La carità del welfare

Quotidianamente si leggono sul web commenti dai contenuti sessisti, razzisti e violenti. Rabbia e odio attraversano i profili delle persone in rete, generando messaggi agghiaccianti, disumani, intrisi di intolleranza ed esclusione. Uno su tutti è emerso in questi giorni dal mare del disprezzo, e riguarda il disagio in cui versano purtroppo molti torinesi.

L’autore del post, ospitato in una pagina dedicata a San Salvario, denuncia la presenza di un “umano vivo” che puzza “come una carogna in putrefazione” accampato davanti a una filiale bancaria del suo quartiere. Il frequentatore dei social, dopo una serie di riflessioni sul degrado umano, conclude chiedendosi “cosa siamo ancora disposti a tollerare” e, infine, auspica di non trovare soggetti simili “sul proprio pianerottolo di casa”, sottintendendo così la responsabilità della pubblica amministrazione nel proliferare di persone sporche e maleodoranti che vivono in strada.

Righe agghiaccianti per il tono usato, freddo e distaccato. Non si trova, scorrendole, nessuna traccia di empatia o di solidarietà umana, e tantomeno traspare la benché minima preoccupazione per il drammatico futuro che attende al varco il senzatetto. La preoccupazione principale è quindi il disagio di chi è costretto a offendere le proprie narici a causa di una persona che non si lava da tempo. Un senso di fastidio, in parte comprensibile, che tuttavia non concede spazio a valutazioni sociali, come ad esempio quelle sulla scomparsa del sistema welfare dalla città. Il commento, crudo e cinico, è alimentato dalla necessità di rimuovere quel fagotto umano, così da evitare che prima poi il clochard vada a dormire sul “pianerottolo di casa” della cosiddetta gente per bene a causa del lassismo delle istituzioni.

In realtà, tali considerazioni sono la cartina tornasole di un clima culturale che, giorno dopo giorno, sta riportando la società indietro di almeno un paio di secoli, cancellando tutte le conquiste che hanno invece caratterizzato la seconda metà del Novecento. La povertà non fa più notizia nelle statistiche ed è diventata un “affare privato” lasciato nelle mani di parrocchie e di associazioni caritatevoli. In alternativa, la miseria viene gestita da coloro che la ritengono intollerabile, e che quindi desiderano solo nasconderla al proprio sguardo, nonché sottrarla alle proprie narici.

Eliminato il reddito di cittadinanza, un intervento sociale invece vigente in tutta Europa, sono stati spenti i riflettori sulla povertà, ormai abbandonata a sé stessa. Non esistono piani pubblici statali, e neppure comunali, indirizzati al contenimento del disagio più grave: è stata rimossa la programmazione degli interventi idonei a ridurre i divari economici tra i cittadini, affidando l’assistenza ai “tacŭn”, alle toppe.

Nelle aule consiliari la povertà non è un argomento da mettere nell’ordine del giorno. I provvedimenti inclusivi sono incentrati soprattutto sui temi immigratori e sanitari, oppure su quelli diretti alla disabilità fisica (escludendo quella psichica). La politica ritiene di poter generare inclusività intervenendo a favore dei redditi medio-bassi, ma senza degnare di attenzione né l’abbandono scolastico né i giovani lasciati soli, diventati così facili prede delle droghe sintetiche. Le categorie che racchiudono chi vive nella deprivazione sono sparite dai radar della politica e anche dall’attenzione di una quota consistente del terzo settore.

La distribuzione dei pacchi alimentari, affidata interamente alle associazioni, rappresenta un intervento importante per lenire i sintomi provocati dalla miseria, ma non ne intacca le cause profonde che la generano. La filantropia che anima i volontari è preziosissima, seppur in alcuni casi costellata dalle stesse distorsioni che accompagnavano i gesti umanitari di metà Ottocento (quando il disagio era considerato una colpa o una malattia che affliggeva gli strati più deboli della società). L’insegnamento stesso delle “buone abitudini finanziarie”, rivolto a chi bussa agli sportelli d’ascolto delle parrocchie, è la prova indiziaria dell’approccio puramente caritatevole dell’aiuto offerto agli indigenti.

Insegnare a non fumare sigarette, a non acquistare un gratta e vinci (spesa dettata dalla disperazione), a non spendere in divertimenti o nell’appagamento dei propri desideri a chi ha una pensione, o un reddito, di 500 euro al mese è una beffa crudele, anziché una boccata d’aria utile a riprendersi dalla stratta alla gola esercitata della povertà.

Le azioni caritatevoli sono un sostegno sostanzioso, ma non può essere l’unico. L’intervento della politica e delle istituzioni non può limitarsi a firmare una delega in bianco ai volontari; occorre invece, necessariamente, che l’azione pubblica si ponga l’obiettivo di rimuovere ovunque l’ingiustizia sociale, che sottrae la dignità alle persone.

Verso la metà del XIX secolo, re Carlo Alberto aveva avviato una corposa serie di riforme che oggi, paradossalmente, sembrano cancellate da un preoccupante regresso culturale. Questo arretramento non solo legittima la legittima difesa con qualsiasi mezzo, sino a diventare omicidio, ma riduce la dignità umana a un mero elenco di buoni intenti vergato sulla Costituzione repubblicana e non tradotto in atti concreti.

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