Piemonte "sbancato", ma il risiko riempie i forzieri delle Fondazioni
07:00 Lunedì 03 Agosto 2026Le grandi fusioni ridisegnano i conti degli enti: Compagnia di San Paolo, Crt e Fondazione Crc vedranno crescere sensibilmente i dividendi nonostante la riduzione dell'azionariato nelle rispettive banche. Il caso Asti racconta l'altra faccia della medaglia
Meglio essere un grande azionista di una banca piccola o un piccolo azionista di una banca grande? Il risiko bancario di questi mesi ha già dato la risposta: per le fondazioni piemontesi conviene contare meno dentro una banca che vale e guadagna molto di più. La loro fetta percentuale si assottiglia, diluita dalle nuove azioni emesse per finanziare acquisizioni e scambi, ma la torta cresce a una velocità tale da far aumentare comunque – e spesso in maniera considerevole – la cedola incassata.
È quanto accadrà alla Compagnia di San Paolo e alla Fondazione Cr Cuneo con l’Ops di Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi. Ed è quanto potrebbe avvenire alla Fondazione Crt con l’integrazione tra Unicredit e Commerzbank. Con un’ulteriore accelerazione qualora, in un futuro che potrebbe non essere così lontano, Piazza Gae Aulenti tornasse davvero all’assalto di Banco Bpm.
Meno peso relativo, dunque, ma molti più soldi. Una lezione che dovrebbe essere studiata anche ad Asti, dove la fondazione continua ad avere quasi un terzo di una banca di dimensioni regionali, difficile da valorizzare e finora riluttante a confluire in un gruppo maggiore.
Resta da vedere se questa gigantesca moltiplicazione della ricchezza finanziaria si tradurrà in altrettanto benessere per il Piemonte. Perché una cosa è far crescere i forzieri, un’altra è far arrivare il denaro alle imprese, alle famiglie e ai territori.
Il Palio della Compagnia
L’operazione più imponente è quella lanciata da Intesa su Rocca Salimbeni. Se andrà in porto, entro fine anno nascerà un gruppo con quasi 1.200 miliardi di attivi, oltre 16 miliardi di utili attesi al 2029 e circa 2,9 miliardi di sinergie annue. Numeri che si tradurranno in una massa di dividendi molto superiore a quella garantita oggi dalla sola Ca’ de Sass. Ed è proprio qui che entra in gioco l’interesse delle fondazioni piemontesi: pur vedendo ridursi la loro quota percentuale nel capitale, si ritroveranno a spartirsi una torta molto più grande.
La principale beneficiaria è la Compagnia di San Paolo, guidata da Marco Gilli. Oggi detiene circa il 6,63% di Intesa Sanpaolo, una partecipazione che vale sul mercato 6,8 miliardi, all’interno di un patrimonio complessivo valutato in circa 13 miliardi. Nel 2025 la quota ha prodotto dividendi stimabili in circa 434 milioni di euro, contro poco più di 318 milioni nell’esercizio precedente. Per il 2026, prima ancora di calcolare gli effetti dell’integrazione con Siena, il flusso attribuibile alla partecipazione può avvicinarsi ai 495 milioni: circa 251 milioni con l’acconto di novembre e il resto con il saldo atteso nella primavera del 2027.
Con l’emissione di un massimo di circa 5,7 miliardi di nuove azioni destinate agli azionisti di Mps, il peso della Compagnia dovrebbe scendere attorno al 5,1%. Una diminuzione rilevante sul piano formale e nei rapporti di forza dell’azionariato, nel quale BlackRock potrebbe salire al primo posto con circa il 5,4%. Eppure la cassa di corso Vittorio Emanuele non ne soffrirebbe. Anzi. Le proiezioni collegate all’offerta indicano un primo flusso post-operazione superiore ai 560 milioni sull’esercizio 2026, circa 130 milioni in più rispetto al profilo che avrebbe avuto la sola Intesa senza Mps. A regime, con utili oltre i 16 miliardi e payout cash al 75%, la cedola teorica potrebbe spingersi sopra i 600 milioni annui.
La Compagnia sarebbe dunque meno dominante percentualmente, ma assai più ricca in valore assoluto. Il vecchio azionista di riferimento si trasformerebbe sempre più in uno dei grandi soci stabili di una banca ormai europea per dimensioni, circondato da fondi globali come BlackRock, Vanguard, Amundi, Fidelity e Norges Bank.
Cuneo, la piccola miniera
Lo stesso meccanismo vale per la Fondazione CrC, presieduta da Mauro Gola, che oggi possiede circa l’1,05% di Intesa. Nel 2024 la partecipazione ha fruttato 64,2 milioni di dividendi; nel 2025 l’incasso è salito a 71,2 milioni, con una crescita di quasi l’11%. Per il 2026, nello scenario autonomo di Intesa, il flusso può essere stimato attorno ai 79 milioni.
Eppure Cuneo era partita da una posizione apparentemente molto più forte. Prima dell’offerta del 2020 possedeva il 5,91% di Ubi Banca ed era uno dei suoi principali azionisti istituzionali. Inizialmente giudicò ostile e irricevibile l’assalto di Intesa, ma cambiò posizione dopo il rilancio economico deciso da Carlo Messina. Le azioni Ubi furono convertite in titoli Intesa e la fondazione entrò nel nuovo gruppo con appena lo 0,63%. Successivamente, ottenuta l’autorizzazione del ministero dell’Economia, investì altri 154 milioni, acquistando circa 80 milioni di azioni e portandosi all’attuale 1,05%.
Quella che sembrava una drastica perdita di peso si è rivelata una moltiplicazione della redditività. Con Mps, la percentuale potrebbe scendere ancora, nell’area dello 0,81-0,84%, mentre il primo flusso complessivo post-offerta viene stimato attorno agli 89 milioni: oltre dieci milioni in più rispetto allo scenario autonomo e circa il 25% sopra i dividendi incassati nel 2025. A Palazzo Vitale hanno perso i decimali del potere bancario, ma hanno guadagnato decine di milioni da distribuire sul territorio.
Crt, la cedola tedesca
Sull’altra sponda del risiko c’è la Fondazione Crt, azionista storico di Unicredit, guidata da Anna Maria Poggi. La quota, oggi poco superiore al 2%, ha prodotto negli ultimi anni una crescita poderosa dei flussi finanziari. Nel 2023 i dividendi complessivi incassati dalla fondazione erano stati 138,9 milioni. Nel 2024 sono saliti a 219,7 milioni e nel 2025 a 233,7 milioni. Il patrimonio netto della fondazione ha ormai raggiunto 2,85 miliardi. Per il 2026 le stime indicano proventi cedolari nell’ordine dei 250-256 milioni.
Nel frattempo Unicredit ha portato al 49,65% la propria esposizione complessiva su Commerzbank e prevede di consolidare integralmente la banca tedesca entro la fine dell’anno. Il controllo verrà realizzato in larga parte attraverso uno scambio “carta contro carta”: nuove azioni in cambio dei titoli dell’istituto tedesco, senza bruciare miliardi di liquidità e senza comprimere eccessivamente il coefficiente patrimoniale Cet1.
L’altra faccia dell’operazione è la diluizione dei vecchi soci. Per Crt la quota potrebbe all’1,8-1,9%. Nel brevissimo periodo l’effetto sui dividendi potrebbe essere quasi neutro, perché il maggiore utile consolidato verrebbe controbilanciato dal minor peso percentuale. Il beneficio dovrebbe emergere dal 2027, con l’integrazione delle attività tedesche e la realizzazione delle sinergie: su una base di utili di gruppo superiore ai 13 miliardi e mantenendo il payout cash di Unicredit attorno al 50%, il flusso destinato a Crt potrebbe superare i 280 milioni annui.
Anche qui, dunque, si cede una parte del potere di voto per acquistare una rendita più grande, più diversificata e meno dipendente dall’andamento della sola economia italiana.
Il sogno Bpm vale altri milioni
L’eventuale aggregazione con Banco Bpm – che resta un obiettivo di Andrea Orcel – aprirebbe un capitolo ulteriore, anche se per ora appartiene agli scenari e non ancora ai bilanci. La precedente offerta di Unicredit è stata ritirata nel luglio 2025 dopo lo scontro sui vincoli imposti dal golden power. Un’operazione finanziata prevalentemente in azioni provocherebbe una seconda diluizione per Palazzo Perrone, potenzialmente verso l’1,4-1,5% della banca risultante. In compenso allargherebbe ancora la base degli utili, soprattutto nel ricco mercato del Nord Italia.
Se Orcel riuscisse a costruire un gruppo UniCredit-Commerzbank-Bpm capace di generare stabilmente 13,5-14 miliardi di profitti, Crt avrebbe davanti una capacità di incasso molto superiore ai 233,7 milioni contabilizzati nel 2025. A pieno regime, indicativamente dal 2028, i flussi totali annui di dividendi supererebbero la soglia dei 300 milioni di euro.
La lezione di Asti
Il confronto più impietoso è con la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti. L’ente presieduto da Livio Negro possiede ancora il 31,80% di Banca di Asti: una quota enormemente superiore, in termini percentuali, a quelle detenute da Compagnia, Crt e Cuneo nelle rispettive banche “conferitarie”. Eppure il risultato finanziario è incomparabile.
Alla fine del 2025 la partecipazione in Banca di Asti vale a bilancio 174,9 milioni di euro, su un patrimonio netto della Fondazione di 219,1 milioni. In soldoni: quattro euro su cinque sono ancora legati al destino della banca conferitaria. Un investimento tutt’altro che semplice da monetizzare, anche perché il titolo è negoziato sul mercato Vorvel, dove la liquidità è fisiologicamente molto più contenuta rispetto a quella di una società quotata su un listino regolamentato.
La stessa fondazione ha avviato una riflessione sulla valorizzazione della partecipazione, anche per rispettare i principi di diversificazione contenuti nel protocollo Acri-Mef. Il problema non è soltanto trovare un compratore. È che Banca di Asti ha finora difeso la propria autonomia e continua a presentare una redditività inferiore a quella dei grandi concorrenti.
A Torino e Cuneo quote dell’1, del 2 o del 6% producono decine o centinaia di milioni. Ad Asti quasi un terzo della banca tiene immobilizzata la maggior parte del patrimonio e limita fortemente la capacità erogativa: nel 2025 la fondazione ha distribuito circa 3,8 milioni sul territorio. Essere padroni a casa propria può gratificare l’orgoglio. Ma, per una fondazione che dovrebbe massimizzare le risorse destinate alla comunità senza mettere a rischio il patrimonio, essere un socio piccolo di una banca grande può risultare assai più utile che essere il socio grande di una banca piccola.


