VERSO IL 2027

Marrone non è più "blindato", traballa il patto Cirio-Lo Russo

Il governatore sarà in grado di "restituire" il favore al sindaco che due anni fa gli mise contro l'inoffensiva Pentenero? Chissà, intanto i malumori verso l'esponente di FdI crescono e se persino la Meloni si dice disponibile a cambiare cavallo tutto è possibile

A Torino la raccontano così. Alberto Cirio deve restituire il favore a Stefano Lo Russo. E il modo migliore è quello di consegnargli come avversario alle Comunali del prossimo anno il candidato che il sindaco uscente desidera più di ogni altro: Maurizio Marrone. Naturalmente è una malignità. E come tutte le malignità che resistono abbastanza a lungo nei corridoi, probabilmente contiene almeno qualche grammo di verità.

Perché due anni fa, quando Cirio si preparava alla riconferma in Regione, sarebbe stato Lo Russo a fargli involontariamente – o forse neppure troppo – un favore analogo, evitando che il centrosinistra gli contrapponesse quello che per mesi era sembrato il candidato più naturale e certamente più strutturato: Daniele Valle.

Il precedente Pentenero

La candidatura di Gianna Pentenero, oggi capogruppo dem a Palazzo Lascaris e allora assessora della giunta Lo Russo, non nacque esattamente sotto il segno dell’inevitabilità. Arrivò dopo un percorso estenuante, quasi una guerra di trincea dentro il Pd. Da una parte c’era Valle, vicepresidente del Consiglio regionale, considerato per mesi il candidato naturale. Dall’altra la sinistra interna, con in testa la deputata di Borgo San Dalmazzo Chiara Gribaudo, fermamente intenzionata a sbarrargli la strada. Valle aveva infatti un neo che all’epoca pesava parecchio: l’appartenenza alla componente bonacciniana, che non era ancora entrata organicamente nella maggioranza schleiniana.

La soluzione arrivò con un autentico coup de théâtre. Al termine di una surreale assemblea all'hotel Fortino, dopo circa due ore di mediazione condotta dall’emissario nazionale Igor Taruffi, dal cilindro uscì la Bela Tulera, come Pentenero viene soprannominata richiamando la maschera della “sua” Chivasso. Una candidatura talmente debole da non far torto a nessuno e capace soprattutto di mettere fine alla guerra interna. Molto meno di impensierire Cirio.

Il consigliori sacrificato

Alla luce di ciò che è accaduto dopo, c'è un dettaglio che oggi viene riletto con maggiore malizia. Lo Russo non si dannò propriamente l’anima per sostenere Valle, nonostante questi fosse e rimanga il suo più stretto consigliori politico. Evitare di mandare il proprio braccio destro a combattere contro quello che pochi mesi più tardi sarebbe diventato l’altra metà della “coppia istituzionale” si rivelò, almeno per il sindaco di Torino, una scelta tutt’altro che svantaggiosa.

Assai meno per la competizione elettorale. Perché Valle, oltre a essere politicamente e amministrativamente assai più preparato di Pentenero, possiede una qualità rara: è uno dei pochi capaci di far perdere la pazienza al solitamente pacioso Cirio.

Cirio ricambia

Due anni dopo, almeno secondo questa lettura, sarebbe arrivato il momento della restituzione. Di certo, fra quanti oggi spingono con maggiore convinzione per Marrone candidato sindaco del centrodestra, uno dei più determinati è proprio il presidente della Regione. «Cirio vuole lo status quo, punta sul candidato che meno può impensierire Lo Russo», sostiene un alto dignitario del centrodestra torinese.

Del resto, non sarebbe neppure una novità nella politica piemontese. Da queste parti i vertici delle istituzioni sembrano spesso andare più d’accordo quando hanno colori differenti. Il dualismo, invece, cresce non appena si profila la possibilità che Comune e Regione finiscano nelle mani dello stesso schieramento. Il precedente più celebre resta quello della prima “concordia istituzionale” tra il governatore forzista Enzo Ghigo e il sindaco del centrosinistra Sergio Chiamparino, un’intesa di cui fece le spese Roberto Rosso. Insomma, cambiano gli uomini e non sempre cambiano le convenienze.

Il candidato ideale per Lo Russo

Una cosa, comunque, nel centrodestra come nel centrosinistra danno quasi tutti per acquisita: Lo Russo vuole Marrone come avversario. I due hanno condiviso anni in Sala Rossa e il sindaco conosce bene il suo possibile sfidante. Lo considera talmente speculare da rappresentare il candidato ideale per ricompattare attorno a sé non solo la sua coalizione, ma anche quella parte che verso l’attuale sindaco mostra freddezza, se non aperta insofferenza.

Marrone sarebbe l’avversario capace di produrre il vecchio riflesso del voto contro o “utile” che dir si voglia. Persino chi non stravede per Lo Russo – e anche a sinistra sono caterve – potrebbe finire per turarsi il naso e votarlo pur di impedire che Palazzo Civico finisca nelle mani della destra più bieca.

Ed è esattamente qui che la scelta di Marrone offrirebbe a Cirio un doppio dividendo. Da un lato soddisfarebbe Fratelli d’Italia, principale partito della sua maggioranza regionale e del governo nazionale. Dettaglio tutt’altro che irrilevante per un presidente al quale nessuno attribuisce un futuro esclusivamente piemontese e le cui mire romane sono note. Dall’altro farebbe un piacere all'amico Stefano. Perché tra Cirio e Lo Russo, al di là della necessaria e auspicata collaborazione istituzionale, in questi anni è nata una sincera simpatia personale, fatta di consuetudine, stima e una condivisione che ormai travalica la politica. La battaglia per Torino, inoltre, agli occhi del governatore sarebbe non soltanto persa in partenza, ma perfino meno importante di quella per Alba, dove pure alle ultime elezioni ha perso.

Cric & Croc, come ormai vengono chiamati malignamente Cirio e Lo Russo, puntano a continuare serenamente il loro sodalizio. Solo che in politica i piani funzionano fino a quando qualcuno non comincia a pensare di non avere troppi vantaggi da un asse consociativo che tende a essere esclusivo, soprattutto nei benefici. Perché, a ben vedere, a guadagnarci sono soprattutto loro due, per tutti gli altri, invece, il ruolo è poco più che da comparse in una partita giocata sopra le loro teste, sacrificando candidature, ambizioni e perfino la possibilità di tentare battaglie pur di non disturbare la carriera dei due contraenti.

L’incubo del ballottaggio

Lo Russo ha un obiettivo chiarissimo: chiudere la partita al primo turno. Non soltanto per ragioni di immagine, lui che siede in segreteria al Nazareno con il pomposo (e inutile) ruolo di “coordinatore dei sindaci Pd”. Il sindaco sa che il centrodestra, se resta chiuso dentro il perimetro dei suoi partiti e si presenta con un candidato fortemente connotato, difficilmente riuscirà ad allargare abbastanza il consenso da trascinarlo al ballottaggio. Diverso sarebbe trovarsi davanti una figura capace di parlare anche fuori da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, intercettando pezzi di città oggi tutt’altro che entusiasti dell’amministrazione.

È questo lo scenario che Lo Russo teme davvero: non tanto perdere al primo turno, quanto non vincerlo. Perché una volta arrivati al ballottaggio, le geometrie cambiano. I voti si ricompongono, gli elettorati si sommano spesso più contro qualcuno che a favore di qualcun altro e una partita considerata tranquilla può improvvisamente diventare pericolosa. A Torino non serve neppure molta memoria per ricordarlo. Piero Fassino partì nel 2016 da una posizione che sembrava rassicurante e si ritrovò poi sconfitto da Chiara Appendino al secondo turno.

È precisamente questo precedente che rende, per Lo Russo, assai più rassicurante Marrone rispetto a un candidato capace di allargare il campo. Con il primo può sperare di trasformare il voto in un referendum tra sé e la destra, obbligando persino molti suoi detrattori a scegliere lui. Con il secondo rischierebbe invece di arrivare a quel ballottaggio che considera la vera zona di pericolo.

Torino espugnabile?

È proprio qui che il copione preparato nei mesi scorsi comincia a incepparsi. Per decenni il centrodestra ha considerato Torino una fortezza quasi impossibile da conquistare. Non una Stalingrado come furono Sesto San Giovanni, Collegno o Grugliasco, ma comunque una città segnata da mezzo secolo di egemonia progressista: dal “decennio della follia” di Diego Novelli, iniziato nel 1975, alla breve e traballante parentesi centrista, fino al ritorno del centrosinistra con Valentino Castellani nel 1997.

La conclusione, fino a pochi mesi fa, pareva scontata: persa per persa, tanto vale capitalizzare la competizione per rafforzare posizioni interne alla coalizione (FdI sul resto degli alleati) e nel partoito meloniano (la componente Montaruli-Atreju). Ma qualcosa sta cambiando.

Nel centrodestra si sta diffondendo la convinzione che Lo Russo sia più vulnerabile di quanto racconti il sindaco a se stesso. Il suo tasso di notorietà resta relativamente basso. Il gradimento è tra i più modesti registrati dagli ultimi sindaci torinesi. Soprattutto, secondo i suoi critici gli manca quell’empatia necessaria a costruire un rapporto con la città. Viene descritto come sostenuto, talvolta arrogante, chiuso nel Palazzo, con scarse capacità di dialogo e senza aver costruito in questi anni vere alleanze strategiche con i soggetti economici e sociali. In poche parole: un sindaco molto solo. E dunque, per la prima volta, qualcuno nel centrodestra ha iniziato a pronunciare una parola che fino a ieri sembrava fantascienza: “battibile”.

Da miglior perdente a problema

È questo mutamento di percezione a complicare la candidatura Marrone. Fino a qualche mese fa il vicepresidente della Regione rappresentava l’idealtipo del “miglior perdente”. Non un candidato scelto perché in grado di vincere, ma perché perfettamente coerente con la strategia di Giorgia Meloni: non riuscire a espugnare un Comune tradizionalmente “avverso”, ma rafforzare il partito.

Marrone è del resto quanto di più vicino esista all’homo melonianus. Ha fatto le corvée nelle organizzazioni giovanili e universitarie, è entrato in Alleanza Nazionale nel 1997, appartiene alla generazione di Atreju e non ha mai sentito il bisogno di prendere le distanze dalle proprie origini. Meloni è stata testimone al suo primo matrimonio con Augusta Montaruli, oggi deputata di FdI e anche lei appartenente alla “fiamma magica”. Natalità, famiglia, vita nascente, sicurezza, periferie: Marrone incarna una destra sociale ma priva di complessi. Garbato nei modi, quasi sempre controllato nei toni, ma niente affatto moderato nelle posizioni. E le radici famigliari nell’establishment sabaudo (il padre Virgilio è stato uomo della Fiat agnellesca) lo rendono meno indigesto al milieu di tanti altri assai meno barricaderi.

Il dossier arriva a Meloni

Il malessere nel centrodestra è però salito dal chiacchiericcio dei tinelli subalpini fino ai piani più alti. Arrivando addirittura a Giorgia Meloni. A margine del recente blitz della premier al cantiere Tav di Chiomonte, in un colloquio riservato sarebbe stato affrontato il dossier Torino. E qui sarebbe arrivata un’apertura inattesa. Meloni resta legatissima a Marrone e il vicepresidente della Regione continua a essere la sua prima scelta. Ma la premier si sarebbe detta disponibile a prendere in considerazione candidature alternative, purché si tratti di profili pienamente coerenti con la linea di Fratelli d’Italia e dunque tali da consentirle di intestarsi politicamente la scelta.

Non dunque un nuovo Damilano, non il civico neutro messo lì per piacere a tutti, non un’operazione che alla fine rischia di annacquare l’identità del centrodestra. Qualcuno che allarghi, sì, ma senza costringere Meloni a nascondere la fiamma sotto il tavolo. E, secondo quanto viene riferito, la premier avrebbe persino ammesso che il tratto marcatamente identitario di Marrone – «sin troppo» – potrebbe trasformarsi in un ostacolo nel momento in cui la partita venisse davvero considerata contendibile.

Caccia a mister (o miss) X

È bastato questo per aprire la caccia. Iniziano a circolare alcuni nomi (spesso bufale), si sondano disponibilità (un paio di big di FdI sono all’opera), si delinea un gioco di sponda tra dirigenti dei vari partiti (sia in Lega e sia in Forza Italia si stanno registrando “strane” consonanze). Serve qualcuno capace di pescare oltre al centrodestra, parlare ai moderati, agli imprenditori, ai mondi civici e professionali senza apparire un candidato travestito da centrosinistra. E contemporaneamente deve essere abbastanza riconoscibile politicamente da consentire a Meloni di rivendicarne la candidatura.

Un equilibrio complicato. Marrone però sa che la partita non è più chiusa su di lui. Qualche giorno fa, durante un pranzo tête-à-tête con Cirio, avrebbe chiesto al presidente di dargli una mano. Quasi un’implorazione, raccontano i maligni. La photo opportunity è arrivata puntuale ed è stata prontamente veicolata dalla grancassa casalinga. Se Cirio farà anche altro, però, è tutta un’altra faccenda. Nel centrodestra molti ne dubitano.