ECONOMIA DOMESTICA

Il polo aeroportuale prende quota: "È un'opportunità per Torino". Ma la politica vola basso

Cirio apre all'integrazione con Milano e il mondo imprenditoriale guarda alle potenzialità del grande hub del Nord Ovest. Ma tra "scippi", barricate e richiami al pubblico rispunta il vecchio provincialismo subalpino. E Forza Italia rinnega se stessa

Per chi suona il campanile? A Torino basta pronunciare la parola Milano e il liberismo finisce in deposito bagagli. Il mercato diventa sospetto, le aggregazioni industriali una minaccia, la concorrenza un sopruso e perfino Forza Italia riscopre improvvisamente le virtù del protezionismo. La possibile nascita del grande polo aeroportuale del Nord Ovest, mettendo insieme Caselle, Malpensa e Linate, non ha ancora un piano industriale definitivo, ma un risultato l’ha già ottenuto: ha messo a nudo tutte le contraddizioni della politica casalinga.

Gli imprenditori parlano di opportunità, rotte, alta velocità, logistica, investimenti e dimensione europea. Una parte della politica, invece, ha già lucidato gli archibugi contro il nemico di sempre: Milano. Lo “scippo”, naturalmente. La parola magica del provincialismo subalpino, buona per evitare la domanda che dovrebbe venire prima di tutte le altre: un sistema aeroportuale da oltre 47 milioni di passeggeri può far crescere Caselle oppure rischia di schiacciarla? È su questo che bisognerebbe battersi. Non sul confine del Ticino.

Marrone decolla in elicottero

Il primo a salire sulle barricate è stato Maurizio Marrone, vicepresidente della Regione Piemonte e in piena trance agonistica per la candidatura a sindaco. “Delitto perfetto delle sinistre contro Torino”, “scippo di Ferragosto”, “Milano si prende l’aeroporto”: il meloniano ha scelto il registro dell’allarme aereo. E non si è fermato lì. In un post si è fatto ritrarre, chissà perché, con alle spalle un elicottero militare, scenografia vagamente sproporzionata per discutere di partecipazioni societarie e traffico passeggeri, chiamando in causa Alberto Cirio e ringraziandolo per una linea che il governatore, in quei termini, non aveva affatto espresso.

Marrone ha almeno un argomento politico riconoscibile: attribuisce alla sinistra torinese e piemontese la responsabilità di avere progressivamente ceduto le quote pubbliche di Sagat, privando oggi le istituzioni locali di leve dirette sulla società. La Città, che possedeva il 38%, iniziò a vendere dal 2012 per esigenze di bilancio; seguirono Provincia e Regione. Alla fine Caselle è finita interamente in mano a F2i, lo stesso fondo che possiede il 45% di Sea. E lui, che viene dalla destra “sociale” ed è forse più vicino al suo “gemello diverso” Marco Grimaldi di Avs di quanto entrambi sarebbero disposti ad ammettere, almeno sulla mano pubblica resta perfettamente coerente. Il problema è che Marrone vorrebbe arruolare Cirio nella guerra santa proprio mentre Cirio sceglie un’altra strada.

Cirio non grida allo scippo

Dopo un’iniziale prudenza, il presidente della Regione ha infatti chiarito la sua posizione: l’integrazione è un’opportunità. A patto, certo, che il Piemonte sieda al tavolo e non finisca nel menù. “La fusione tra gli aeroporti di Torino e Milano sarebbe un’opportunità per un Nord Ovest ancora più al centro della logistica e del turismo europei”, ha detto Cirio. Che rivendica per Torino “pari dignità con la Lombardia e con Milano”, sintetizzata con una formula assai poco equivoca: “Da padroni e non da mezzadri”.

Non è un sì a scatola chiusa. Cirio chiede garanzie su occupazione, sviluppo, governance e peso del Piemonte e ricorda la debolezza provocata dalla vendita delle partecipazioni pubbliche. Ma non considera la Lombardia un invasore. Anzi: “Affrontare la sfida aeroportuale in sinergia con la Lombardia non mi preoccupa, è una grande opportunità”. Insomma, mentre Marrone suona la sirena antiaerea, Cirio prova a salire sull’aereo.

Gli imprenditori guardano oltre il Ticino

È soprattutto il mondo economico a mostrare quanto sia angusto ridurre tutto all’eterna disfida Torino-Milano. Il presidente dell’Unione Industriali Marco Gay parla di “un’opportunità di sviluppo concreta” e chiede che Caselle cresca nelle tratte business, nell’interconnessione e nella capacità di accompagnare l’internazionalizzazione delle imprese e l’attrazione di investimenti.

Ancora più articolata la posizione del presidente di Api Torino, Fabrizio Cellino. Per lui l’aggregazione è “una mossa strategicamente importante”, da inserire però in un disegno assai più ambizioso: alta velocità tra Torino e Malpensa, coordinamento con Torino-Lione e Terzo Valico, rete ferroviaria e logistica intermodale, una governance nella quale il territorio piemontese abbia voce. Cellino arriva anche ad auspicare un ritorno del pubblico nell’azionariato o, in mancanza delle risorse necessarie, un intervento delle fondazioni bancarie. Ma il punto centrale è un altro: “Non si tratta di una mera questione di consigli di amministrazione e di poltrone”. Davvero sicuro?

Forza Italia scopre il protezionismo

Ed è qui che la faccenda assume contorni quasi comici. Perché nel partito di Cirio, che di Forza Italia è pure vicesegretario nazionale, si consuma un cortocircuito difficile da nascondere dietro qualche prudenza lessicale. Il consigliere regionale azzurro ex leghista Mauro Fava vuole convocare urgentemente in commissione tutti gli attori dell’operazione. Richiesta più che legittima. Ma accompagna l’iniziativa con l’avvertimento che Torino non può “entrare dalla porta principale per poi scoprire di essere stata relegata all’uscita di servizio”, paventando il rischio che Caselle diventi uno scalo “funzionale al sistema aeroportuale milanese”.

Molto più bellicosi il senatore Roberto Rosso, alias Red Patacca, torinese eletto nell’Astigiano, e il segretario cittadino Marco Fontana che dopo l’uscita di scena dei pezzi più pesanti spera sia finalmente arrivato anche il suo turno per approdare in Sala Rossa. “Giù le mani dall’Aeroporto Sandro Pertini”, intimano. E soprattutto chiedono che non si decida nulla fino alle elezioni comunali del 2027. Una singolare dottrina economica: congelare per mesi un’operazione industriale perché bisogna votare.

Secondo Rosso e Fontana, ogni sinergia con Milano si sarebbe tradotta in una fagocitazione, mentre Lo Russo starebbe addirittura tentando di “regalare il nostro hub aeroportuale al collega milanese”. La soluzione sarebbe rinviare tutto ai nuovi Consigli comunali e magari preferire collegamenti con Genova e Lione.

La rivoluzione liberale può attendere

Ed è difficile non sorridere. Forza Italia, il partito fondato da Silvio Berlusconi nel nome della rivoluzione liberale, davanti a un progetto di aggregazione industriale riscopre improvvisamente il protezionismo municipale, il sospetto verso le concentrazioni, il primato del perimetro pubblico e perfino una sorta di diritto di veto della politica sulle tempistiche del mercato.

Peraltro con un dettaglio non trascurabile: Caselle non appartiene più agli enti locali piemontesi. Sagat è controllata da F2i, fondo che ha tra i propri investitori istituzioni finanziarie, fondazioni, banche e soggetti pubblici e che è già socio di Sea. È precisamente questa comunanza azionaria ad avere aperto la strada al progetto. Del resto, quando nel maggio 2012 Piero Fassino fu costretto a vendere le quote per salvare il Comune dalla bancarotta, Forza Italia non alzò barricate. Anzi. L’allora capogruppo del Pdl, Andrea Tronzano, si astenne non perché contrario alla cessione, ma perché riteneva non del tutto soddisfacente il prezzo

Insomma, si può criticare l’attuale piano, si possono pretendere garanzie, quote di governance, rotte, investimenti, occupazione e autonomia operativa. Anzi, sarebbe irresponsabile non farlo. Ma è curioso vedere chi per decenni ha predicato mercato, privatizzazioni e riduzione della mano pubblica trasformarsi in guardiano dei confini aeroportuali.

Il vero errore sarebbe restare piccoli

Il progetto dovrà essere studiato, pesato e, se necessario, corretto. Nessuno può oggi garantire che Caselle ne uscirebbe più forte. Ma neppure si può stabilire il contrario agitando la bandiera piemontese appena compare la Madonnina.

La differenza, per ora, è tutta qui. Gli imprenditori chiedono treni veloci, rotte, investimenti, logistica, Europa e una governance equilibrata. Una parte della politica risponde con Milano cattiva, Torino derubata e le elezioni del 2027.

Cirio, almeno, sembra aver capito che il problema non è impedire la nascita di un grande polo perché Milano è più grande. È fare in modo che Torino ci entri con un peso adeguato. Esattamente l’opposto del riflesso condizionato che trasforma ogni confronto con la Lombardia in una riedizione della battaglia del Ticino.

Quanto a Forza Italia, resta da capire quando sia avvenuta la conversione. Dal mercato al fortino, dalla rivoluzione liberale al “giù le mani da Caselle”. Berlusconi prometteva meno Stato e più impresa. I suoi sedicenti eredi torinesi invocano il pubblico, diffidano dei privati e chiedono alla politica di fermare un’operazione industriale. Come il loro segretario regionale Paolo Zangrillo che da ministro della Pubblica amministrazione, più che vantarsi di aver sforbiciato apparati e tagliato le unghie al Leviatano, esibisce come un successo le centinaia di migliaia di nuove assunzioni nello Stato. Un testamento al contrario.