Lega, Fontana rompe gli indugi e apre alla successione di Salvini. Molinari ora non ha più alibi
09:51 Lunedì 17 Agosto 2026Il governatore lombardo mette sul tavolo anche il cambio al vertice e annuncia l'associazione dei nordisti. Dopo lo statuto fantasma, la fronda prende forma e si prepara a contarsi. Il Piemonte è già in fermento e per "Riky" il tempo dell'attesa è scaduto
La pistola fumante è sul tavolo e, per ora, ha la forma rassicurante di un’associazione. «Larga e aperta», precisa Attilio Fontana, quasi si trattasse di mettere insieme un convegno sul federalismo e non di organizzare politicamente quel pezzo di Lega che da settimane sta mostrando la porta a Matteo Salvini. Ma da oggi il gioco delle allusioni è finito. Il governatore della Lombardia ha detto ciò che doveva dire e soprattutto ciò che, come anticipato dallo Spiffero, aveva deciso di dire: nessuna soluzione va esclusa, neppure un passo indietro del segretario.
Dopo settimane di riunioni, documenti veri, presunti o fatti opportunamente circolare, bozze di statuto comparse e scomparse, telefonate tra governatori e malumori affidati ai territori, il fronte nordista mette finalmente una firma leggibile sulla sua iniziativa. Ed è quella del presidente della Regione più importante governata dalla Lega.
L’avviso di sfratto
Fontana sceglie il Corriere della Sera per trasformare la fronda in una questione politica nazionale. Non chiede formalmente la testa di Salvini, ma fa qualcosa di forse ancora più pesante: la mette tra le soluzioni possibili. Alla domanda se al Capitano venga chiesto un passo indietro, di lato o altro, la risposta è al fiele: «Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento». E aggiunge che occorre «rivedere in modo sostenibile ed effettivo l'impostazione» del partito.
Non una richiesta di dimissioni, ma qualcosa che fino a ieri nessuno con il peso di Fontana aveva osato dire pubblicamente: Salvini non è intoccabile. «Siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti». Non un’opinione sulla linea politica, dunque, ma il conto presentato a una leadership che dopo aver portato il Carroccio al record delle Europee del 2019 lo ha ricondotto nei dintorni delle percentuali da cui era partito.
E il governatore avverte che il malessere non è confinato alla Lombardia. I militanti lo segnalano «in tutto il Nord». Nel direttivo lombardo, insieme al segretario regionale Massimiliano Romeo, quel malessere è stato raccolto e trasformato in una richiesta politica.
Statuto fantasma e l’associazione
Non nasce tutto questa mattina. Prima è comparso lo statuto fantasma, o meglio quella bozza di riorganizzazione del Carroccio che per settimane ha aleggiato sopra via Bellerio: più autonomia alle articolazioni settentrionali, maggior peso sulle candidature e sulle risorse, una struttura capace di restituire potere ai territori e di ridimensionare quello concentrato nelle mani del segretario federale.
Salvini ha chiuso la porta alla revisione sostanziale. Ma chi bussava non se n’è andato. Adesso Fontana indica una strada. «Una pluralità di persone» sta lavorando per creare «un nuovo luogo di dibattito», un’associazione larga e aperta. La prudenza lessicale serve a non pronunciare le parole proibite – corrente organizzata, componente, tantomeno scissione – ma il perimetro politico è già tracciato.
Federalismo, autonomia degli enti locali, amministratori, rapporto con il mondo produttivo, politica industriale. E persino i diritti civili, tema tutt’altro che casuale se si vuole marcare la distanza dalla torsione sovranista e di “destra-destra” impressa alla Lega negli anni salviniani e, ancor più, dalla parentesi vannacciana.
Non è ancora un altro partito. È qualcosa di più utile, in questa fase: un posto dove contarsi senza uscire dalla Lega. E mettere altri nella posizione di chi ha tradito la “vera” Lega.
La squadra al posto del Capitano
C'è poi una frase dell'intervista che pesa quanto l’apertura al passo indietro di Salvini. Alla domanda sulla difficoltà di mettere in discussione la guida di un partito costruito attorno al leader, Fontana risponde che la Lega può offrire «una squadra forte, una leadership collettiva». È l'antitesi del salvinismo.
Per oltre dieci anni il Carroccio è stato Salvini: il nome nel simbolo, la comunicazione, la linea, le candidature, le alleanze. Fontana propone esattamente il contrario. Non un nuovo Capitano da sostituire al vecchio, almeno non ancora, ma un gruppo dirigente nel quale governatori, amministratori e territori tornino ad avere peso proprio.
È la formula che consente anche di tenere insieme ambizioni diverse. Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Fontana, Romeo, Giancarlo Giorgetti: non tutti vogliono necessariamente la stessa cosa e certamente non tutti immaginano allo stesso modo il dopo Salvini. Ma ormai condividono almeno una convinzione: così la Lega non può andare avanti.
Il Piemonte senza alibi
Ed è qui che la scossa lombarda attraversa il Ticino. Fino a ieri la Lega piemontese poteva ancora raccontarsi che bisognava aspettare. Capire cosa avrebbe fatto Fontana, vedere fin dove sarebbero arrivati Zaia e Fedriga, verificare se il malessere lombardo sarebbe rimasto confinato a qualche riunione particolarmente animata. Da questa mattina quell'alibi non esiste più.
In Piemonte il terreno è già pronto. L’ultima roccaforte rimasta, Novara, è da tempo uno degli epicentri dell’insofferenza, il segretario provinciale Massimo Canelli ha dato voce a un disagio che attraversa ormai buona parte del partito subalpino. E nelle ultime settimane il messaggio arrivato a Riccardo Molinari è diventato sempre meno diplomatico: decidere da che parte stare prima che siano gli altri a decidere per lui.
Fontana adesso ha fatto proprio ciò che molti piemontesi aspettavano: ha alzato il dito e indicato la direzione. Non serve più domandarsi se esista un fronte del Nord. Esiste. Non serve domandarsi se voglia mettere in discussione Salvini. Fontana ha appena spiegato che nessuna soluzione è esclusa. Non serve neppure attendere la nascita di un nuovo partito: per organizzare uomini, idee e rapporti arriverà intanto l'associazione. A questo punto, per il Piemonte, restare alla finestra significherebbe scegliere.
Molinari tentenna
Ed è proprio Molinari a trovarsi nella posizione più complicata. Il capogruppo alla Camera ha tutti i requisiti per stare nel fronte nordista: piemontese, autonomista, radicato nel vecchio Carroccio, lontanissimo dall’esperienza di Vannacci e da tempo in rapporto con Zaia e Fedriga. Non a caso il suo nome era già comparso tra quelli dei dirigenti settentrionali favorevoli a restituire autonomia e peso ai territori.
Ma Molinari ha anche molto più da perdere di un sindaco ribelle o di un dirigente locale. È presidente del gruppo parlamentare, segretario regionale e uomo che per anni ha costruito il proprio peso nazionale dentro gli equilibri salviniani. Saltare per primo sarebbe stato rischioso. Saltare per ultimo potrebbe esserlo ancora di più. Perché il problema, dopo l’intervista di Fontana, cambia natura. Molinari non deve più decidere se contribuire alla nascita di una fronda. Deve decidere come entrare in una partita che altri hanno già cominciato a giocare. E dietro di lui il Piemonte scalpita. Il segnale arrivato nei giorni scorsi era stato inequivocabile: “Riky, datti una mossa”. Adesso persino la giustificazione dell’attesa lombarda è caduta.
Il soggetto politico
L’associazione annunciata da Fontana sarà il prossimo passaggio da osservare. Chi ci entrerà, chi resterà prudentemente sulla soglia, quali amministratori firmeranno, quale sarà il rapporto con i gruppi dirigenti locali e soprattutto quanto sarà davvero autonoma dalla Lega federale diranno molto più del nome che verrà scelto. Perché un’associazione può rimanere un luogo di elaborazione. Ma può anche diventare la rete organizzativa pronta all’uso se il confronto con Salvini dovesse rompersi.
Fontana, per ora, nega implicitamente fughe in avanti e ribadisce l’obiettivo del rilancio della Lega. Ma alla domanda se il Carroccio stia guardando ai movimenti del centro, compreso il dialogo tra Forza Italia e Azione, risponde con una frase che tradisce ben altre ambizioni: «Credo che semmai dovrebbero essere gli altri a seguire cosa facciamo noi».
Non parla come chi sta preparando una corrente destinata a mendicare qualche posto in segreteria. Parla come chi pensa che il Nord abbia ancora voti, amministratori e interessi sufficienti per tornare a dettare l’agenda.
Salvini potrebbe provare a disinnescare l’operazione, concedendo qualcosa, cambiando uomini, distribuendo poteri e arrivare a Pontida tenendo insieme il partito. Ma da oggi ha un problema in più: quelli che fino a ieri chiamava malumori hanno trovato un portavoce, una piattaforma e presto avranno anche un indirizzo. E in Piemonte, soprattutto, è finito il tempo di aspettare che qualcuno spari il primo colpo. Fontana ha appena caricato l’arma.


