Costa in corsa per il Csm.
Carta di Meloni su Marina B.
07:00 Lunedì 10 Agosto 2026
Il deputato piemontese è in pole per la vicepresidenza di Palazzo dei Marescialli. Una casella che si intreccia con i negoziati tra i partner di maggioranza su legge elettorale, Politiche e nomine. Ma l'eccesso di garantismo (sic) potrebbe rivelarsi fatale
A distanza di tredici anni, la strada che porta alla poltrona più importante di Palazzo dei Marescialli dopo quella occupata di diritto dal capo dello Stato potrebbe nuovamente passare dal Piemonte. E, questa volta, fermarsi a Mondovì.
Il nome che circola con maggiore insistenza per la vicepresidenza del prossimo Consiglio superiore della magistratura è infatti quello di Enrico Costa, deputato di Forza Italia, avvocato, garantista fin nel midollo e da poco capogruppo azzurro alla Camera. Non è ancora una candidatura, tantomeno una designazione. È qualcosa di più impalpabile e, proprio per questo, politicamente interessante.
L’ultima volta che un piemontese arrivò al vertice del Csm fu con il torinese Michele Vietti, vicepresidente dal 2010 al 2014. Prima di lui c’erano stati Giovanni Conso, sia pure per una manciata di mesi nel 1981, e Carlo Federico Grosso, dal 1996 al 1998. Se l’operazione Costa riuscisse, dunque, si riallaccerebbe una tradizione piemontese a Castro Pretorio.
La partita è già cominciata
Il calendario dice che per conoscere il prossimo vicepresidente bisognerà aspettare il passaggio tra la fine di dicembre 2026 e gennaio 2027. Ma chi pensa che a Ferragosto sia troppo presto per parlarne conosce poco la liturgia delle grandi nomine romane.
La vicepresidenza è già entrata nelle trattative interne al centrodestra e si intreccia inevitabilmente con almeno altre tre partite: le prossime elezioni politiche, la nuova legge elettorale e l’ultima batteria di incarichi negli enti e nelle aziende pubbliche. Un unico grande mosaico nel quale ogni tessera può servire a compensarne un’altra.
Ed è qui che Costa diventa qualcosa di più di un possibile vicepresidente del Csm. La poltrona di Piazza dell’Indipendenza è anche una delle carte che Giorgia Meloni starebbe utilizzando nel difficile rapporto con Marina Berlusconi, mai particolarmente idilliaco, esattamente come non lo fu quello della premier con il padre.
Il ragionamento è semplice: offrire a Forza Italia, e soprattutto a una figura apprezzata dalla famiglia Berlusconi, una delle cariche istituzionali più prestigiose può contribuire ad ammorbidire altre rigidità. In politica le nomine non viaggiano quasi mai da sole. E al momento Costa parte davanti. Gode di una considerazione trasversale, viene riconosciuto anche dagli avversari come uno dei parlamentari che conoscono davvero la materia giudiziaria e, dettaglio tutt’altro che secondario quando si parla di Csm, non risulta certamente sgradito al Quirinale. Da qui alla fine dell’anno, però, gli inciampi possibili sono parecchi.
Prima votano le toghe
Il primo appuntamento è fissato per domenica 25 e lunedì 26 ottobre, quando si terranno le elezioni per il rinnovo dei componenti togati. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha già indetto le votazioni. Saranno scelti venti magistrati, parallelamente il Parlamento ha avviato la procedura per individuare i dieci componenti laici.
L’attuale Consiglio, insediato all’inizio del 2023 dopo le elezioni dei togati del settembre 2022 e quelle dei laici del gennaio successivo, terminerà il proprio mandato a fine gennaio 2027. I membri elettivi restano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili. Ed è proprio tra i dieci laici che potrebbe spuntare un altro nome piemontese. Nell’opposizione gli occhi sono puntati soprattutto su Anna Rossomando, attuale vicepresidente del Senato, torinese, avvocata e figlia d’arte, che ha già sul groppone quattro legislature nel Pd. Anche per lei Palazzo dei Marescialli potrebbe diventare un approdo possibile.
D’altronde la politica dentro il Csm non è precisamente una novità. Numero dei consiglieri e sistemi di elezione sono cambiati più volte dalla nascita dell’organo, mentre le correnti della magistratura hanno progressivamente aumentato il loro peso nella selezione dei togati. Ma sarebbe ipocrita fingere che il fenomeno riguardi soltanto le toghe: anche la scelta dei laici è stata fortemente politicizzata.
Il dato parla da solo: 11 vicepresidenti su 20, prima di entrare al Csm, avevano già ricoperto incarichi politici in Parlamento o al governo. E molto più lungo è l’elenco dei semplici consiglieri laici provenienti dalla politica.
Il No rimette indietro l’orologio
Sulla partita pesa poi il risultato del referendum sulla giustizia. La vittoria del No ha mandato all’aria lo scenario sul quale anche il Quirinale si stava preparando a lavorare. In caso di vittoria del Sì, l’attuale Csm avrebbe potuto essere prorogato per consentire al governo di approvare i decreti attuativi e accompagnare il passaggio al nuovo sistema con il doppio Consiglio e il sorteggio previsto dalla riforma. La bocciatura ha chiuso quella strada.
A gennaio, quindi, nascerà un solo Csm e con le vecchie regole. Ed è qui che la battaglia politica riparte da dove si era interrotta. Il rischio denunciato dai sostenitori della riforma è che, archiviato il referendum, si faccia finta che nulla sia successo e non si intervenga più sulle storture che perfino gli oppositori più avvertiti riconoscono nel sistema.
Per ora, però, resta tutto com’è. Il meccanismo elettorale continuerà a distribuire tra le correnti i venti seggi riservati ai magistrati, alimentando quella sovrapposizione tra Associazione nazionale magistrati e Palazzo dei Marescialli che negli anni ha trasformato l’elezione al Csm quasi nel naturale coronamento di una carriera interna all’Anm.
Un incarico, peraltro, appetibile anche sotto il profilo economico: la retribuzione può arrivare a circa 240mila euro l’anno e, per effetto di una sentenza, potrebbe presto salire fino a 310mila. Soprattutto resteranno intatti i meccanismi attraverso i quali le correnti esercitano il loro peso sulle nomine. A partire dalla quinta commissione, quella che decide sui vertici degli uffici giudiziari italiani.
Garantista dalla culla
Se c’è un politico italiano al quale non si può imputare di avere scoperto il garantismo per convenienza, quello è Enrico Costa. Liberale di antico lignaggio, piemontese di Mondovì, avvocato e figlio di Raffaele Costa, ministro e figura storica del liberalismo italiano, cresce con un comandamento paterno: «Meglio sapere tutto di poco che poco di tutto». Quel “poco”, per lui, diventa immediatamente la giustizia.
Eletto per la prima volta in Parlamento nel 2006, finisce subito in Commissione Giustizia. Si attacca ai codici e frequenta i maestri del berlusconismo giudiziario, a partire da Gaetano Pecorella. Si ritaglia da subito l’immagine del parlamentare che studia le carte, legge e scrive gli emendamenti.
Il battesimo del fuoco arriva nel 2008, quando diventa relatore del Lodo Alfano, la legge simbolo di quella stagione berlusconiana che sospendeva i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato. Costa la difende fino in fondo: non un’immunità, sostiene, ma un semplice rinvio dei processi. La Consulta la cancellerà, ma ad Arcore quel lavoro non verrà dimenticato. Poi capogruppo in Commissione Giustizia, componente della Giunta per le autorizzazioni, promotore del ddl sul legittimo impedimento, vicino alle battaglie sulla cosiddetta “legge bavaglio” contro la pubblicazione delle intercettazioni. Sempre con la medesima ossessione: il processo deve celebrarsi nelle aule giudiziarie, non sulle pagine dei giornali.
Le fuitine e il ritorno all’ovile
La traiettoria politica, invece, è stata assai meno rettilinea.Nel 2013 segue Angelino Alfano nel Nuovo Centrodestra (Ncd). Più che un cambio ideologico è il passaggio nel campo dei governisti. Diventa viceministro alla Giustizia accanto ad Andrea Orlando nei governi Renzi e Gentiloni, lavora alle modifiche del Codice penale e all’inasprimento delle pene per furti e rapine.
Poi arriva un’altra, più fugace fuitina, con Carlo Calenda in Azione. Ma anche lì Costa continua a occuparsi quasi esclusivamente della sua materia: denuncia i «processi sommari sui giornali», ricorda che «l’innocente scagionato non fa titolo» e trasforma il garantismo da inclinazione personale a programma politico.
Infine, due anni fa, il ritorno a Forza Italia sotto l’ala di Alberto Cirio. Non proprio un ritorno del figliol prodigo. Piuttosto quello di una risorsa che al partito serviva: per recuperare credibilità sulla giustizia, uno dei temi fondativi del berlusconismo, e per parlare a un elettorato moderato ormai insofferente alle vecchie caricature. Le fuitine gli sono state puntualmente rinfacciate. Alla fine, però, sono state messe agli atti e archiviate.
Le purghe di Marina
La consacrazione è arrivata con la promozione a capogruppo alla Camera, al termine del riassetto seguito alle purghe imposte da Marina Berlusconi. Costa è stato preferito come figura di mediazione tra l’ala tajanea e il fronte del rinnovamento. Piace ad Antonio Tajani, che ne apprezza il profilo affidabile e scarsamente conflittuale; piace alla famiglia Berlusconi, insofferente al vecchio schema romanocentrico e interessata a figure meno incrostate nei tradizionali apparati; piace a una buona fetta dei parlamentari azzurri stanchi di essere ostaggio dei capibastone. Il tutto al prezzo di mettere una pietra sopra le scorribande del passato.
Che poi l’accoglienza non sia stata esattamente trionfale lo dimostra una piccola guerra di stanze che a Montecitorio ha fatto sorridere parecchio. Il predecessore Paolo Barelli, nel passaggio delle consegne, non gli ha lasciato neppure l’ufficio del capogruppo, il più bello. Il consuocero di Tajani aveva ottenuto come compensazione la nomina a sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, ma della vecchia stanza non voleva proprio saperne di sloggiare: quella nuova, a Largo Chigi, era «troppo piccola». Chiunque altro avrebbe trasformato la questione in una prova di forza, ma Costa è un galantuomo e rifugge le piccinerie: si è preso la stanza che fu di Elio Vito e Renato Brunetta quando guidavano il gruppo di Forza Italia.
Cinquantadue prime donne
Il problema più serio per Costa non è però immobiliare ma condominiale. A Montecitorio raccontano che, al netto dell’autorevolezza indiscussa soprattutto sui temi della giustizia, governare il gruppo azzurro sia tutt'altra faccenda. I 52 deputati di Forza Italia non sono precisamente una compagnia incline alla disciplina militare. Lo si è visto nel voto sulla nuova legge elettorale, quando l’emendamento per introdurre le preferenze è stato affossato da un plotone di franchi tiratori, parecchi dei quali annidati proprio nelle file azzurre. Più che un gruppo parlamentare, un piccolo esercito di prime donne riluttanti a farsi intruppare. Costa deve governarle mentre il suo nome comincia già a circolare per un’altra destinazione.
Handicap
Ed è qui che la candidatura apparentemente perfetta potrebbe trovare il suo ostacolo principale. Costa ha un pedigree garantista senza rivali. Ha fatto le pulci alle carriere dei magistrati, ai rimborsi, ai privilegi, alle storture del sistema giudiziario, al predominio delle correnti. È stato tra i volti politici più esposti nella battaglia referendaria.
Tutto ciò che oggi lo rende autorevole per guidare politicamente Palazzo dei Marescialli potrebbe, paradossalmente, essere un handicap e diventare l’argomento per impedirgli di arrivarci. Il vicepresidente del Csm non viene infatti nominato dal governo. Deve essere prima eletto dal Parlamento tra i dieci componenti laici e poi scelto, a scrutinio segreto, dal nuovo Plenum. Servono quindi accordi politici, ma anche voti di magistrati che Costa ha spesso criticato senza troppi riguardi. E in una votazione segreta le stime trasversali valgono, ma fino a un certo punto.
Per questo, mentre il deputato monregalese appare oggi il nome più forte, nei palazzi nessuno considera chiusa la partita. Un profilo meno esposto, meno combattivo, meno identificato con la battaglia contro le degenerazioni del sistema potrebbe alla fine risultare più digeribile. È il paradosso perfetto: Enrico Costa rischia di essere troppo garantista per diventare vicepresidente del Csm proprio nel momento in cui il vecchio Csm, sopravvissuto alla riforma, si prepara a rinascere praticamente uguale a se stesso.
Gennaio è lontano. Ma la partita per Palazzo dei Marescialli è già cominciata. E, per ora, il Piemonte ha messo il suo uomo davanti a tutti. Uno dei migliori.


