CONTRAPPASSO

Vittima del "metodo Report". Esposito accusa Ranucci

L'ex senatore Pd punta il dito contro il giornalista: "Atti d'indagine ancora segreti, insinuazioni, una spruzzata di mafia e interviste tagliate e ricucite". E qualche talpa in Procura. L'indagine finirà con l'archiviazione. "Ho aspettato invano un servizio riparatore" - VIDEO

C’è un minuto e venti di televisione che Stefano Esposito non ha dimenticato. Non tanto perché, a distanza di anni, abbia ancora qualcosa da spiegare alla giustizia. Al contrario: l’inchiesta che lo aveva trascinato dentro accuse di corruzione e traffico di influenze è finita con un’archiviazione richiesta dalla stessa Procura di Roma, dopo che la Corte Costituzionale aveva demolito un pezzo decisivo dell’impianto investigativo dichiarando illegittime le intercettazioni che lo riguardavano. E la vicenda ha avuto persino una coda disciplinare, con le sanzioni del Csm nei confronti dei magistrati torinesi coinvolti nella gestione di quelle captazioni.

È proprio per questo che oggi l’ex senatore del Pd, già assessore ai Trasporti nella giunta romana di Ignazio Marino, torna a quel servizio di Report del 2019 e lo usa per raccontare quello che definisce, senza mezzi termini, uno «spaccato del Metodo Report vissuto sulla mia pelle».

Lo fa mentre il conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, parla della sofferenza dei propri figli a seguito delle note vicende legate al suo “amico fraterno” Valter Lavitola, mandante dell’attentato ai suoi danni. Ed Esposito parte proprio da lì: «Un sincero abbraccio ai figli di Sigfrido Ranucci in questo momento difficile. Auguro loro di non dover mai essere tra le innumerevoli vittime di questo “Metodo”».

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Quelle domande arrivate prima degli atti

Il punto di partenza è Torino, 2019. Esposito racconta che una troupe della trasmissione Rai lo avvicina per chiedergli conto di elementi contenuti in un’indagine che lo riguardava. Il particolare su cui insiste oggi è la cronologia. «Peccato che loro avessero delle informazioni, chissà acquisite come, che io scoprirò soltanto un anno dopo, cioè alla fine del 2020, quando le indagini contro di me diventano pubbliche».

Da qui l’accusa formulata nel post: «Insinuazioni attraverso il possesso e utilizzo di atti di indagine coperti da segreto (che personalmente ho acquisito solo un anno dopo), ombre di mafia sapientemente dispensate, e video intervista tagliata e ricucita apposta per far risultare il soggetto “sospetto” e in difficoltà».

È la versione di Esposito, naturalmente. Ma ciò che è accaduto dopo sul versante giudiziario consente oggi di leggere quella vecchia sequenza televisiva conoscendo un finale che allora non esisteva. Che qualche “falla” ci fosse a Palazzo di Giustizia e nel nucleo di polizia giudiziaria? Chissà.

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“Quel minuto e venti ti segna l’esistenza”

È qui che Esposito porta il discorso da tribunali e carte giudiziarie alla televisione. «Ovviamente il metodo è sempre lo stesso: insinuazioni, una spruzzata di mafia, che non fa mai male a nessuno», dice nel video pubblicato sui social. E poi indica la durata che per lui riassume tutto: «Quel minuto e 20» che «ti segnano la tua esistenza».

Non parla soltanto di reputazione politica. «E vedi, Sigfrido, quel video ha fatto soffrire mia madre, mio padre, i miei figli, mia moglie, i miei amici». È lo stesso tema sul quale Esposito era tornato dopo l’archiviazione, raccontando il prezzo pagato in quegli anni dalla sua famiglia e sostenendo che l’inchiesta gli avesse sottratto in pochi minuti l’onorabilità costruita in una vita. Oggi però il bersaglio non è la Procura. È Report.

Il servizio riparatore mai arrivato

Esposito sostiene di avere aspettato che alla chiusura della vicenda giudiziaria seguisse un ritorno televisivo sulla storia. Un aggiornamento, una rettifica sostanziale, comunque un racconto dell'epilogo con un'evidenza paragonabile a quella riservata ai sospetti iniziali. «Ho aspettato invano che, quando le indagini si sono concluse, i processi si sono conclusi con un nulla di fatto, tu facessi un servizio riparatore per dire che avevi sbagliato. Ma non è il metodo di Report ovviamente quello di prendere atto di aver sbagliato».

L’archiviazione della sua posizione è un fatto. Così come sono fatti la sentenza della Consulta sulle intercettazioni e il successivo procedimento disciplinare conclusosi con le sanzioni del Csm. Sul “metodo Report”, invece, quello di Esposito resta un giudizio, durissimo, formulato da chi ne è stato vittima.

Ed è proprio su questa distinzione che l’ex senatore costruisce la stoccata finale. Non contesta a Ranucci il diritto di soffrire per ciò che coinvolge la sua famiglia. Fa esattamente il contrario: riconosce quella sofferenza per chiedergli di misurarla con quella prodotta, secondo lui, sugli altri. «Quindi permettimi di dirti una cosa: abbraccio tanto i tuoi figli di cui ti sei lamentato per la loro sofferenza, ma ricordati tanto della sofferenza di tanti altri». Poi chiude senza aggiungere altro: «Buona giornata».

Sette anni dopo l’inizio dell'incubo giudiziario e quasi due anni dopo la sua conclusione, per Esposito quel minuto e venti continua evidentemente a durare molto più di un minuto e venti.

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