Ultima spiaggia

Tra pochi giorni daremo l’addio al mese di luglio, accogliendo il periodo dell’anno che rappresenta l’estate per antonomasia: agosto. L’ottavo mese è tradizionalmente associato a immagini di ombrelloni, sdraio e solleone, a cui si aggiungono i classici servizi giornalistici sulle lunghe code in autostrada dovute ai classici esodi estivi.

Sulle spiagge, così come in montagna, diventano d’obbligo la spensieratezza, il disimpegno nonché il divertimento a tutti i costi. I discorsi politici, in via di estinzione anche negli altri mesi, sono banditi mentre sono concessi il gossip e le previsioni meteo. Sin dai tempi del boom economico degli anni ’60, i governi repubblicani hanno scelto regolarmente di approvare i provvedimenti più impopolari proprio nei giorni dell’abbandono estivo: un escamotage che ormai, tuttavia, pare abbia perso efficacia.

Le brutte notizie, purtroppo, non si concedono più alcuna pausa. Chi parte per le vacanze (almeno tra coloro che possono permetterselo) porta con sé un fardello personale di pensieri e affanni che, paradossalmente, aumenta di peso proprio nell’unico momento destinato al relax. Molte persone vogliono comunque vivere al meglio le prossime settimane, consapevoli che in autunno torneranno alla ribalta le guerre, l’austerità e i rincari delle spese scolastiche e familiari. L’aumento dei prezzi di lettini e ombrelloni negli stabilimenti balneari, oltre a rendere esclusivo l’accesso al mare, anticipa la stangata di settembre: un salasso che spesso disturba la ricerca di pace.

Il distributore di carburanti sotto casa, o vicino alla meta delle vacanze, è la vera cartina tornasole dello stato di evoluzione delle crisi belliche internazionali. La speculazione non ha pietà per nessuno, non concede tregua a pensionati e famiglie, non risparmia nemmeno gli automobilisti in cerca di un piccolo posto al sole. Le immagini dei bambini affamati che vagano soli per le macerie di Gaza non scuotono a fondo l’anima degli occidentali tanto quanto il caro benzina: l’unica ossessione capace di spingere gli elettori verso la speranza in una rapida risoluzione del conflitto nello Stretto di Hormuz.

Purtroppo anche il calcio non è più quello di una volta, quando era foriero di distrazione e spensieratezza: per questo tanto caro al potere di turno. Le ultime vicende legate alla nomina del nuovo allenatore della Nazionale italiana testimoniano l’ingresso a gamba tesa, quindi falloso, della politica in tutti gli ambiti della vita civile.

L’ineffabile duo, alfiere della democrazia liberal, Picierno-Calenda ha dato ancora una volta prova di grande apertura mentale, ponendo il veto sulla candidatura alla guida degli Azzurri di Andrea Pirlo, a causa della sua partecipazione a uno spot pubblicitario per la tv russa. Oramai stanchi di interessarsi solo alle concessioni di sale a politici e opinionisti non allineati con il pensiero dominante guerrafondaio, i due deputati hanno puntato il dito censorio contro la Nazionale di calcio: al loro confronto, la commissione McCarthy sembra il club delle Giovani Marmotte.

Mentre i due censuravano quella che hanno definito come l’ennesima manifestazione di vicinanza a Mosca, questa volta da parte del “putiniano” Pirlo, le forze ucraine colpivano una nave battente bandiera iraniana, giustificando l’atto bellico con l’alleanza tra Teheran e il Cremlino. La guerra, quindi, continua a espandersi (anche grazie alle eroiche gesta del guardiano della democrazia occidentale), e chiunque riponesse speranza in un cambio di rotta a Downing Street, al fine di favorire la ricerca di una mediazione a Est, è rimasto deluso. Le immagini del presidente Zelensky che ha recentemente incontrato il neo eletto premier laburista, Andy Burnham, nella base inglese in cui vengono addestrati i militari ucraini, certificano la totale continuità nella politica estera del Partito Laburista inglese.

È quasi miracoloso che sino a oggi l’Europa, impegnata militarmente nel sostegno a Kiev, non sia stata considerata parte belligerante dalla Federazione Russa: uno stato di grazia precario e a tempo determinato. I venti di guerra, sempre più forti e creatori di fastidiosi turbini di sabbia, accompagnano le feste in spiaggia e la gestione a profitto privato di ogni “accesso al mare”.

La spensieratezza è difficile da raggiungere. Neppure le favole che raccontano di una nazione (la nostra) capace di costruire il Ponte sullo stretto di Messina e di concludere, dopo appena trent’anni di cantiere, le opere di servizio (le discenderie) della tratta Tav Torino-Lione riescono a portare un po' di sollievo a pensieri pesanti come macigni.

Qualcuno, guardando il mare, inizia a chiedersi perché si debba pagare (e pure tanto) per usufruire di una spiaggia demaniale; altri, sorseggiando una bibita fresca, riflettono invece sui reali motivi che hanno fatto impennare il prezzo dei carburanti. Al tempo stesso, alcuni giovani pensano ai coetanei ucraini strappati con la forza dalle loro case e obbligati ad andare al fronte, promettendo a sé stessi che non accetteranno mai di andare in guerra. Altri ancora si domandano quanti soldi pubblici verranno sprecati in grandi opere inutili, e soprattutto irrealizzabili, provando una naturale simpatia verso chi si oppone a questi progetti, sia in Val di Susa che sulle due sponde dello Stretto.

Lo scollamento tra la politica e i cittadini è ormai tale da non intravedere possibili riavvicinamenti: pochi eletti pretendono di decidere per tutti, ma nemmeno il mese di agosto riesce più ad addormentare le coscienze dei giovani. Il consenso verso chi sostiene i conflitti o mostra derive autoritarie sembra perdere colpi in Italia come nel resto d'Europa. L’autunno porterà rincari, ma forse anche qualche inaspettata sorpresa.

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