LE REGOLE DEL GIOCO

Con lo Stabilicum i seggi traballano. Niente poltrone garantite nel 2027

L'eliminazione dei collegi uninominali penalizza i partiti più piccoli: Lega e Forza Italia rischiano grosso, Vannacci in agguato. Il dem Fornaro parla di "emendamento truffa" sulle preferenze, ma l'impatto della loro reintroduzione ricadrebbe proprio sul Pd

Nuova legge elettorale, niente seggi sicuri. Almeno per i partiti più piccoli, che – almeno in Piemonte – non dovranno neanche fare i conti con le preferenze, sempre che il “lodo La Russa” effettivamente passi. E se i sondaggi non dovessero subire grossi stravolgimenti da qui alla prossima primavera, più di qualche parlamentare uscente dovrà prepararsi a lasciare Roma.

E il premio di maggioranza – ribattezzato “premio di governabilità” nello Stabilicum – non potrà salvare tutti, sempre ammesso che una delle due coalizioni riesca ad aggiudicarselo: un eventuale proporzionale puro aprirebbe scenari imprevedibili, ma c’è chi ci sta già lavorando e sogna un governo di larghe intese che tenga fuori i populisti di destra e sinistra. Per informazioni provare a chiedere a Marina Berlusconi.

La posta in palio

La principale novità introdotta dallo Stabilicum è l’abolizione dei collegi uninominali, che con il precedente “Rosatellum” eleggevano più di un terzo dei parlamentari. Dei 43 parlamentari (29 deputati e 14 senatori) eletti nelle circoscrizioni piemontesi, con la riforma 35 di questi verrebbero scelti con il sistema proporzionale e i restanti 8 dal listino di coalizione associato al premio di maggioranza, che scatta nel momento in cui una coalizione superi il 42%.

Un’eventualità tutt’altro che scontata, soprattutto se Futuro Nazionale (che i sondaggi danno intorno al 7%, in costante crescita) rimanesse fuori dal centrodestra: alla luce delle ultime dichiarazioni del suo leader Roberto Vannacci contro la premier Giorgia Meloni e il suo governo, ipotesi assai probabile.

Andando a vedere nel dettaglio le circoscrizioni, il Piemonte 1, corrispondente alla Città metropolitana di Torino è diviso alla Camera nei collegi P-01 e P-02, che eleggono rispettivamente 7 e 5 deputati. Il Piemonte 2 è anch’esso diviso in P-01 (quadrante nord della regione, con Vco, Biella e Novara) e P-02 (quadrante sud, con le province di Cuneo, Asti e Alessandria) ed elegge rispettivamente 5 e 7 deputati.

Per quanto riguarda il Senato, al collegio Piemonte 1 vengono assegnati 5 seggi, mentre 6 spettano al Piemonte 2, con i restanti 3 riservati all’eventuale premio di maggioranza. Stante questa suddivisione, solo i partiti più grandi – Fratelli d’Italia e Partito Democratico – possono ambire a più di un seggio per ogni collegio, e da questo dato scaturiscono tutti i ragionamenti degli addetti ai lavori e dei diretti interessati.

Addio paracadute

La conseguenza più immediata della riforma è che non si possono usare più i collegi “blindati” all’uninominale per assicurare un seggio, con tutti i parlamentari che dovranno vedersela con il proporzionale. Un’innovazione che penalizza soprattutto gli junior partner delle due coalizioni: nel 2022 attraverso gli uninominali (quindi sfruttando il traino dell’intero schieramento) la Lega è riuscita a eleggere Elena Maccanti, Alessandro Giglio Vigna, Alberto Gusmeroli e il suo capogruppo Riccardo Molinari a Montecitorio, e Giorgio Bergesio a Palazzo Madama. Stesso discorso per Forza Italia, con Roberto Pella alla Camera e Paolo Zangrillo al Senato, mentre nel centrosinistra il segretario di +Europa Riccardo Magi è riuscito a farsi eleggere grazie al collegio uninominale “sicuro” di Torino Centro.

Un comodo paracadute che scompare con l’introduzione dello Stabilicum, e a farne le spese rischiano di essere i due partiti minori del centrodestra, entrambi in calo nei sondaggi. La Lega è erosa dall’ascesa di Vannacci oggi è intorno al 5%, mentre Forza Italia con il suo 7% stimato farà fatica a riconfermare i cinque parlamentari uscenti, anche perché nel 2027 dovrà far posto a una new entry piuttosto ingombrante: il governatore del Piemonte nonché vicesegretario nazionale azzurro Alberto Cirio.

Se i ministri Paolo Zangrillo e Gilberto Pichetto Fratin dovrebbero sfangarla, per il deputato Pella e per il senatore Roberto Rosso la situazione si fa piuttosto complicata, anche per via dell’alternanza di genere, con il parlamento che non può essere composto per più del 60% da uomini e che impone quindi una quota di capilista donne: innovazione che potrebbe sorridere all’ambiziosa consigliera regionale novarese Annalisa Beccaria.

Preferenze a metà

Un calcolo che invece i piccoli con ogni probabilità non dovranno fare, quantomeno in Piemonte, riguarda le preferenze, che se dovessero venire reintrodotte al Senato dopo la bocciatura alla Camera dove vi farebbero ritorno con un testo blindato (il famoso “lodo La Russa”) riguarderebbero quasi esclusivamente Pd e FdI, essendo il nome del capolista bloccato. Di conseguenza, se un partito elegge solo un suo rappresentante in un collegio, non si misura con le preferenze.

Ragion per cui se Matteo Salvini e Antonio Tajani possono stare tranquilli, gli uscenti dei partiti principali un po’ meno, dovendosi guardare soprattutto dalla concorrenza agguerrita dei consiglieri regionali, che invece le preferenze sono abituati a prenderle. Se l’emendamento dovesse passare, la geografia degli eletti cambierebbe sensibilmente soprattutto dal lato dei dem, con la segretaria Elly Schlein che non si ritroverebbe più un gruppo parlamentare a sua immagine e somiglianza.

Il deputato alessandrino Federico Fornaro, tra i più vicini alla segretaria, parla di “emendamento truffa”, visto che “meno di un parlamentare su quattro verrebbe eletto con le preferenze”, ma una sua collega di partito, la cattodem Monica Canalis, dice che “piutost che nient l’è mej piutost”. E lei, che alle regionali del 2024 è stata la donna più votata, potrebbe prepotentemente tornare in corsa, come anche il suo fratello politico Stefano Lepri o come i suoi colleghi a Palazzo Lascaris Daniele Valle e Domenico Ravetti. Tutti esponenti dell’area riformista che possono contare su un bacino di consenso personale. E a farne le spese potrebbe essere proprio il “correntone” schleiniano.

Ressa tra i dem

La segretaria con ogni probabilità blinderà i suoi con un posto da capolista, ma la coperta è corta: degli uscenti solo la vicepresidente del Senato, l’orlandiana Anna Rossomando, non sarebbe ricandidabile, ma tutti gli altri restano in pista. Il giurista Andrea Giorgis, la vicepresidente del partito Chiara Gribaudo, il “filosofo dello sport” Mauro Berruto, il “cacicco” Mauro Laus (fresco di archiviazione sul caso Rear), il pasionario Fornaro, a cui si aggiungono il donciottiano Davide Mattiello (già a Montecitorio dal 2013 al 2018), la capogruppo dem a Palazzo Lascaris Gianna Pentenero e la preidente regionale Nadia Conticelli.

Va poi garantito il rinnovamento lanciando qualche new entry (il segretario del Pd di Verbania Riccardo Brezza è in pole) e il segretario regionale Domenico Rossi punta a un seggio nel suo Piemonte 2. Considerando anche che il Pd non ha migliorato sensibilmente la sua posizione rispetto al 2022 – ottenne il 19%, oggi i sondaggi lo danno poco sopra il 20 – sarà piuttosto complicato trovare spazio per tutti, e le preferenze potrebbero sparigliare ulteriormente le carte.  

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