"Non a nome dei piemontesi", petizione contro Cirio sulla grazia a Roggero
17:21 Domenica 19 Luglio 2026Raccolta firme promossa dall'ex difensore civico della Regione Caputo, che accusa il governatore di aver travalicato le proprie prerogative istituzionali sostenendo un atto di clemenza riservato al Capo dello Stato. Le critiche del costituzionalista Cavino
La polemica sulla grazia per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’omicidio volontario di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo, dopo aver diviso la politica ora divide anche la rete. Dopo gli attacchi delle opposizioni e le severe critiche di costituzionalisti e giuristi, è una petizione pubblica a chiedere che la Regione Piemonte faccia marcia indietro e ritiri l’iniziativa annunciata da Alberto Cirio.
A promuoverla è Antonio Caputo, presidente della Federazione dei Circoli Giustizia e Libertà, avvocato cassazionista ed ex difensore civico della Regione Piemonte. Un profilo che difficilmente può essere liquidato come quello di un militante e che sceglie di contestare l’operazione sul terreno del diritto e delle prerogative istituzionali.
Un rilievo che si aggiunge a quelli già formulati nei giorni scorsi da autorevoli giuristi. Il costituzionalista Massimo Cavino aveva definito allo Spiffero l’iniziativainiziativa del governatore una «sgrammaticatura istituzionale», osservando come un presidente di Regione non possa sovrapporre il proprio ruolo a prerogative che l’ordinamento riserva ad altri organi dello Stato. Una critica che Cirio aveva provato a disinnescare sostenendo di aver agito «da consigliere regionale» e non da presidente, distinzione talmente aleatoria da non aver convinto nessuno.
“Fuori dalle competenze della Regione”
«In qualità di cittadino della Regione Piemonte, esprimo la mia ferma opposizione alla proposta del presidente della Regione di richiedere la grazia per Mario Roggero, un condannato in via definitiva per un grave reato», si legge nell’incipit della raccolta firme pubblicata su Change.org. Secondo Caputo, l'iniziativa di Cirio rappresenta «una chiara violazione delle prerogative istituzionali», ricordando come nessuna norma attribuisca alla Regione il potere di chiedere la grazia, tanto meno prima ancora della pubblicazione delle motivazioni della sentenza definitiva della Cassazione.
Un rilievo che richiama, quasi punto per punto, quello già formulato nei giorni scorsi dal costituzionalista Cavino, che aveva parlato di una «sgrammaticatura istituzionale», contestando la sovrapposizione tra il ruolo politico del governatore e prerogative che appartengono esclusivamente allo Stato.
“Solo propaganda politica”
La petizione mette il dito nella piaga. «Il presidente della Regione Piemonte si sta impegnando in un atto che ritengo essere semplice propaganda politica, travalicando i limiti del proprio ruolo istituzionale», scrive Caputo. Il riferimento è evidente alla scelta di Cirio di trasformare una vicenda giudiziaria altamente divisiva in una battaglia politica, culminata con l’ordine del giorno depositato in Consiglio regionale e accompagnata da un video in cui il governatore chiedeva la grazia per il gioielliere.
Una posizione che, dopo il vespaio di polemiche, lo stesso presidente ha in parte corretto, precisando che Roggero «non è un eroe, ma un uomo che ha sbagliato» e sostenendo di aver agito non come presidente della Regione bensì come consigliere regionale. Una distinzione che non ha convinto molti osservatori e che, anzi, ha alimentato ulteriori ironie e critiche.
Sul piano strettamente giuridico, peraltro, nessuno degli esperti intervenuti nel dibattito ha escluso in assoluto la possibilità che venga avanzata una domanda di grazia per Roggero. A essere contestato è stato piuttosto il metodo e soprattutto il soggetto promotore. Tra le voci più autorevoli anche quella dell’ex presidente dell’Unione delle Camere penali ed ex parlamentare di Forza Italia Gaetano Pecorella, favorevole alla grazia come istituto previsto dall’ordinamento ma altrettanto netto nel ricordare come essa debba seguire il percorso stabilito dalla legge e non trasformarsi in una bandiera politica o istituzionale.
“Non a nome dei piemontesi”
Il cuore della petizione, però, è soprattutto politico. «È importante che noi cittadini ci facciamo sentire e facciamo sapere che non vogliamo che il nostro nome e la nostra voce siano strumentalizzati per azioni che non riflettono il nostro volere», si legge ancora nel testo.
Da qui la richiesta finale: che la Regione ritiri immediatamente ogni iniziativa sulla grazia e torni entro il perimetro delle proprie competenze. «La giustizia deve fare il suo corso senza interferenze inopportune e il nostro sistema legale deve essere rispettato sempre e comunque».
Una grana per Cirio
Per Cirio, insomma, il caso Roggero è tutt’altro che archiviato. Dopo aver acceso la miccia con un’iniziativa che molti hanno letto anche come un messaggio rivolto all’elettorato più sensibile ai temi della sicurezza, il governatore continua a fare i conti con un effetto boomerang. Alle critiche giuridiche e istituzionali si aggiunge ora una mobilitazione pubblica che contesta non il merito della grazia in sé, ma il fatto che sia stato il presidente della Regione a farsene promotore.
La raccolta firme, insomma, non riapre soltanto il dibattito sul destino di Roggero. Rimette al centro la questione che aveva già diviso politici e giuristi: non tanto se la grazia possa essere chiesta, quanto chi possa farsene promotore e con quali modalità, senza alterare il delicato equilibrio tra politica, giustizia e prerogative del Quirinale.
Una polemica destinata a protrarsi almeno fino a quando non saranno depositate le motivazioni della Cassazione e che rischia di accompagnare ancora a lungo un presidente che, proprio mentre coltiva ambizioni nazionali e rivendica un rapporto privilegiato con il Colle, si vede contestare di aver sconfinato proprio nel terreno delle prerogative del Capo dello Stato.


