Mps "a ogni costo". Messina risika (Lovaglio e Orcel rosicano)
17:28 Giovedì 30 Luglio 2026Dopo aver sfoderato conti da record, Carlo Magno chiama all'assalto decisivo. Il "whatever it takes" di draghiana memoria è un messaggio ai mercati e agli avversari: la partita che ridisegnerà gli equilibri del credito italiano è arrivata al redde rationem
Se ieri aveva esibito la forza dei conti record, oggi Carlo Messina sfodera il linguaggio della battaglia. Il “whatever it takes” preso in prestito da Mario Draghi non è una semplice citazione a effetto, ma un messaggio indirizzato contemporaneamente agli azionisti di Monte dei Paschi, ai mercati e a Luigi Lovaglio: sull’Opas Intesa Sanpaolo non farà un passo indietro. Per Carlo Magno la conquista di Siena è ormai una missione. E solo completandola potrà trasformarsi nell’imperatore di un gruppo da 2.000 miliardi di euro di masse gestite, destinato a ridisegnare gli equilibri della finanza italiana.
Nell’intervista rilasciata a Cnbc Europe il numero uno di Intesa sceglie una delle frasi più celebri della storia economica recente, quella pronunciata da Draghi nel luglio del 2012 per salvare l’euro. «Posso dirvi, proprio come Mario Draghi, whatever it takes. Quindi questo è un obiettivo che vogliamo realizzare, raggiungere, e faremo del nostro meglio per portare a termine questa operazione di fusione e acquisizione».
Più che una promessa, una dichiarazione d’intenti. Dopo aver presentato utili record e una montagna di dividendi, Messina fa capire che l’Opas su Mps non è un’operazione opportunistica, ma il tassello fondamentale del suo disegno industriale.
La sua banca è diversa
La partita non riguarda soltanto la conquista del Monte. Riguarda ciò che viene dopo. Con Rocca Salimbeni dentro il perimetro di Intesa, il gruppo arriverebbe a gestire circa 2.000 miliardi di euro tra risparmio gestito e asset management. Una dimensione che consentirebbe di anticipare di tre anni gli obiettivi del piano industriale e consolidare quel modello di banca che Messina rivendica da tempo come alternativo a quello dei grandi concorrenti europei.
«Noi abbiamo un modello di business completamente diverso, incentrato sulla gestione e la protezione del patrimonio». Non più soltanto banca commerciale, ma fabbrica del risparmio. È questa la vera ambizione del banchiere.
Scala, tecnologia e meno costi
Messina insiste su un concetto che ripete ormai da anni: più grande significa anche più efficiente. Gli investimenti in tecnologia consentono già oggi di aumentare la produttività e ridurre progressivamente il fabbisogno di personale. Con un perimetro ancora più ampio, sostiene, sarebbe possibile estrarre ulteriori economie di scala e accelerare le sinergie interne. In altre parole, la crescita dimensionale non servirebbe soltanto a fare massa, ma soprattutto a produrre più utili.
“A Siena portiamo serenità”
Accanto ai numeri, Messina torna però a colpire sul terreno della governance. Le tensioni che continuano a scuotere il consiglio di amministrazione del Monte diventano l’argomento con cui presentare Intesa come approdo sicuro.
«Abbiamo presentato una buona offerta agli azionisti di Mps. Ma possiamo anche garantire qualcosa che oggi manca a Mps: la serenità. La trasparenza nel processo di governance. Insomma, qualcosa in grado di creare un porto sicuro per gli azionisti della banca». È la stessa linea già emersa durante la conference call di mercoledì: non soltanto un’offerta economica, ma la promessa di normalizzare una banca che negli ultimi mesi è diventata teatro di continue tensioni interne.
Per convincere gli investitori, Messina aggiunge anche un’altra rassicurazione. L’acquisizione del Monte, sostiene, presenta un «rischio pari a zero» perché si sviluppa interamente all’interno del mercato domestico, quello che Intesa conosce meglio e che rappresenta la sua naturale “zona di comfort”. Un messaggio pensato per distinguere questa operazione dalle grandi fusioni transfrontaliere europee, inevitabilmente più complesse.
La mano tesa a Orcel
Nell'intervista c’è spazio anche per un’apertura ad Andrea Orcel, l’eterno competitore. Messina riconosce che Unicredit ha costruito con successo un modello paneuropeo, pur ribadendo che Intesa percorre una strada diversa. «Siamo due giganti in termini di capitalizzazione di mercato. Siamo due pilastri del mercato azionario italiano. E lasciatemi dire anche che siamo amici e che potremo collaborare anche in futuro in diversi ambiti». E mentre parlava c’è chi giura di aver visto un’ombra allungarsi sul naso. Parole che molti leggono già in prospettiva Generali, dove i due istituti potrebbero ritrovarsi con pesi sempre più rilevanti dopo la conclusione del risiko.
I tre colpi sparati a Lovaglio
Il “whatever it takes” arriva dopo una giornata in cui Messina aveva già scelto di passare all’attacco. Approfittando dei risultati record del semestre, il numero uno di Intesa aveva smontato, uno dopo l’altro, alcuni degli scenari su cui starebbe lavorando il vertice del Monte per costruire l’alternativa con Banco Bpm.
Prima il possibile dividendo straordinario, ricordando che servirebbero assemblea e autorizzazione della Bce e ironizzando: «Mi rendo conto che per loro è difficile da accettare, ma sono in passivity rule». Poi l’ipotesi di vendere il 13% di Generali per finanziare l’operazione con Banco Bpm: una scelta che, secondo Messina, farebbe perdere al titolo Mps tra il 20 e il 30%, inducendo Intesa a riconsiderare l’Opas. Infine la stoccata politica sulla governance, mentre a Siena infuria l’ennesimo scontro nel consiglio di amministrazione.
Segno che il tempo delle schermaglie è finito. Carlo Magno ha ormai dato l’ordine di avanzare.


