L'abito (antico) fa ancora il monaco
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 19 Luglio 2026Se in Francia i monasteri riaprono, in Italia si continua a fare i conti con vocazioni sempre più rare e comunità in declino. Dalla rinascita di Bellefontaine alla piemontese Novalesa. Le fibrillazioni nella diocesi di Cuneo per la "razionalizzazione". Cambio alla Crocetta
Nella Chiesa non si ascoltano solo cattive notizie, anche se quelle buone spesso rimangono nascoste e non fanno clamore. Una di queste ultime è che proprio l’11 luglio, festa di San Benedetto, ha riaperto dopo la sua chiusura l’antica abbazia di Notre-Dame di Bellefontaine in diocesi di Angers, fondata nel 1120, e che dopo la bufera rivoluzionaria era officiata dai monaci Trappisti i quali, rimasti in pochi e anziani, se ne erano andati. A raccogliere il testimone sono ora i 12 monaci della fiorente Abbaye Sainte Madeleine du Barroux in Provenza fondata negli Anni Settanta da dom Gérard Calvet (1927-2008) che, con il consenso di Roma, segue la liturgia tradizionale e questa, dopo La Garde, è la terza sua “filiazione”.
Ad oggi i monaci sono circa settanta e non mancano i postulanti. «Desidero accogliervi con vera gioia e nel miglior modo possibile» ha detto loro il vescovo di Angers, monsignor Emmanuel Delmas il quale, con il vescovo di Luçon, monsignor Renauld de Dinechin, ha assistito alla prima Messa celebrata dall’abate di Le Barroux dom Louis-Marie de Geyer d’Orth OSB.
Buona notizia a Torino
La buona notizia ha suscitato viva soddisfazione anche a Torino perché non sono pochi i sacerdoti e soprattutto giovani laici e famiglie che da anni si recano laggiù per vivere intense giornate di spiritualità, ma soprattutto per partecipare a quella liturgia che mirabilmente e sobriamente si celebra. In un’epoca in cui tanti conventi, monasteri e abbazie chiudono i battenti per mancanza di vocazioni, vedere insediarsi e ridare vita a un monastero secolare costituisce un vero e proprio evento. Altra fondazione monastica in piena espansione, e che celebra anch’essa con il Vetus Ordo, è l’Abbaye Notre-Dame de Fontgombault (Indre) il cui abate, dom Jean Pateau OSB era presente alla memorabile giornata, segno evidente che il Signore non abbandona la sua Chiesa.
La vita monastica invece in Italia langue da tempo e tutti lo sanno: monasteri come Montecassino, Subiaco e Camaldoli, strutture spesso sovvenzionate e sostenute dagli enti pubblici, vivono una lenta e impietosa agonia, i pochi monaci spesso disertano il coro, bighellonano tutto il giorno o si dedicano alla vendita di prodotti che non producono, fanno le guide, organizzano eventi ecc.
L’unico monastero a salvarsi è Norcia dove i monaci dopo il sisma hanno costruito da soli, con le loro mani e senza aiuti pubblici, un nuovo monastero, hanno vocazioni e attirano fedeli da ogni dove e la domenica non basta più la chiesa e si celebra sotto un tendone. Essi però sono malvisti in quanto celebrano il Vetus Ordo dal vescovo di Spoleto, il valsusino monsignor Renato Boccardo, ex aitante cerimoniere pontificio che ebbe la carriera diplomatica interrotta quando stava alla nunziatura di Parigi e che ora fa il progressista.
Il caso della Novalesa
Del tutto singolare in Piemonte è il caso di Novalesa, antico monastero della Val Cenischia, ripopolato nel 1973 dai monaci benedettini e di proprietà della Città Metropolitana, aggregata all’Abbazia di San Benedetto d’En-Calcat a Dourgne in Francia. Di essa è priore amministratore MichaelDavide Semeraro, schierato su posizioni di oltranzismo teologico e liturgico estremo per cui non stupisce affatto che i monaci si contino sulle dita di una mano.
In effetti per chi da monaco desidera o vuole solo vocazioni “buone”, esse rappresentano degli inutili impicci che ritardano la trasformazione in strutture ricettive o “centri di spiritualità”. Alcuni addirittura teorizzano la bellezza della mancanza di vocazioni che, allorquando arrivassero, e di sicuro non arriveranno, potrebbero rappresentare un problema. Veramente ex fructibus cognoscetis eos (Mt 7,16), quindi non c’è da preoccuparsi. Con tali premesse e con questi numeri è solo questione di tempo...
Cuneo in fibrillazione
L’aver sollevato il velo sulla situazione della diocesi di Cuneo ha provocato nelle sacrestie di tutta la Granda un gran clamore, anche perché il buon Popolo di Dio, a quanto pare, non ne sapeva quasi nulla. Antonio Ferrero sulla Stampa ha tentato una difesa d’ufficio del progetto avviato addossando tutta la colpa alla laicizzazione della società e al calo demografico e per cui il percorso avviato appare inevitabile, anzi, sarà l’occasione – pensate un po’ – per «accelerare un ruolo finalmente da protagonisti dei laici».
Qualche dubbio, tuttavia, lo stesso Ferrero lo avanza e cioè se «una così radicale razionalizzazione verrà assorbita e metabolizzata dai fedeli senza contraccolpi» oppure determinerà «uno scollamento con parte della base dei fedeli che, di fatto, rischiano di vedere il sacerdote ridotto esclusivamente alla figura del celebrante della Messa». Naturalmente nessuno si chiede come, in tante analisi sociologiche, non compaia mai – trattandosi di Chiesa e non di un’azienda – alcun richiamo al soprannaturale. Forse perché si dà per scontato che il padrone della messe non chieda più preghiere affinché arrivino nuovi sacerdoti (Mt 9,37) ma si occupa prevalentemente di edilizia e gestione dei beni ecclesiali.
Un indizio per capire quale visione di Chiesa abbiano gli ideologi che hanno ideato per il vescovo Piero Delbosco la sua cura da cavallo, lo si trova nel bel pellegrinaggio che la stessa diocesi di Cuneo-Fossano organizzerà in ottobre. Chi pensa ai soliti santuari mariani però si sbaglierebbe perché si percorreranno le orme di tre profeti della «Chiesa conciliare» e della sinistra ecclesiale: Lorenzo Milani, Ernesto Balducci e Giorgio La Pira. Ma mentre i primi due rientrano perfettamente nel cliché costruito su di loro dal mainstream, sul terzo abbiamo qualche dubbio perché il “sindaco santo” di Firenze non solo si batté strenuamente per il referendum sull’abolizione del divorzio schierandosi per il Sì, ma nel 1976, aderendo all’invito del suo amico di sempre Amintore Fanfani, si candidò come capolista per la Dc alle elezioni.
Cambio della guardia alla Crocetta
Permane e si allarga lo scontento dei parrocchiani della Crocetta per l’inopinato e ingiustificato spostamento (i cui veri motivi sono noti soltanto ai vertici all’alleanza psico-affettiva) del parroco don Francesco Santamaria e molti di loro, professionisti e dirigenti adusi nella vita civile a non farsi prendere in giro e non credere alle favole, si chiedono perché invece non sia stato finalmente pensionato l’immarcescibile parroco de facto monsignor Guido Fiandino.
In compenso arriverà un collaboratore parrocchiale nella persona di don Adah Thomas Jean Francois Régis Adjenou. Riuscirà questi, insieme al nuovo parroco il boariniano di seconda fila don Franco Padrevita, al compito che gli è stato precipuamente affidato e cioè “defiandinizzare” la parrocchia? Una profezia possiamo però avanzarla: don Franco riuscirà certamente a soppiantare don Guido nell’egemonia che egli esercita da sempre con le pie donne della parrocchia e questo potrebbe rappresentare il colpo di grazia per l’ex eminenza grigia della diocesi.
Così si correrà ai ripari per far digerire delle nomine e degli spostamenti che hanno suscitato ovunque malumori e strascichi polemici con una bella nuova pensata dove i registi occulti non compaiono ma presenziano. Il 2 settembre prossimo tutto il Consiglio episcopale al completo (Giraudo, Aversano, Rivella, Roselli, Pozzoli, Giglioli) incontrerà «quanti vivono l’esperienza di un nuovo ingresso parrocchiale» per una giornata intera di «formazione e accompagnamento». Il programma della giornata prevede il «racconto dei processi in corso» e un dialogo sulla Chiesa «pluriministeriale» tenuto da don Michele Roselli e da una «ministra istituita». Riuscirà il sinedrio a convincere i non convinti e a far passare l’idea di una condivisione che non c’è stata, prima che nel merito soprattutto nel metodo, e che è stata calata dall’alto? Speriamo almeno non si invochi la Chiesa sinodale.
Salza in Curia
Con un incredibile e lungo comunicato nel quale enumera tutte le sue benemerenze e celebra se stesso, il parroco della Gran Madre, don Paolo Fini, prende congedo da direttore dell’Ufficio diocesano della pastorale della salute della diocesi Torino comunicando che il suo successore sarà Marco Salza, presidente dell’Associazione religiosa Istituti socio-sanitari (Aris) e fino a poco tempo fa direttore del Presidio San Camillo. Con la sua nomina un altro laico si aggiunge agli attuali direttori di Curia.


