Ex Ilva appesa alla corda(ta). Orsini apre all'ipotesi tricolore
17:04 Mercoledì 05 Agosto 2026Per il presidente di Confindustria ci sono le basi per un intervento di gruppi nazionali. Restano sempre in campo gli indiani di Jindal. Oggi il tavolo al ministero. Urso: "Altoforni chiusi per sempre". Per Novi Ligure e Racconigi la speranza dello spezzatino
C’è già chi, di fronte a una per ora molto ipotetica cordata italiana per l’ex Ilva, rispolvera i "Capitani coraggiosi" messi insieme nel 2008 da Silvio Berlusconi per quella che si rivelò tutt'’altro che una positiva operazione di salvataggio dell’Alitalia.
Scaramanzia a parte, quello del nome è l’ultimo dei problemi rispetto a un’ipotesi ancora tutta da verificare, mentre si riducono i giorni che separano dalla data in cui dovrà essere attuata la sentenza della Corte d’Appello di Milano, con il blocco totale dell’area a caldo dell’impianto di Taranto e il previsto effetto domino sugli altri stabilimenti: da Genova Cornigliano a Novi Ligure, fino a Racconigi.
Uno spiraglio
Parlare di ottimismo è eccessivo, ma le parole del presidente di Confindustria aprono comunque uno spiraglio. Al termine del tavolo di questa mattina al ministero delle Imprese e del Made in Italy, Emanuele Orsini ha spiegato che sono state poste le basi per valutare «le condizioni per una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base».
Una dichiarazione subito rilanciata dal ministro Adolfo Urso nel corso del question time alla Camera: «Come ha detto il presidente Orsini, e confermato dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, a seguito del tavolo odierno presso il Mimit, giudicato da loro serio e proficuo, ci sono le condizioni per valutare la possibilità di realizzare una cordata italiana promossa dal sistema industriale del Paese, che presenti una proposta in grado di consentire il salvataggio e il rilancio della produzione siderurgica a Taranto e negli stabilimenti dell’ex Ilva. Questo – ha aggiunto Urso – ove fosse possibile, si aggiungerà alla proposta che Jindal ha deciso di aggiornare tenendo conto della decisione della Corte d’Appello».
Il ministro ha inoltre ribadito che «gli altoforni dell’area a caldo non potranno più essere riattivati. Rimarranno invece in funzione gli altri 22 impianti europei che continuano a produrre con gli altiforni secondo regole diverse da quelle che la sentenza della Corte d’Appello ha deciso di applicare a Taranto».
Urso ha poi osservato che «se le stesse decisioni fossero state adottate da altri magistrati europei avrebbero dovuto imporre la chiusura di tutti gli altri stabilimenti, che presentano condizioni sanitarie e ambientali di gran lunga peggiori rispetto a quelle che abbiamo assicurato ai cittadini di Taranto e agli stabilimenti dell’Ilva».
Le diverse strade
Il futuro del gruppo continua così a intrecciarsi con scenari differenti. Sul tavolo resta la proposta aggiornata degli indiani di Jindal, rivista proprio alla luce della sentenza della Corte d’Appello. Un piano che, al netto della promessa di realizzare un forno elettrico a Taranto, continua però a prevedere l’utilizzo di bramme provenienti dall’Oman e dagli impianti del gruppo in India, senza garantire la continuità degli attuali cicli produttivi in tutti gli stabilimenti italiani. In questo scenario Novi Ligure viene indicato da più osservatori come uno dei siti potenzialmente più esposti alle conseguenze del nuovo assetto industriale.
Un’altra ipotesi, sostenuta soprattutto dal Partito Democratico, è quella di un intervento temporaneo dello Stato attraverso una nazionalizzazione finalizzata al salvataggio del gruppo. Una strada che, almeno allo stato attuale, non trova riscontri nell’impostazione seguita dal Governo, orientato piuttosto a verificare la praticabilità della cordata industriale italiana e a valutare l’offerta aggiornata di Jindal.
Lo spezzatino in tavola
Più concreto appare invece lo scenario, già emerso in passato, dello “spezzatino”, con la cessione separata dei diversi stabilimenti. In questo caso il sito più appetibile, per dimensioni e tipologia delle lavorazioni, è quello di Racconigi.
Anche per Novi Ligure, tuttavia, una vendita distinta rispetto a Taranto e, se necessario, anche rispetto a Genova potrebbe trasformarsi nell’unica possibilità di sopravvivenza industriale. Lo stabilimento piemontese, specializzato nella lavorazione a freddo dei laminati, occupa oggi circa 550 addetti e continua a rappresentare uno degli asset più qualificati dell’intero gruppo.
Parallelamente il Governo sta lavorando anche alla reindustrializzazione dell'area di Taranto, raccogliendo manifestazioni d'interesse da parte di grandi gruppi industriali per nuovi investimenti destinati al territorio, indipendentemente dal futuro dell’acciaieria.
Di una cordata italiana, con Arvedi tra i possibili protagonisti, si era già parlato prima della decisione della magistratura milanese. Poi la scena era stata occupata da Jindal, con la spinta a chiudere rapidamente la trattativa. Oggi, però, il quadro è cambiato: la sentenza ha riscritto le regole della partita e riaperto uno spazio per un’iniziativa del sistema industriale nazionale.


