"Nessun cortocircuito" su No Tav e violenze, ma Avs non stacca la spina
10:42 Mercoledì 29 Luglio 2026Grimaldi e Ravinale: "Abbiamo denunciato misure sproporzionate e inefficaci, non la prevenzione". Però resta l'ambiguità di chi contesta i controlli prima degli assalti, continuando a offrire copertura politica a un movimento che non isola la violenza, anzi la rivendica
Marco Grimaldi, vicecapogruppo Avs alla Camera, e Alice Ravinale, capogruppo Avs in Consiglio Regionale del Piemonte, replicano all’articolo dello Spiffero, Dalla repressione preventiva alla prevenzione mancata. Giravolta di Avs dopo la guerriglia No Tav:
Non c’è nessun cortocircuito. La Valsusa è militarizzata tutti i giorni da tempo, con costi esorbitanti, ma l’assalto al cantiere di Chiomonte è avvenuto in maniera pressoché indisturbata. In vista del festival Alta Felicità ci sono state migliaia di identificazioni e schedature, proseguite poi dopo il festival. Ci sono stati divieti generalizzati di vendita di vetro in svariati comuni, che hanno danneggiato il commercio. Abbiamo denunciato la sproporzione di quell’atteggiamento, e poi abbiamo ribadito un fatto che è evidente a tutti: quelle misure, che hanno colpito peraltro migliaia di giovanissimi, non sono servite. Così come non sono serviti i fermi preventivi di polizia, che per noi restano una misura incompatibile con le garanzie previste dalla Costituzione. È la logica perversa dei decreti sicurezza: si continuano a criminalizzare condotte inoffensive, ora persino di minorenni, nulla cambia dal punto di vista dell'ordine pubblico.
***
Gli esponenti di Avs sostengono che non esista alcun “cortocircuito”. Dicono di aver semplicemente denunciato l’inutilità della militarizzazione della Val di Susa e delle misure preventive. Peccato che la loro replica confermi esattamente il problema. Nessuno ha mai sostenuto che la prevenzione avrebbe dovuto garantire il rischio zero. Nessuno può affermare seriamente che posti di blocco, identificazioni e controlli impediscano matematicamente a qualche centinaio di professionisti della violenza di tentare un assalto. Sarebbe una tesi ridicola. Il punto è un altro.
Prima si contestano le misure preventive perché liberticide, sproporzionate e incompatibili con lo Stato di diritto. Poi, dopo che gli assalti avvengono, si accusa il governo di non aver saputo impedirli. Le due affermazioni continuano a non stare insieme. Se quei controlli erano un abuso, non si può rimproverare allo Stato di non aver controllato abbastanza. Se invece si sostiene che l’intelligence e la prevenzione abbiano fallito (e detto tra noi più di una falla l’hanno mostrata), allora si ammette implicitamente che una prevenzione fosse necessaria. È una contraddizione politica, non giuridica.
Grimaldi e Ravinale continuano a ripetere di aver sempre condannato la violenza. Bene. Nessuno lo ha mai negato. Ma una condanna pronunciata dopo gli scontri non cancella tutto ciò che viene prima e tutto ciò che viene intorno. Perché da anni una parte della sinistra radicale continua a partecipare a iniziative promosse dagli stessi ambienti che costituiscono il retroterra politico dell'ala più violenta del movimento No Tav. Come peraltro entrambi fecero sfilando dietro lo striscione di Askatasuna quel sabato 31 gennaio – convocato con la parola d’ordine “Ci prendiamo la città” – poi terminato in scontri e guerriglia.
Non si tratta di attribuire responsabilità penali. Si tratta di riconoscere una responsabilità politica. Quando si marcia dietro gli stessi striscioni, quando si condividono gli stessi cortei, quando si legittimano gli stessi appuntamenti, è inevitabile offrire una copertura politica a un movimento che continua sistematicamente a produrre episodi di violenza. Ed è esattamente questa ambiguità che continua a essere rimossa.
La storia della sinistra italiana dovrebbe insegnare qualcosa. Negli Anni di piombo il Partito Comunista Italiano comprese che non bastava dire “non abbiamo nulla a che fare con i terroristi”, sebbene molti appartenessero all’album di famiglia. Serviva isolare politicamente chi alimentava quella cultura della violenza. Il Pci non solo non sfilava con chi giustificava le Brigate Rosse ma combatté con fermezza la posizione, assai diffusa in certa intelligencija, di chi teorizzava l’equidistanza (“né con lo Stato né con le Br”), ritenendola un’ambiguità incompatibile con la difesa della democrazia. Anzi, il Pci contribuì in maniera decisiva a spezzare ogni zona grigia.
Furono semmai i gruppi extraparlamentari a indulgere nella formula dei “compagni che sbagliano”, rifiutando una cesura netta con chi aveva scelto la lotta armata. Per fare il verso a De Gregori magari Alice non lo sa, ma al compagno Grim queste cose dovrebbero avergliele raccontate quando in braghette corte frequentava gli ultimi sopravvissuti di via Chiesa della Salute. E comunque, se volete, siamo disponibili a spiegarvi come nacque Prima Linea e il doppio filo con i movimenti dell’epoca, talmente sottile da aver offerto consenso e manovalanza criminale. La differenza tra quel Pci e i suoi supposti eredi è enorme. Ed è quella differenza che oggi stride mentre si arrampicano sugli specchi.
Grimaldi e Ravinale continuano a parlare di “militarizzazione”, “schedature” e “criminalizzazione”. È una scelta politica legittima, ma allora abbiano il coraggio di essere conseguenti. Non si può passare mesi a descrivere lo Stato come il vero problema e poi stupirsi se qualcuno interpreta quella narrazione come una legittimazione dello scontro permanente. Perché il nodo non è soltanto quello che si condanna. È anche quello che si continua a giustificare, minimizzare o accompagnare politicamente.
La vera domanda, quindi, resta senza risposta. Quando decideranno di prendere le distanze non solo dalle molotov, ma anche da chi organizza le piazze in cui quelle molotov, puntualmente, finiscono per comparire? Quella sarebbe una discontinuità politica vera. Finché non accadrà, continueranno a ripetere che non esiste alcun cortocircuito. Ma sarà la realtà, prima ancora degli avversari politici, a smentirli. (bb)


