PIAZZA AFFARI

La Compagnia dei nuovi Agnelli, in Borsa vale quanto la dinastia

La fondazione San Paolo tocca 8 miliardi e raggiunge la Sacra Famiglia, che in un anno perde il 15,3% e scivola al sesto posto tra i Paperoni. Corre anche Crt, mentre Denegri arretra. I 637 milioni di Iren fanno ricco Lo Russo, ma Torino resta lontana dai maggiori Comuni azionisti

La distanza ormai si misura in una manciata di milioni. 8,05 miliardi contro 8,002. Da una parte la famiglia Agnelli-Elkann-Nasi, per oltre un secolo sinonimo stesso del capitalismo torinese; dall’altra la Compagnia di San Paolo, erede della grande finanza bancaria subalpina. Quasi appaiate per valore delle partecipazioni quotate, ma con una differenza decisiva: le due corrono in direzioni opposte.

La prima perde il 15,3% in un anno e scivola dal terzo al sesto posto tra i Paperoni di Borsa. La seconda mette a segno un +35,7%, aggiungendo oltre due miliardi al proprio tesoro azionario. Se c’è un numero capace di raccontare come stanno cambiando gli equilibri del potere economico piemontese è proprio questo.

A consegnarlo è la tradizionale classifica dei più facoltosi in Borsa elaborata da MF-Milano Finanza, aggiornata alle quotazioni del 7 agosto. Una graduatoria che, va precisato, non misura i patrimoni complessivi: conteggia le partecipazioni nelle società quotate detenute da persone e famiglie italiane, comprese quelle sui mercati esteri, e quelle di soggetti stranieri nelle aziende di Piazza Affari. Restano dunque fuori immobili, liquidità, società non quotate e altri cespiti. Non è la lista dei più ricchi d’Italia, insomma, ma una radiografia di chi possiede quanto sui mercati azionari.

La Famiglia scende dal podio

Per gli Agnelli-Elkann-Nasi il 2026 segna un altro arretramento. Le partecipazioni censite da MF valgono 8,05 miliardi, contro i 9,5 miliardi di dodici mesi fa: quasi un miliardo e mezzo evaporato, pari al 15,3%. La famiglia passa così dal terzo al sesto posto, superata non soltanto da Francesco Gaetano Caltagirone, ma anche dai Crippa, proprietari di Technoprobe, e dal duo Prada-Bertelli.

Non è neppure una battuta d’arresto isolata. Già nel 2025 il patrimonio azionario della dinastia torinese aveva perso quasi il 10%. Due anni consecutivi con il segno meno cominciano ad assomigliare più a una tendenza che a una parentesi. A pesare sono la ristrutturazione degli investimenti di Exor e soprattutto le difficoltà dell’automotive, con Stellantis che continua a rappresentare il punto dolente del portafoglio, mentre Ferrari resta l’eccezione di lusso. È proprio questa esposizione che John Elkann sta cercando progressivamente di ridurre, ridisegnando la holding di famiglia e spostandone il baricentro verso altri settori.

Del resto, la crisi di Stellantis presenta il conto anche dall’altra parte delle Alpi: i Peugeot vedono il valore della loro partecipazione crollare di un altro 37%, da 1,7 a 1,07 miliardi, precipitando dal 24° al 37° posto.

La Compagnia mette la freccia

Mentre gli Agnelli scendono, Compagnia di San Paolo sale. E parecchio. Il valore delle partecipazioni in Intesa Sanpaolo e Iren passa dai 5,898 miliardi del 2025 a 8,002 miliardi: oltre 2,1 miliardi in più in dodici mesi, pari al 35,7%. La fondazione torinese presieduta da Marco Gilli è così nettamente la prima in Italia per valore del portafoglio quotato. E arriva praticamente a pareggiare il patrimonio borsistico degli Agnelli: appena una cinquantina di milioni separano i due mondi. Il confronto è ancora più significativo perché dodici mesi fa la distanza era enorme: 9,5 miliardi contro 5,9. In un anno la forbice si è praticamente chiusa.

È uno di quei sorpassi che non compaiono formalmente in classifica, perché famiglie e fondazioni vengono conteggiate separatamente, ma che raccontano l’evoluzione del mercato. Il patrimonio finanziario riconducibile alla principale fondazione torinese ormai vale sui listini quanto quello della famiglia che ha costruito la Fiat.

Anche Crt ingrassa con le banche

E non c’è soltanto la Compagnia. Anche Fondazione Crt guidata da Anna Maria Poggi beneficia della grande corsa dei bancari e porta il valore delle proprie partecipazioni in Generali, Iren e Unicredit a poco meno di 4 miliardi, con un aumento del 27,7% in un anno. Sommandole – operazione puramente indicativa, trattandosi di soggetti completamente autonomi – le due grandi fondazioni torinesi arrivano dunque a circa 12 miliardi di partecipazioni quotate.

È la versione piemontese di un fenomeno nazionale. Il patrimonio borsistico delle fondazioni censite da MF passa complessivamente da 16,69 a 22,54 miliardi, con un balzo del 35,1%, alimentato soprattutto dal boom delle banche. Dietro San Paolo, Fondazione Cariplo sale infatti a 6,66 miliardi (+36,1%), mentre Crt resta sul terzo gradino del podio. Ancora più spettacolare, in termini percentuali, la corsa della Fondazione di Sardegna: da 1,2 a 2,25 miliardi grazie a Bper, +87,1%.

Torino ha altri 637 milioni nel cassetto

Alla mappa del capitale piemontese quotato va aggiunto il Comune di Torino. La sua partecipazione in Iren vale, secondo i calcoli di Milano Finanza, 637 milioni di euro, poco più dei 626 milioni attribuiti a Genova nella stessa multiutility.

Torino resta però lontana dai primi Comuni-azionisti italiani: Roma dispone di 2,33 miliardi attraverso Acea, mentre Milano e Brescia hanno ciascuna un tesoro da 1,82 miliardi grazie alle rispettive quote in A2A. Numeri che inevitabilmente imporranno a Palazzo Civico e agli altri soci del patto di sindacato una riflessione sugli indirizzi da dare alla multiutility nei prossimi anni, a partire da una governance che dovrà essere quanto più efficiente e solida possibile per affrontare un mercato destinato a sempre più incisivi processi di aggregazione.

Ma anche i 637 milioni torinesi contribuiscono a mostrare quanto una parte non marginale della ricchezza quotata del territorio sia ormai concentrata non nelle mani degli imprenditori, bensì di fondazioni ed enti pubblici.

Denegri perde nove posti

Tra i Paperoni piemontesi l'anno non sorride neppure a Gustavo Denegri. Il patron legato a DiaSorin, biotech specializzata nella diagnostica, scende di nove posizioni e si ritrova al 28° posto della classifica. Il valore della partecipazione censita si ferma a 1,9 miliardi, con una contrazione del 12,5% rispetto all’anno precedente.

Anche qui il confronto con ciò che sta accadendo altrove è impietoso. Mentre alcuni dei nomi storici del capitalismo piemontese arretrano, una nuova generazione di imprenditori tecnologici scala la graduatoria a velocità fino a poco tempo fa impensabili.

I microchip sorpassano l’auto

Il caso più clamoroso è quello dei Crippa, famiglia che controlla Technoprobe, secondo produttore mondiale di probe card, le apparecchiature utilizzate per verificare il funzionamento dei microchip. Nel 2025 erano sedicesimi con 2,6 miliardi. Dodici mesi dopo valgono 10,4 miliardi e sono quarti. L’incremento sfiora il 300%: quasi 7,8 miliardi di ricchezza azionaria creati in un anno grazie alla corsa del titolo, spinta anche dalla domanda legata all’intelligenza artificiale. Il risultato ha un forte valore simbolico: una famiglia cresciuta con i semiconduttori vale ormai in Borsa oltre due miliardi più degli Agnelli.

E Technoprobe non è un caso isolato. La quotazione al Nasdaq di Bending Spoons porta direttamente nelle prime posizioni quattro dei suoi fondatori: Luca Ferrari vale 3,18 miliardi, Matteo Danieli 2,98, Luca Querella 2,92 e Francesco Patarnello 2,87. Complessivamente i sei soci italiani arrivano a oltre 12 miliardi. Non possono essere sommati nella classifica ufficiale perché non appartengono allo stesso nucleo familiare, ma se Bending Spoons fosse considerata come un unico blocco imprenditoriale si piazzerebbe immediatamente alle spalle dei Del Vecchio, dei Rocca e di Caltagirone. E parecchio davanti agli Agnelli.

La vecchia Torino e il nuovo capitalismo

È forse questo il confronto più scomodo per il Piemonte. Mentre la ricchezza generata dal nuovo capitalismo tecnologico esplode, quella della dinastia cresciuta attorno all’automobile continua a contrarsi.

In cima alla classifica restano gli eredi Del Vecchio, con 44,5 miliardi, nonostante abbiano bruciato oltre 7 miliardi in un anno. Secondi i Rocca, che grazie alla corsa di Tenaris salgono da 9,9 a 15,2 miliardi (+54%). Terzo Caltagirone, passato da 8,1 a 12,5 miliardi, anch’egli con un incremento di circa il 54%. Poi arrivano i Crippa con 10,4 miliardi, Prada-Bertelli e soltanto dopo gli Agnelli. Una geografia della ricchezza molto diversa da quella cui l’Italia ferrigna era abituata. Auto e grandi dinastie perdono centralità, mentre avanzano tecnologia, microchip e finanza.

Il Piemonte cambia cassaforte

Per Torino il segnale è ancora più evidente. Gli Agnelli restano naturalmente una potenza economica internazionale, ma il loro peso relativo nella ricchezza quotata diminuisce. Denegri arretra. Intanto San Paolo e Crt accumulano valore grazie alla corsa delle banche.

C’è quasi un passaggio di testimone involontario: la Torino delle fabbriche perde terreno mentre quella delle casseforti finanziarie si rafforza. E i numeri finiscono per produrre un’immagine che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi paradossale. La Compagnia di San Paolo, da sola, vale ormai in Borsa sostanzialmente quanto gli Agnelli. Se poi si aggiungesse Fondazione Crt, le due grandi fondazioni torinesi supererebbero di circa quattro miliardi la dinastia della Sacra Ruota.

Non significa che abbiano più ricchezza, né tantomeno che esercitino lo stesso potere: la classifica considera soltanto le partecipazioni quotate. Ma indica con chiarezza dove il mercato ha creato e distrutto valore nell’ultimo anno. Ed è proprio qui che sta la notizia “casalinga”: mentre altrove il nuovo capitalismo tecnologico produce Paperoni a ritmi vertiginosi, sotto la Mole il vecchio capitale industriale arretra e quello finanziario avanza. A Torino la cassaforte si riempie ancora. Solo che, sempre meno, è quella degli Agnelli.

print_icon