STATO & REGIONI

Autonomia, corsa contro il tempo. Zavorra dei conti per il Piemonte

Da Montecitorio riparte l'iter delle pre-intese. La Lega canta mezza vittoria, ma tra tensioni nella maggioranza e ipotesi di voto anticipato la storica bandiera del Carroccio rischia ancora di restare nel cassetto. Cirio alle prese con la sostenibilità finanziaria

Dopo il primo via libera del Senato, l’autonomia differenziata torna oggi nell’Aula della Camera. Lunedì 20 luglio prenderà infatti il via la discussione generale sugli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le quattro Regioni del Nord – Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria – che chiedono ulteriori competenze in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, oltre che tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica. Stesse materie richieste, stessi passaggi, perfino le formulazioni utilizzate risultano praticamente sovrapponibili. Una curiosa uniformità per un provvedimento che nasce proprio con l’obiettivo di valorizzare le specificità dei territori. Ma tant’è.

Se, come appare probabile, anche Montecitorio approverà le risoluzioni già licenziate da Palazzo Madama, l’iter entrerà nella fase successiva: Palazzo Chigi dovrà sottoscrivere le intese definitive con le Regioni e, entro 45 giorni, trasformarle in altrettanti disegni di legge da riportare nuovamente davanti al Parlamento. Insomma, altro che traguardo. Più che il rettilineo finale, è l’ennesimo tornante di una salita che lo stesso Roberto Calderoli definisce in maniera assai efficace una “via crucis”.

Il Golgota di Calderoli

«È quasi una salita al Golgota, ma io non mi fermo», ha detto il ministro leghista. L’immagine biblica rende l’idea più di tanta propaganda a buon mercato. Perché, al netto dell’entusiasmo esibito dalla Lega, la strada resta disseminata di ostacoli.

Calderoli continua a ripetere che «passo dopo passo la meta si avvicina», mentre Matteo Salvini, quasi a voler riallacciare un filo con le antiche radici, ha rispolverato i nomi di Umberto Bossi e Roberto Maroni per celebrare quello che considera un successo storico.

Ma proprio dentro il Carroccio il clima racconta qualcosa di diverso. Nelle feste estive del partito ricompare ovunque Alberto da Giussano, simbolo della vecchia Lega nordista, mentre il nome di Salvini finisce spesso sullo sfondo. E così si assiste a un gustoso paradosso: la battaglia identitaria che dovrebbe rafforzare il segretario rischia invece di alimentare quella nostalgia bossiana che da mesi serpeggia tra amministratori e militanti.

Il Piemonte e il nodo dei conti

Se il Veneto e la Lombardia possono rivendicare bilanci relativamente solidi, il Piemonte arriva al tavolo con un problema che è indubbiamente una pesante zavorra. A sollevarlo è il vicepresidente di Italia Viva Enrico Borghi, secondo cui la Regione guidata da Alberto Cirio «è in deficit e oggi non potrebbe accedere all’autonomia». Un rilievo accompagnato da una domanda destinata a pesare anche nelle prossime settimane: dove troverà il Piemonte le risorse per finanziare le nuove competenze?

Borghi e la senatrice Silvia Fregolent hanno presentato un ordine del giorno proprio su questo punto, accusando la Regione di chiedere l’autonomia senza spiegare come sosterrà economicamente le funzioni che intende acquisire. Resta l’impressione di un’autonomia scritta con il ciclostile: quattro Regioni che chiedono di essere diverse presentando quattro testi praticamente uguali. Proprio il contrario di ciò che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare lo spirito del provvedimento. E di un Piemonte al traino.

Il nodo, in verità, non è soltanto politico. Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio ha espresso perplessità sull’impatto delle intese sui conti pubblici, mentre le stesse pre-intese rinviano a una successiva definizione dei meccanismi finanziari. In poche parole, siamo di fronte a una sorta di cambiale: il principio viene approvato oggi, ma il conto arriverà dopo. E proprio il Piemonte, alle prese con una sanità dai bilanci in sofferenza cronica, rischia di essere uno dei casi più delicati.

Cirio sulle pre intese

Diffidenze e ripicche

L’altro vero convitato di pietra è il clima politico. Le opposizioni continuano a sostenere che le pre-intese siano l’ennesima moneta di scambio dentro la maggioranza. Il Pd parla apertamente di uno scambio tra autonomia e legge elettorale. Borghi rincara definendo le pre-intese «il vuoto pneumatico» e il frutto di un «patto leonino» tra gli alleati. Parole che intercettano un dato difficilmente contestabile: Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia continuano a guardarsi con sospetto, se non addirittura in cagnesco.

La stessa contemporaneità tra il voto sulla riforma elettorale e quello sull’autonomia è stata letta come il tentativo di garantire a ciascun partito la propria bandierina, evitando che qualcuno possa sfilarsi all’ultimo momento. Una fotografia che la clamorosa bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla Camera ha reso ancora più credibile, certificando quanto fragili siano gli equilibri interni al centrodestra.

Il calendario può far saltare tutto

C’è poi un ostacolo ancora più grande della battaglia parlamentare: il calendario. Lo ha detto con estrema chiarezza Giancarlo Giorgetti e Calderoli lo ripete ormai in ogni occasione: se si voterà nella primavera del 2027, l’autonomia salterà. «Lo dico anche agli alleati: se qualcuno pensa di andare alle urne in primavera, scordiamoci l’autonomia», ha avvertito il ministro.

Il motivo è semplice. Dopo il passaggio della Camera serviranno le intese definitive, quindi i disegni di legge, poi il doppio voto parlamentare a maggioranza assoluta. Tutto questo si intreccerà con la legge di Bilancio e con una legislatura ormai avviata verso gli ultimi mesi. Basta un’accelerazione sulla crisi politica o una modifica del calendario elettorale perché quarant’anni di battaglie autonomiste tornino ancora una volta al punto di partenza.

Per questo, nonostante l’esaltazione ostentata dalla Lega, la vera partita comincia adesso. E paradossalmente non si gioca tanto tra maggioranza e opposizione, quanto dentro la stessa coalizione di governo, dove la fiducia reciproca continua a essere la risorsa più scarsa.