ECONOMIA DOMESTICA

Botteghe in via di estinzione, spariti 46mila artigiani in Piemonte

In dieci anni la regione ha perso il 28,4% degli imprenditori del settore, quarto peggior risultato d'Italia. Alessandria, Asti e Torino sopra la media nazionale. Tra qualche anno sarà difficile trovare un idraulico, un fabbro o un elettricista

C’è un’Italia che a Ferragosto abbassa la serranda per ferie e un’altra che quella serranda l’ha tirata giù per sempre. E sono sempre di più. Dietro la progressiva scomparsa delle botteghe non c’è soltanto una statistica: spariscono mestieri, competenze, servizi di prossimità e, soprattutto nei piccoli centri, pezzi di comunità. E il Piemonte, numeri alla mano, è una delle regioni dove questa desertificazione corre più veloce.

La contabilità del declino la mette nero su bianco la Cgia di Mestre. Nel 2008, al culmine di una lunga crescita, in Italia si contavano quasi 1,5 milioni di sedi di imprese artigiane attive. Nel 2025 ne restano 1.225.817. Ancora più impressionante è il conto delle persone: gli artigiani – titolari, soci e collaboratori familiari – sono passati da 1.731.573 nel 2015 a 1.297.710 nel 2025. In dieci anni ne sono scomparsi 433.863, il 25,1%. E la caduta sta accelerando: soltanto tra 2024 e 2025 se ne sono persi 69.835, pari al 5,1%.

Piemonte, dieci anni in declino

Se la media nazionale è già pesante, a Torino e nel resto della regione il conto è ancora più salato. Nel 2015 il Piemonte aveva 163.862 imprenditori artigiani; nel 2024 erano scesi a 124.065 e nel 2025 sono diventati appena 117.316. Significa 46.546 artigiani in meno in dieci anni, una contrazione del 28,4%.

Peggio hanno fatto soltanto Marche (-31,3%), Umbria (-29,3%) ed Emilia-Romagna (-28,7%). Il Piemonte è dunque quarta regione italiana per intensità dell’emorragia, con un arretramento di oltre tre punti superiore alla media nazionale. E non c’è alcun segnale di inversione: nell’ultimo anno sono spariti altri 6.749 artigiani, il 5,4%.

Il problema, peraltro, riguarda tutto il Nord-Ovest. Dai 547.708 artigiani del 2015 si è scesi a 404.790 nel 2025: 142.918 in meno, pari al 26,1%. Solo nell’ultimo anno il quadrante ha lasciato sul terreno altre 22.579 persone (-5,3%). Il Centro fa persino peggio nel decennio (-27,1%), seguito dal Nord-Est (-26,5%), mentre il Mezzogiorno contiene maggiormente le perdite, fermandosi al -20,2%.

Da Alessandria a Torino, nessuno si salva

Dentro il Piemonte la cartina delle chiusure non concede molte zone franche. Nell’ultimo anno è Alessandria a registrare il tonfo percentuale più pesante: da 11.533 a 10.833 artigiani, 700 in meno e un calo del 6,1%, quindicesimo peggior risultato tra le province italiane. Subito dietro c’è Asti, che perde 420 artigiani e scende da 7.097 a 6.677, -5,9%. Poi arriva Torino, dove la percentuale è leggermente inferiore ma i numeri assoluti raccontano una vera falcidie: da 60.515 a 57.049, cioè 3.466 artigiani cancellati in dodici mesi (-5,7%). È quasi la stessa perdita assoluta registrata da Milano, dove gli artigiani diminuiscono di 3.460 unità.

Seguono Vercelli, da 4.421 a 4.187 (-234, -5,3%); Novara, da 9.393 a 8.913 (-480, -5,1%); Biella, da 5.046 a 4.799 (-247, -4,9%); Cuneo, che perde 1.005 artigiani passando da 21.505 a 20.500 (-4,7%); infine il Verbano-Cusio-Ossola, da 4.555 a 4.358, 197 in meno e una flessione del 4,3%. Insomma, cambia l’intensità ma non il segno: tutte le province piemontesi arretrano.

Un milione e 300mila resistenti

Il grafico della Cgia racconta meglio di molte parole la lunga discesa nazionale. Nel 2015 gli artigiani erano 1,732 milioni, nel 2016 1,675 milioni, nel 2017 1,635, nel 2018 1,605 e nel 2019 1,582. Dopo una sostanziale stabilizzazione tra 2020 e 2021 – rispettivamente 1,554 e 1,555 milioni – la curva ha ricominciato a precipitare: 1,517 milioni nel 2022, 1,441 nel 2023, 1,368 nel 2024 e 1,298 milioni nel 2025. È la rappresentazione plastica di un quarto della platea cancellato nell’arco di appena un decennio.

Anche guardando alle imprese anziché alle “teste” la direzione non cambia. Le sedi artigiane erano 1.398.722 nel 2001, erano salite a 1.463.532 nel 2005 e avevano raggiunto il massimo di 1.486.559 nel 2008. Poi la discesa: 1.449.566 nel 2011, 1.349.797 nel 2015, fino alle 1.225.817 del 2025. Lo studio avverte correttamente che i due indicatori non vanno confusi: uno misura le sedi delle imprese, l’altro le persone – titolari, soci e collaboratori familiari – che vi lavorano.

La bottega diventa merce rara

Il rischio è che a sparire non sia soltanto l’impresa, ma il mestiere. Nelle grandi città le botteghe stanno diventando sempre più rare; nei borghi, nelle vallate e nei paesi di provincia la crisi dell’artigianato procede invece insieme allo spopolamento. Ogni saracinesca abbassata significa perdere non soltanto fatturato e occupazione, ma un presidio di socialità, competenze e identità, con quartieri e piazze destinati a diventare più anonimi.

Il Piemonte, con la sua costellazione di piccoli comuni e territori montani, è particolarmente esposto a questo fenomeno. E la conseguenza rischia di diventare molto concreta: chi aggiusterà quello che si rompe?

La Cgia prevede che, continuando l’invecchiamento degli artigiani e diminuendo i giovani disposti a entrare nel settore, entro una decina d’anni potrebbe diventare estremamente difficile trovare idraulici, fabbri, elettricisti e serramentisti disponibili per una riparazione domestica o sul luogo di lavoro.

Non sono tutte serrande abbassate

Dentro quei numeri, tuttavia, c’è anche una trasformazione strutturale. Una parte della diminuzione deriva dai processi di fusione, aggregazione e acquisizione avvenuti dopo le crisi del 2008-2009, 2012-2013 e 2020-2021. Meno imprese e meno imprenditori, dunque, non significano automaticamente una perdita equivalente di capacità produttiva.

Le aggregazioni hanno infatti aumentato la dimensione media aziendale e, in alcuni comparti, anche la produttività. In particolare, trasporto merci, metalmeccanica, installazione di impianti e moda. È il lato meno cupo del fenomeno: una parte dell’artigianato non scompare, semplicemente diventa più grande e strutturata.

A resistere meglio, secondo lo studio, saranno restauratori, riparatori, produzioni di lusso su misura e quanti riescono a vendere, oltre all’oggetto, un’esperienza: corsi, botteghe aperte, lavorazioni visibili dal pubblico. Il vero discrimine, insomma, potrebbe non essere tra uomo e macchina, ma tra artigiani che sapranno usare l’AI e quelli che continueranno a lavorare ignorandola.

Quelli che crescono

Perché l’artigianato non è tutto in ritirata. Ci sono comparti che corrono nella direzione opposta. Crescono le attività legate al benessere personale: acconciatori, estetisti, massaggiatori e tatuatori. Aumentano anche le nuove professioni dell’informatica e della comunicazione digitale: sistemisti, web marketer, videomaker ed esperti di social media.

Segno positivo pure per parte dell’alimentare da asporto, soprattutto gelaterie, gastronomie e pizzerie al taglio, in particolare nelle città con una forte presenza turistica.

È forse questa la chiave per leggere correttamente i numeri: non sta scomparendo indistintamente ogni forma di lavoro artigiano. Sta cambiando ciò che il mercato considera artigianato e, soprattutto, stanno scomparendo più velocemente alcuni dei mestieri tradizionali sui quali per decenni si è retto il sistema delle piccole imprese italiane.

Va meno peggio al Sud

La crisi piemontese si inserisce in un quadro nazionale dove nessuna regione è riuscita a sottrarsi alla contrazione. Nell’ultimo anno il primato negativo tra le province spetta a Pesaro-Urbino, che perde l’8,3% degli artigiani (-1.043), seguita da Mantova (-7,9%, -938), Bologna (-7,5%, -2.113) e Belluno (-7,3%, -405). Lucca e Prato sono entrambe al -7,1%. E appena fuori dalle primissime posizioni compare, appunto, Alessandria con il suo -6,1%.

All’altro estremo della classifica ci sono soprattutto province meridionali. Nuoro perde il 3,2%, Agrigento il 3,1% e Vibo Valentia il 2,9%, il dato meno negativo d’Italia. Ma non c’è una provincia con il segno più: la graduatoria nazionale è una lunga scala di diminuzioni che va dal -8,3 al -2,9%.

A contenere maggiormente la caduta nel Mezzogiorno hanno contribuito gli investimenti in opere pubbliche finanziati dal Pnrr e gli effetti dell’ultimazione dei cantieri legati al Superbonus, che hanno sostenuto il comparto delle costruzioni.

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