Senza rotoli Novi va a rotoli: destini separati per l'ex Ilva
17:30 Martedì 04 Agosto 2026Un nulla di fatto al tavolo del Mimit. La sopravvivenza dell'impianto alessandrino e di quello di Racconigi dipende ormai da nuovi canali di approvvigionamento e da un diverso assetto industriale. Il nuovo bando, la cordata italiana e una corsa contro il tempo
La salvezza, per il Piemonte, potrebbe passare proprio da quella soluzione che fino a poche settimane fa sembrava impraticabile: separare il destino degli stabilimenti del Nord da quello di Taranto. Il tavolo convocato oggi al ministero delle Imprese e del Made in Italy dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano che impone entro ottobre lo spegnimento dell'’area a caldo non ha prodotto decisioni operative. Ha però certificato un cambio di paradigma. Mentre il Governo si è preso tutto il mese di agosto per individuare una soluzione, prende sempre più corpo la convinzione che Novi Ligure e Racconigi abbiano maggiori possibilità di sopravvivere fuori dal perimetro del grande polo siderurgico pugliese.
Se Taranto discute di altoforni, il Piemonte aspetta i coils. È attorno ai rotoli d’acciaio che alimentano gli impianti di Novi Ligure e, indirettamente, anche la filiera di Racconigi, che si gioca oggi la partita decisiva. Lo spegnimento dell’area a caldo non mette infatti a rischio soltanto la produzione pugliese: senza materia prima anche gli stabilimenti del Nord rischiano di fermarsi.
Il primo tavolo
L’incontro al Mimit, durato oltre due ore, è stato interlocutorio. Al tavolo sedevano i commissari straordinari, i rappresentanti delle amministrazioni coinvolte e le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali. Assenti, invece, i ministri. I sindacati hanno ribadito la richiesta di mantenere unito il gruppo, accelerare la decarbonizzazione, favorire prepensionamenti ed esodi volontari e affrontare il tema dell’amianto per i lavoratori esposti.
Ma dal confronto è emerso soprattutto il nodo della liquidità. Il prestito ponte autorizzato dalla Commissione europea rappresenta l’ultima iniezione finanziaria disponibile e, senza nuove risorse, nei prossimi mesi il rischio concreto è quello del progressivo esaurimento della capacità operativa dell’intero gruppo. Il Governo ha quindi avviato una serie di confronti con imprese, associazioni di categoria ed enti locali che proseguiranno nei prossimi giorni, con l’obiettivo di arrivare a settembre con una proposta industriale.
La corsa ai coils
Più che gli altoforni, oggi il vero problema si chiama coils. Sono i rotoli d’acciaio laminato che costituiscono la materia prima degli stabilimenti di Novi Ligure e Cornigliano, dove vengono trasformati in lamiere destinate all’automotive, agli elettrodomestici, all’edilizia e ad altri comparti manifatturieri. Fino a oggi arrivavano dall’area a caldo di Taranto. Con lo spegnimento degli altoforni, però, quella filiera rischia di interrompersi.
È attorno a questo nodo che ruotano le valutazioni del Governo e degli operatori industriali. La sopravvivenza degli impianti del Nord dipenderà dalla capacità di garantire un approvvigionamento alternativo, acquistando coils da altri produttori italiani o europei, oppure ricorrendo alle importazioni dall’estero. Un'operazione tutt’altro che semplice. Le misure di difesa commerciale adottate dall’Unione europea e i dazi sulle importazioni di acciaio limitano infatti i margini di manovra e rendono più complesso reperire il materiale a costi competitivi.
Anche per questo, nei colloqui tra Governo, imprese e associazioni di categoria, il tema dell’approvvigionamento è diventato centrale. Senza una filiera stabile della materia prima, la separazione da Taranto rischierebbe infatti di restare solo un’operazione societaria. Con i coils garantiti, invece, Novi Ligure e Racconigi potrebbero continuare a lavorare anche in un assetto industriale completamente diverso da quello attuale.
La partita si sposta al Nord
Novi Ligure, come Cornigliano, è infatti uno stabilimento di laminazione a freddo che trasforma rotoli d’acciaio provenienti dall’area a caldo pugliese. Racconigi opera invece nella produzione di tubi utilizzando semilavorati provenienti dalla stessa filiera. Con la sostanziale impossibilità di mantenere in funzione gli altoforni, il vero interrogativo diventa come garantire la continuità dell’approvvigionamento. È proprio questo il tema che sta spingendo il Governo a valutare la cosiddetta riperimetrazione della gara, escludendo l’area a caldo e concentrando il nuovo bando sulle attività di trasformazione.
Una scelta che potrebbe cambiare completamente il destino degli stabilimenti piemontesi. Separati da Taranto, Novi e Racconigi potrebbero approvvigionarsi di coils e semilavorati da altri produttori europei o internazionali, continuando le lavorazioni senza dipendere più dal ciclo integrale pugliese.
Novi, il sito più esposto
È probabilmente Novi Ligure il punto più delicato dell’intera partita piemontese. Lo stabilimento occupa oltre 500 lavoratori e già oggi opera ben al di sotto delle proprie potenzialità. Nel primo semestre la produzione si è fermata intorno alle 150 mila tonnellate, mentre continua l’emorragia di personale qualificato che preferisce cercare occupazione altrove, scoraggiato dall'incertezza sul futuro.
All’interno dell’impianto il clima è quello di un’attesa sempre più difficile da sostenere. Le linee lavorano a ritmi ridotti e la preoccupazione riguarda soprattutto la possibilità che, senza una rapida soluzione sulla fornitura della materia prima, il sito perda progressivamente competitività e competenze. Proprio per questo amministratori locali e una parte crescente del mondo industriale guardano ormai con favore all’ipotesi di uno sganciamento dal destino di Taranto.
Racconigi, il jolly piemontese
Diversa, almeno in parte, la situazione dello stabilimento di Racconigi, nel Cuneese, dove lavorano circa cento addetti. Più piccolo e specializzato, rappresenta uno degli asset più facilmente valorizzabili in un’eventuale operazione di spezzatino del gruppo.
Già in passato diversi operatori avevano manifestato interesse per gli impianti del Nord. Se il nuovo bando dovesse effettivamente limitarsi alle attività a freddo, il sito piemontese potrebbe diventare uno dei primi candidati a una collocazione industriale autonoma.
La nuova gara
La sentenza della Corte d’Appello di Milano ha infatti cambiato radicalmente anche la partita tra i potenziali acquirenti. Il Governo continua a sostenere che un’eventuale modifica del perimetro industriale richiederà un nuovo avviso pubblico, destinato a partire a settembre. Una prospettiva che indebolisce la posizione di Jindal. Parallelamente Palazzo Chigi lavora all’ipotesi di una cordata italiana, coinvolgendo Confindustria, Federacciai, Federmeccanica e i principali gruppi siderurgici nazionali. Venuto meno il peso degli altoforni, vengono meno anche molti dei rischi industriali che avevano scoraggiato gli operatori italiani negli ultimi mesi.


