascinato la massima istituzione piemontese dentro una campagna politica, Cirio risponde con una distinzione destinata a far discutere: il sostegno alla richiesta di clemenza, sostiene, l’ha avanzata da consigliere regionale e non da presidente della Regione. Un distinguo che, visto che le due figure coincidono nella stessa persona, appare ai più piuttosto acrobatico. E a sostegno della tesi porta persino un dettaglio scenografico: il videomessaggio non è stato registrato al quarantesimo piano del Grattacielo Piemonte, ma in un giardino. Come se fossero le aiuole, e non la carica ricoperta, a delimitare il confine tra l’uomo di partito e il massimo rappresentante della Regione.
Una precisazione che suona come un mezzo passo indietro rispetto al clima creatosi nelle ultime ore e che arriva dopo le dure contestazioni rivolte al fronte favorevole alla grazia, accusato di trasformare una vicenda giudiziaria in una bandiera politica.
La correzione del governatore
Parlando ad Asti, Cirio mette alcuni paletti. «La magistratura ha stabilito la colpevolezza e non si può sparare per strada», afferma, riconoscendo esplicitamente quanto stabilito dai tre gradi di giudizio che hanno portato alla condanna definitiva di Roggero a 14 anni e 9 mesi per il duplice omicidio e il tentato omicidio del terzo rapinatore.
Ma il governatore non rinuncia alla richiesta di clemenza. Anzi, ne cambia la chiave di lettura: «La grazia è un perdono che si concede a chi ha commesso un errore, non agli innocenti». Un modo per sganciarsi dalla narrazione di chi continua a sostenere che il gioielliere non avrebbe dovuto essere condannato, senza però abbandonare la linea politica della richiesta al Quirinale.
Nelle parole di Cirio resta infatti forte l’elemento umano: Roggero viene definito «un lavoratore esemplare» che si è trovato «in una situazione limite, con una pistola puntata contro la figlia». Da qui l’appello finale al Capo dello Stato: «Sono certo che Mattarella saprà comportarsi come un buon padre».
Le critiche dei giuristi
Il cambio di tono arriva dopo che numerose voci del mondo giuridico avevano demolito l’impostazione della campagna per la grazia. Il costituzionalista Alberto Cavino, intervenendo sullo Spiffero, ha sostenuto che «non c’è ragione di concedere la grazia a Mario Roggero». Secondo il docente di Upo, nella vicenda non ricorrono né motivi umanitari né ragioni politiche tali da giustificare un provvedimento di clemenza.
Ma soprattutto Cavino punta il dito contro la trasformazione del gioielliere in un simbolo politico. A suo giudizio Roggero, rivendicando pubblicamente il proprio gesto e invitando altri a proseguire la sua battaglia, finisce per sostenere il diritto di uccidere anche fuori dai limiti della legittima difesa. «Non è accettabile – osserva – che esponenti politici con incarichi istituzionali raccolgano il suo invito e diventino la sua voce». Una critica che investe direttamente il centrodestra, accusato di utilizzare la vicenda come strumento di consenso.
Altrettanto netto il giudizio di Gaetano Pecorella, storico avvocato penalista ed ex parlamentare di Forza Italia. Per Pecorella, «ciò che è legittima è la difesa, non l’omicidio». Una volta cessato il pericolo, spiega al Foglio, «ci si sostituisce alla giustizia dello Stato con la giustizia privata».
L’ex deputato azzurro considera tecnicamente e umanamente corretta la sentenza della Cassazione e giudica un errore politico la scelta del suo stesso partito di sostenere la grazia. Secondo Pecorella, così facendo Forza Italia finisce per inseguire la Lega e le posizioni più radicali, rinunciando alla propria tradizione liberale. «Si fa un favore all’estrema destra e si perdono consensi», sostiene, ricordando come il progetto politico immaginato da Silvio Berlusconi fosse quello di una forza moderata, garantista e liberale.
Salvini rilancia e alza la posta
Se Cirio prova a ricondurre la vicenda entro i binari del perdono istituzionale, Matteo Salvini imbocca invece la strada opposta, trasformando il caso Roggero in una vera e propria battaglia politica. Dopo aver trascorso oltre un’ora e mezza con il gioielliere nel carcere di Bollate, il leader della Lega ne ha fatto un lungo racconto pubblico: l’abbraccio all’ingresso e all’uscita, le rassicurazioni alla moglie e alle figlie («mangia, beve e dorme»), le conversazioni sui libri, sulla cucina, perfino sullo studio dell’inglese. Un resoconto quasi domestico, utile a rafforzare l’immagine di Roggero come simbolo dell’«italiano onesto» finito dietro le sbarre.
Da qui il rilancio politico. Salvini ha confermato il pieno sostegno alla richiesta di grazia, ha annunciato che la Lega lavorerà per ampliare ulteriormente il perimetro della legittima difesa e si è spinto fino a ipotizzare una candidatura dello stesso Roggero: «Se fosse possibile candidarlo come rappresentante degli italiani che lavorano, vengono aggrediti e si difendono, ne sarei orgoglioso». C’è un piccolo dettaglio, allo stato attuale insormontabile: l’interdizione dai pubblici uffici comminata tra le pene accessorie della condanna, come ha ricordato l’avvocato Stefano Marcolini fuori dal carcere di Bollate dopo aver incontrato il suo assistito.
Una scelta che va ben oltre la solidarietà. Roggero diventa così una bandiera sulla quale il Carroccio prova a ricompattare un segmento di elettorato, contendendo alla destra più radicale i temi della sicurezza e della giustizia fai-da-te. Non è un mistero che negli ultimi mesi Salvini sia impegnato in una competizione tutta interna all’area sovranista per non lasciare a Roberto Vannacci il monopolio dei messaggi più muscolari. In questo quadro, il caso Roggero offre un terreno ideale per riaffermare la tradizionale cifra securitaria della Lega.
Il paradosso è che lo stesso Salvini, pur riconoscendo che «i tre gradi di giudizio dicono che ha sbagliato», continua a descrivere la condanna come una sostanziale ingiustizia e a trasformare un uomo condannato in via definitiva per duplice omicidio in un simbolo politico. Una narrazione che alimenta inevitabilmente lo scontro con chi mette in guardia dal rischio di legittimare l’idea che la giustizia privata possa sostituirsi a quella dello Stato.
Due linee nel centrodestra
Le dichiarazioni di Cirio fotografano così un equilibrio delicato. Da una parte il governatore non rompe il fronte politico che sostiene la grazia e continua a chiedere un gesto di clemenza al Presidente della Repubblica. Dall’altra prende le distanze dalla rappresentazione di Roggero come emblema assoluto della legittima difesa.
Una correzione lessicale, ma anche politica. Perché mentre la Lega alza la posta, il presidente del Piemonte sembra voler riportare il confronto entro i confini istituzionali: Roggero non è un innocente perseguitato né un eroe da celebrare, bensì un uomo riconosciuto colpevole dalla magistratura che, proprio per questo, può eventualmente chiedere il perdono dello Stato.
Resta da vedere se questo cambio di tono basterà a disinnescare una polemica che lambisce il profilo politico dello stesso governatore. Per uno come Cirio, che da tempo coltiva un ruolo nazionale e non ha mai nascosto il rapporto di stima e interlocuzione costruito negli anni con il Colle, la partita è ben più delicata di una polemica estiva. Perché chiedere la grazia è legittimo; farlo dopo aver trasformato un condannato in un caso politico è un’altra cosa. E proprio al Quirinale, dove l’istituto della grazia viene tradizionalmente sottratto alle convenienze della politica, spetterà l’ultima parola.


