SACRO & PROFANO

Sanità religiosa messa in croce. Serve un "miracolo" di Cirio

Mentre i privati che fanno business aumentano fatturato e ricavi, le strutture confessionali sono in affanno. Rischio di passare nelle mani di grandi gruppi come avvenuto per Gradenigo e Koelliker. Salza (Aris): "Alzare il tetto per le prestazioni a chi arriva da fuori regione"

Dal sacro al profano, nel mondo della sanità privata, la conversione alla rovescia può diventare una scelta obbligata. E dove sono i soldi a fare la differenza: se non bastano a sostenere i costi di una clinica fondata e gestita da un ordine religioso, la strada finisce per essere quella di passare dal no profit al profit, cedendo la struttura a quei privati per i quali la sanità non è una missione, ma un'attività dalla quale ricavare, del tutto legittimamente, un profitto.

In Piemonte è già successo con il Gradenigo, passato dieci anni fa dalle Figlie della Carità di San Vincenzo al Gruppo Humanitas, e con il Koelliker, a lungo gestito dai Missionari della Consolata e poi finito nelle mani di Narval Investimenti, la holding della famiglia Giubergia.

La situazione peggiora 

Due vicende alle quali potrebbero aggiungersene altre, se la situazione della sanità di matrice religiosa dovesse peggiorare. Uno scenario che Marco Salza, presidente regionale di Aris, l’associazione religiosa istituti socio-sanitari, non esita a definire decisamente critico, tanto da rivolgere un appello al governatore Alberto Cirio.

«Il presidente della Regione è stato così bravo da trovare 20 milioni per il mondo delle Rsa: benissimo. Si adoperi per trovare una soluzione anche per la sanità». L’esortazione arriva da Salza al termine di un ragionamento puntellato di numeri, situazioni e prospettive che raccontano di una sanità religiosa costretta a fare i conti con questioni molto terrene.

No profit in crisi

«Il recente report di Mediobanca attesta come le aziende no profit, al contrario del resto della sanità privata, che vede crescere sensibilmente i guadagni, registrino risultati negativi», ricorda il presidente di Aris, che riconduce questa situazione economica anomala a «un’attenzione e a modalità di gestione dei pazienti che finiscono per aumentare i costi».

Nessuna guerra ai “laici”, tantomeno la volontà di marcare differenze, ma certamente la rivendicazione di un modello assistenziale diverso. Una differenza che, però, deve fare i conti con bilanci che, in non pochi casi, si chiudono in rosso.

Il quadro, nella prospettiva degli istituti religiosi, potrebbe aggravarsi ulteriormente e in tempi rapidi. Diventa così cruciale una questione già sollevata anche dall’associazione della sanità profit, l’Aiop, attraverso il suo presidente Giancarlo Perla: gli aumenti degli stipendi del personale, legati al rinnovo dei contratti, potranno essere sostenuti solo con un adeguamento delle tariffe, cioè di quanto la Regione riconosce alle cliniche e alle altre strutture accreditate per le prestazioni erogate per conto del Servizio sanitario pubblico. Adeguamento che il Governo ha appena approvato, ma che, al momento, riguarda soltanto il settore ambulatoriale.

Maggiori risorse

«Gli incrementi del nuovo tariffario, da soli, non basteranno se non verrà aumentato anche il budget destinato alle strutture private», osserva Salza. Ma il Piemonte non può incrementare il fondo regionale, fermo dal 2011 a 698 milioni di euro, perché la possibilità di aumentarlo fino al 3% è riservata esclusivamente alle Regioni in equilibrio di bilancio.

Come superare, dunque, questo limite? È la domanda che pone Aris, le cui strutture assorbono circa un terzo di quei 698 milioni e chiedono maggiori risorse per aumentare le prestazioni, evitando di essere costrette a cedere il passo a quella parte della sanità privata che continua invece a vedere crescere fatturati e utili.

Meno vincoli

«Siamo nelle condizioni di produrre di più e un aiuto – sostiene Salza – potrebbe arrivare consentendoci di erogare un maggior numero di prestazioni ai pazienti provenienti da altre regioni, innalzando o eliminando un tetto che in Piemonte è particolarmente restrittivo».

È una richiesta che i privati, religiosi e non, ripropongono da anni senza aver mai ottenuto una risposta positiva, neppure durante i precedenti governi regionali, a partire dalla prima legislatura guidata da Cirio.

I maggiori introiti derivanti da una mobilità attiva meno vincolata non inciderebbero sul fondo regionale, bloccato ormai da quindici anni. Sarebbero infatti risorse che il Piemonte incasserebbe, seppure con uno o due anni di ritardo, dalle altre Regioni, compensando almeno in parte la mobilità passiva dei piemontesi che scelgono di curarsi in Lombardia e in altri territori.

Nelle mani di Cirio

«Nel momento in cui entreranno in crisi strutture che da anni, anzi da decenni, garantiscono un contributo fondamentale al sistema sanitario piemontese, si produrrà una situazione gravissima, alla quale non bisogna arrivare», avverte il presidente dell'associazione che rappresenta presìdi storici della sanità religiosa piemontese – su tutti il Cottolengo – e che, sottolinea, «già oggi versano in una situazione molto critica».

Insomma, non c'è soltanto il nodo del rinnovo dei contratti del personale – sul quale sindacati e opposizioni continuano a sollecitare un intervento urgente – a spingere gli istituti sanitari religiosi a lanciare un allarme verso l'ultimo piano del grattacielo della Regione. Di fronte a problemi assai poco spirituali e molto concreti, anche chi ha sempre fatto della propria missione un valore rischia di non sapere più a che santo votarsi.

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