GRANA PADANA

"Riky, ora datti una mossa". La Lega piemontese mette alle strette Molinari

Il partito non vuole finire nella ridotta di Salvini. Giordano dà voce al fronte che da Novara attraversa ormai quasi tutto il Carroccio subalpino mentre Fontana e Fedriga preparano la battaglia. La promessa di una finta successione? Una trappola

Amicus Riky, sed magis amica veritas. Parafrasando Aristotele, potrebbe riassumersi così l’atteggiamento che una parte ormai largamente maggioritaria del gruppo dirigente della Lega piemontese ha nei confronti di Riccardo Molinari. Gli vogliono bene, ne riconoscono capacità e autorevolezza, continuano a considerarlo un punto di riferimento. Ma adesso gli chiedono di scegliere.

“Datti una mossa, decidi da che parte stare, il tempo sta per scadere”. Più che un consiglio, quello recapitato in queste ore al capogruppo alla Camera e segretario regionale assomiglia a un ultimatum. Perché mentre da Milano a Trieste, passando per Venezia e Brescia, il Carroccio ribolle contro Matteo Salvini, in Piemonte monta l’insofferenza verso chi avrebbe dovuto farsi interprete di un dissenso già esploso apertamente un mese fa e invece ha preferito metterlo in naftalina.

“Gli siamo amici, gli vogliamo bene – è il ragionamento che accomuna gran parte dei segretari provinciali e degli eletti – ma ciò non ci impedisce di dirgli che sta andando a schiantarsi, trascinando con lui tutto il partito. Non lo possiamo permettere”.

Il dissenso in naftalina

Il precedente è quello del direttivo regionale di domenica 5 luglio a Capriata d’Orba, poche ore prima che Salvini salisse sul palco della Festa della Padania tra applausi, selfie e ovazioni. Quel pomeriggio era successo l’esatto contrario. Il cahier de doléances contro la linea del segretario federale era stato squadernato in modo pressoché unanime. E, dettaglio tutt’altro che secondario, era stato lo stesso Molinari ad affidare a Massimo Giordano il compito di aprire la riunione.

Non un dirigente qualsiasi, di certo non uno dei suoi scherani. Giordano è un pezzo da novanta del Carroccio subalpino: ex sindaco di Novara, ex superassessore regionale, oggi segretario provinciale. Focoso, irruento, uno che non le ha mai mandate a dire, ma anche un uomo dotato di quell’aura da capo indiscusso, di fascino e carisma che nel partito vengono riconosciuti a pochi..

Dopo di lui erano arrivati gli altri, dirigenti locali ed eletti di ogni livello. Un sentiment comune, netto, senza troppi equivoci. Poi Salvini era arrivato alla festa e, come abbiamo raccontato, il processo senza imputato si era trasformato in una standing ovation. Il problema è ciò che è successo dopo: praticamente nulla.

Come se niente fosse

È questo che oggi viene rimproverato a Molinari. Dopo aver in qualche modo “autorizzato” la libera espressione del dissenso, non gli avrebbe dato alcun seguito politico. Nessuna iniziativa, nessuna accelerazione, nessun tentativo di trasformare quella posizione largamente maggioritaria in una linea del partito piemontese. Come se niente fosse.

Una prudenza che fino a qualche settimana fa poteva essere spiegata con il carattere del personaggio, con la sua storia al fianco di Salvini e persino con una valutazione realistica dei rapporti di forza – lo Statuto blinda il segretario e gli organismi federali restano difficilmente scalabili – ma che adesso, agli occhi di molti dirigenti, rischia di diventare immobilismo. Molinari continua a barcamenarsi tra le spinte verso il cambio netto provenienti dal fronte nordista, con Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga in prima linea, e i richiami all’unità provenienti dal cerchio magico salviniano. Solo che il tempo del cerchiobottismo sta finendo.

La piccola Salò del salvinismo

Il timore dei piemontesi è soprattutto uno: mentre Lombardia, Veneto e Friuli si muovono, il tradizionale bogia nen rischia di lasciare il Piemonte ai margini della partita che deciderà il futuro del Carroccio. Peggio: di farlo apparire come l’ultima ridotta di un salvinismo che molti considerano ormai suicida. Una sorta di piccola repubblica di Salò leghista mentre tutt’attorno il vecchio sistema comincia a sfaldarsi. E nessuno, tra coloro che chiedono a Molinari di accelerare, vuole ritrovarsi nella fotografia degli ultimi guardiani di Salvini. Tanto più adesso che lo scontro nazionale sta cambiando natura. Non riguarda più soltanto la leadership. Riguarda le liste delle prossime Politiche.

Secondo quanto ricostruisce il Foglio, tra i governatori si sarebbe ormai fatta strada la convinzione che Salvini punti a mettere in salvo un manipolo di fedelissimi, garantendo loro i posti utili e usando la compilazione delle candidature per una scrematura finale. Da qui la nuova offensiva che Fontana starebbe preparando dopo Ferragosto e la richiesta estrema che circola nel fronte nordista: un triumvirato, con Giancarlo Giorgetti garante, capace soprattutto di togliere a Salvini la penna con cui compilare le liste. A quel punto stare in mezzo diventa assai più complicato.

Sedotto dal dopo-Salvini

C’è però un retroscena che, secondo alcuni dirigenti, contribuirebbe a spiegare la cautela del segretario piemontese. Molinari sarebbe oggetto di un corteggiamento da parte dell’inner circle salviniano. La prospettiva che gli sarebbe stata fatta balenare è suggestiva: potrebbe essere proprio lui, un domani, a prendere le redini della Lega, con Salvini spostato nel ruolo di “padre nobile”, magari presidente del partito.

Uno scenario che tutti considerano semplicemente inverosimile. Perché il leader appare semmai in preda alla sindrome del “muoia Sansone con tutti i filistei”, assai poco compatibile con un volontario pensionamento dorato. Eppure Molinari sembrerebbe non considerare completamente impossibile quella prospettiva. Insomma, se non convinto, almeno sedotto.

“Non avverrà mai”, taglia corto un alto papavero leghista. “Ma quand’anche avvenisse, che cosa potrebbe fare? Sarebbe placcato, circondato dai giannizzeri del segretario, i vari Durigon, Morelli, Toccalini, Crippa, tutta gente che peraltro non lo ama. Sarebbe ostaggio, un segretario Travicello”. Altro che successione.

“Riky, va’ dove ti porta il cuore”

Chi sta facendo pressione su Molinari non dispera affatto di portarlo dalla propria parte. Anzi. “Riky, va’ dove ti porta il cuore”, scherza uno dei dirigenti che più lo stima. Perché nessuno, almeno per ora, vuole aprire una guerra contro il segretario piemontese. L’obiettivo è esattamente opposto: trascinarlo nella battaglia prima che sia troppo tardi.

La macchina, assicurano nel Carroccio, è ormai in moto. La questione non sarebbe più se succederà qualcosa, ma quando. Il richiamo alla battaglia potrebbe arrivare nel giro di pochi giorni e ad anticiparlo, secondo quanto viene raccontato nelle conversazioni interne, dovrebbe essere proprio Fontana con un’intervista a un quotidiano. Salvini parlerà il 14 agosto alla Versiliana. Dopo, secondo le indiscrezioni, potrebbe arrivare una reazione coordinata dei governatori. E allora per Molinari lo spazio dell’attesa diventerebbe ancora più stretto.

Tutti pronti, quasi

Perché sotto la superficie della prudenza il Piemonte leghista sarebbe già schierato. In Consiglio regionale e nei principali Comuni la linea sarebbe sostanzialmente comune: dal capogruppo a Palazzo Lascaris Fabrizio Ricca all’ex assessore Luigi Icardi, passando per consiglieri, sindaci e amministratori locali. Gli unici che, secondo le ricostruzioni interne, starebbero ancora tentennando sarebbero Alessandro Giglio Vigna, lo staffiere muto di Molinari, e Giorgio Maria Bergesio, molto legato a Roberto Calderoli. Quest’ultimo, per ora, si tiene prudentemente distante sia dai cospiratori sia dai salviniani. “Come al solito fa tre-quattro parti in commedia”, sibila chi ne conosce bene l’abilità nel non farsi rinchiudere in un solo schieramento. Per il resto, la sensazione è che il partito aspetti soltanto il segnale. E che non veda l’ora che arrivi.

A luglio il malessere era esploso a Capriata e poi era stato ricoperto dagli applausi. Ad agosto Molinari ha continuato a tenere aperti i canali con Zaia e Fedriga senza però rompere gli argini. Adesso il gruppo dirigente piemontese gli sta dicendo che quel tempo è finito. Gli amici restano amici. Ma la verità, almeno per loro, viene prima. E la verità che raccontano è brutale: Salvini non è più in grado di riportare la Lega dove era, il fronte nordista si prepara alla battaglia e il Piemonte non vuole arrivare, ancora una volta, quando gli altri hanno già deciso tutto. Per questo l’ultimatum a Molinari non suona ancora come una dichiarazione di guerra. È l’ultimo tentativo di portarlo con loro. “Amicus Riky, sed magis amica veritas”. Poi, se il latinorum non dovesse bastare, gliel’hanno detto pure in piemontese stretto: date n’andi.

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