ALTA TENSIONE

Dalla repressione preventiva alla prevenzione mancata. Giravolta di Avs dopo la guerriglia No Tav

Il campo largo respinge ogni accusa di contiguità con gli antagonisti e punta il dito contro il governo. Ma le posizioni assunte prima e dopo gli scontri in Val di Susa raccontano una storia ben diversa e alimentano nuove polemiche. Quel post di Ravinale

Alla vigilia hanno denunciato la “militarizzazione” della Val di Susa. I Daspo erano liberticidi, i fogli di via una deriva autoritaria, i posti di blocco ai caselli un abuso, le identificazioni preventive una schedatura di massa degna di uno Stato di polizia. Poi sono arrivate gli assalti, le pietre, le molotov e le devastazioni dei cantieri. Centoventisei appartenenti alle forze dell’ordine feriti, quattro mezzi incendiati, ordigni artigianali, bottiglie incendiarie, esplosivi sequestrati, oltre quattrocento identificati, arresti, un milione di euro di danni al solo sito di Chiomonte. Questo il bilancio della guerriglia dello scorso 25 luglio.

Poi è iniziata un’altra battaglia. Quella delle parole. E improvvisamente il problema non è più stata la repressione preventiva. È diventata la prevenzione mancata. Un cortocircuito politico che nessuna nota stampa riesce a nascondere.

La sinistra scopre la prevenzione

Per quasi quarantotto ore il silenzio è stato assordante. Poi sono arrivate, una dopo l’altra, le prese di distanza, pur tra imbarazzi e distinguo. Elly Schlein ha parlato di violenze “inaccettabili” che Giuseppe Conte definisce “intollerabili”. Pd, M5s e Avs ripetono il ritornello: condanna senza se e senza ma, vicinanza alle forze dell’ordine, ma guai ad attribuire alla sinistra responsabilità politiche o contiguità con gli antagonisti. La linea è identica: il vero imputato diventa il governo. Non per aver represso troppo, ma per non aver prevenuto abbastanza.

Così Nicola Fratoianni, il co-leader dei rossoverdi, liquida come “volgare e ignobile” ogni accusa di connivenza e rilancia: «Chiedo al governo come mai non ci sia mai una capacità di prevenzione». L’altra metà del cocomero, il verde Angelo Bonelli, rincara: «Chi non fa prevenzione consente a quelle persone di devastare e ne trae un vantaggio per attaccare noi». Il torinese Marco Grimaldi, vicecapogruppo di Avs alla Camera, parla del fallimento dei decreti sicurezza, la sua pupilla a Palazzo Lascaris Alice Ravinale sostiene che la militarizzazione “non ha impedito un bel niente”.

Tutti, improvvisamente, chiedono prevenzione.

Il post che invecchia malissimo

C’è però un dettaglio che rende la posizione piuttosto claudicante. Basta tornare indietro di pochi giorni. Alla vigilia del Festival Alta Felicità, mentre questore e prefetto disponevano controlli, fogli di via, Daspo urbani e posti di blocco proprio per evitare infiltrazioni violente, la stessa Ravinale denunciava sui social quella strategia come una “repressione preventiva inaccettabile”. Il post è ancora lì.

Secondo la capogruppo di Avs in Regione Piemonte, i controlli ai caselli, le perquisizioni, le identificazioni, le fotosegnalazioni e i provvedimenti del questore erano l’effetto dei “pacchetti Sicurezza del governo Meloni” e rappresentavano una militarizzazione della valle contro chi voleva semplicemente partecipare a “un momento di festa, dissenso e discussione”.

Oggi, dopo i container incendiati, le camionette distrutte, le bombe incendiarie e i 126 agenti finiti in ospedale, quella stessa prevenzione diventa improvvisamente insufficiente. Il problema, evidentemente, non è più la repressione preventiva. È che non avrebbe funzionato. Una tesi che evidenzia perfettamente il paradosso perché se quelle misure erano sbagliate, non si può rimproverare al governo di non aver prevenuto e se invece la prevenzione era necessaria, allora forse quei controlli non erano quella deriva autoritaria raccontata fino a poche ore prima. Le due cose insieme non stanno in piedi.

Il cortocircuito politico

È un ribaltamento che il centrodestra non si lascia sfuggire. Stamattina alla Camera Fabrizio Comba, segretario piemontese di Fratelli d’Italia, ha parlato di “terrorismo premeditato”, la collega leghista Elena Maccanti ha indicato una regia eversiva con base in Askatasuna. Il partito di Giorgia Meloni rilancia addirittura una proposta per estendere il reato associativo ai gruppi che organizzano devastazioni coordinate. Poi è arrivato Edoardo Ziello, luogotenente di Roberto Vannacci, che demolisce l’idea della Lega di far pagare una cauzione agli organizzatori delle manifestazioni. “Pensate davvero che un No Tav venga a chiedere l’autorizzazione per devastare un cantiere?”. La risposta non è arrivata.

Le opposizioni hanno replicano denunciando la “strumentalizzazione” chiedendo un’informativa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ma nel farlo finiscono tutte sullo stesso terreno: quello della prevenzione mancata. L’alessandrino Federico Fornaro (Pd) nel condannare le violenze si è domandato dov’era l'intelligence mentre arrivavano decine di black bloc dall’estero. Grimaldi ha sostenuto che cinque decreti sicurezza e la militarizzazione della valle “non sono serviti a nulla”. Stessa solfa da Chiara Appendino, l’ex sindaca grillina che ha riscoperto una seconda giovinezza barricadera: “Chi aggredisce le forze dell’ordine è un delinquente punto e basta: ai 120 poliziotti, carabinieri e finanzieri finiti in ospedale va tutta la nostra vicinanza. I responsabili devono essere identificati e processati – ha urlato nell’aula di Montecitorio –. Ma la condanna della violenza non può diventare il modo più comodo per evitare le domande. Come è stato possibile un assalto di quelle dimensioni nonostante l’intelligence, i droni e 1.800 identificati in via preventiva? Avevano provato a farci credere che i decreti sicurezza avrebbero risolto tutto, invece perché Meloni e i suoi arrivano sempre dopo, con le passerelle, invece di prevenire?”. Posizioni che stridono con le proteste di appena tre giorni prima contro controlli, identificazioni e misure preventive.

Roma e Torino, la stessa ambiguità

Sia chiaro: nessuno può essere ritenuto responsabile delle azioni criminali di chi lancia molotov o bombe carta solo perché condivide una battaglia politica contro la Torino-Lione. Così come non si può mettere in dubbio la sincerità delle condanne alla violenza.

Poi però ci sono i fatti. Lunedì, in Sala Rossa, mentre il Pd, la Lista Lo Russo, i Moderati e il resto della maggioranza si alzavano in piedi mostrando i cartelli “No alla violenza e alle strumentalizzazioni. Solidarietà ai feriti”, i due consiglieri di Avs, Sara Diena ed Emanuele Busconi, sono rimasti seduti. Un gesto che ha spaccato la stessa maggioranza e ha alimentato le accuse del centrodestra.

Non solo. Quando la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo ha tentato una dichiarazione unitaria di condanna a nome dell’intera Aula, il gruppo rossoverde non ha dato il proprio via libera. Solo successivamente è arrivata una nota con la formula ormai rituale: “Abbiamo sempre condannato le violenze”.

Il problema non è che la sinistra non abbia condannato le violenze. Alla fine lo hanno fatto tutti. Il problema è che ogni condanna è stata accompagnata da un “ma” o da un “però”: ma il governo non ha prevenuto, però la militarizzazione ha fallito, ma la responsabilità è di Meloni, però la Tav resta un’opera sbagliata. E soprattutto c’è chi, fino al giorno prima, definiva “repressione preventiva” proprio quei controlli che oggi rimpiange come insufficienti. È questo cortocircuito, più delle dichiarazioni ufficiali, a rendere poco credibile il campo largo.

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