BERLUSCONES

Zangrillo se la fa sotto per le preferenze e irride il partito delle sagre (che l'ha fatto eleggere)

Il ministro e il suo inseparabile palafreniere Rosso impartiscono lezioni sul consenso senza aver mai preso un voto. Peccato che proprio nella loro regione Forza Italia sopravviva grazie a chi il territorio lo frequenta davvero: Cirio e gli amministratori

C’è chi la politica la impara nelle sezioni, chi nei consigli comunali, chi consumando le suole tra mercati, feste patronali e amministratori locali. E poi c’è Paolo Zangrillo. O, come da anni lo chiamano con malcelato sarcasmo nel sottobosco azzurro, Zangrullo, soprannome nato da un celebre refuso della Busiarda e adottato con entusiasmo da militanti e dirigenti di Forza Italia. Un nomignolo che gli è rimasto cucito addosso quasi quanto l’immancabile completo sartoriale.

Saccente e borioso secondo molti dei suoi stessi compagni di partito, parlantina sciolta, modi da manager prestato alla politica, Zangrillo è l’esempio di una carriera costruita tutta ai piani alti. Nessuna gavetta, nessuna lunga militanza, nessun bagno di folla nelle campagne elettorali. Il fratello Alberto, per anni medico personale di Silvio Berlusconi, apre molte porte; Arcore gli consegna direttamente il coordinamento piemontese di Forza Italia quando, malignano berlusconiani della prima ora, forse non aveva nemmeno la tessera in tasca. Da lì il Parlamento, sempre attraverso liste bloccate o collegi uninominali favorevoli, e infine il ministero della Pubblica amministrazione, frutto dei delicati equilibri correntizi del partito, quando era considerato uomo di Licia Ronzulli.

Persino a Moncalieri, città dove risiede, non ha mai sentito il bisogno di metterci la faccia guidando la lista alle comunali. Troppo alto il rischio di trasformare la prova del consenso in una Caporetto elettorale. Molto meglio continuare a viaggiare con il paracadute delle candidature decise a Roma.

Maquillage e gaffe

Negli ultimi mesi, però, sembra essersi scoperto improvvisamente instancabile. Interviste a raffica, televisioni, quotidiani nazionali, agenzie, con una presenza mediatica sconosciuta fino a poco tempo fa. Dietro il cambio di passo c’è il nuovo portavoce, Giampiero Timossi, detto “Timo”: giornalista passato dal Secolo XIX alla Gazzetta dello Sport, da Liberazione a Sky e alla Domenica Sportiva, già addetto stampa del Genoa quando presidente era proprio Alberto Zangrillo. Un professionista della comunicazione chiamato a costruire l’immagine del leader nazionale.

Peccato che basti una frase per demolire mesi di maquillage. È successo ieri durante la tesissima riunione del gruppo di Forza Italia al Senato, convocata per affrontare il nodo delle preferenze nella nuova legge elettorale. Doveva essere un confronto tecnico, si è trasformato in un autentico processo politico ad Antonio Tajani. Per oltre due ore ministri e senatori hanno contestato al segretario di aver trattato con Giorgia Meloni da una posizione di subalternità, cedendo ancora una volta alle richieste di Fratelli d’Italia. Craxi, Galliani, Fazzone, Ronzulli, Lotito, Sisto: uno dopo l’altro gli interventi hanno fotografato un partito insofferente, convinto di pagare sempre il prezzo degli accordi di maggioranza senza portare a casa nulla.

Tajani ha tentato di difendersi evocando il rischio di una bocciatura della legge da parte della Consulta e persino ricorrendo a una metafora calcistica sul Milan del dopo Van Basten. Galliani lo ha gelato ricordandogli che dopo Van Basten arrivò Lapadula e il Milan finì settimo. Alla fine, a certificare la confusione, ci ha pensato il piemontese Roberto Rosso con un laconico “nì”: né sì né no, ma una formula buona a prendere tempo.

Tutti a nome di Marina

Zangrillo, inoltre, ci tiene ad accreditarsi come interlocutore privilegiato della Royal family, lasciando intendere di interpretarne sensibilità e orientamenti. I rapporti con Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, sono noti e mai nascosti, così come l’apprezzamento di cui gode negli ambienti della famiglia. Un conto, però, è avere un canale diretto con la primogenita del Cavaliere, ben altro è spacciarsi come una sorta di quinta colonna o interprete autorizzato del suo pensiero politico. Tanto più che dentro Forza Italia quel rapporto non è certo un’esclusiva del ministro.

Del resto, se c’è un dirigente azzurro che dialoga con continuità con Marina e il suo entourage, quello è Cirio. Da vicesegretario nazionale ha conquistato la fiducia della famiglia grazie al suo profilo equilibrato e alla capacità di tenere unito il partito, tanto da vedersi affidare la regia della stagione congressuale. Un dettaglio che ridimensiona non poco chi ama accreditarsi come interprete esclusivo del verbo di Arcore.

Le sagre di paese

È proprio in quel clima che Zangrillo ha preso la parola, liquidando l’ipotesi delle preferenze con una battuta che lungi dallo stemperare il clima ha semmai gettato ulteriore benzina sul fuoco: «Forza Italia non può essere il partito delle sagre di paese». Un’affermazione che, peraltro, rivela la distanza siderale del ministro dalla realtà del partito che guida in Piemonte.

Perché se oggi gli azzurri continuano ad avere un peso elettorale nella regione, non lo devono certo a una struttura organizzativa particolarmente brillante, ma al consenso personale costruito sul territorio da Alberto Cirio. Un consenso nato esattamente in quei luoghi che Zangrillo sbeffeggia e sembra disprezzare: fiere agricole, feste patronali, proloco, incontri con sindaci e amministratori, chilometri macinati tra paesi e vallate. Insomma, proprio quelle “sagre di paese” che hanno consentito a Forza Italia di restare competitiva mentre il partito perdeva pezzi quasi ovunque.

La coppia dei “paraculi”

Il paradosso diventa ancora più evidente se si guarda a chi, in Piemonte, affianca Zangrillo nella guida del partito. Il suo fedelissimo Roberto Rosso, senatore e vicecoordinatore regionale, uno che ha girato tutti i partiti del centrodestra, è stato scelto proprio per fare da sherpa nella difficile mediazione romana.

Né Zangrillo né Rosso possono essere considerati campioni delle preferenze. Il ministro non è mai stato eletto a Torino o a Moncalieri, la città dove risiede, ma è approdato in Parlamento grazie ai listini bloccati e al peso elettorale costruito ad Alessandria dal venerabile cardinale azzurro Ugo Cavallera. Il torinese Rosso, dal canto suo, è stato eletto nel collegio Piemonte 2, anch’egli beneficiando del sistema delle candidature blindate.

Il Piemonte profondo

È questo il cortocircuito politico. I due uomini che oggi guidano Forza Italia in Piemonte e che più di tutti diffidano delle preferenze devono la loro fortuna proprio a un sistema che evita il confronto diretto con gli elettori. Mentre l’esponente più popolare e forte della regione, Alberto Cirio, ha costruito il proprio consenso esattamente facendo ciò che Zangrillo liquida con sufficienza: girare il Piemonte, presidiare il territorio, partecipare a fiere, feste patronali e sagre.

In altre parole, nella regione delle “sagre di paese”, quelle stesse sagre hanno tenuto in piedi Forza Italia molto più dei listini blindati. E forse è proprio questo che rende la battuta del ministro non solo infelice, ma profondamente rivelatrice.

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