Lega, Molinari prende le distanze.
Dagli Usa osserva gli anti Salvini
07:00 Martedì 18 Agosto 2026
Dalla vacanza negli Stati Uniti il leader piemontese riconosce il malessere ma dubita della strategia di Fontana e dello stillicidio sui giornali. "Bisogna salvare la baracca": il Capitano si può ancora far ragionare. E nega il pressing dei suoi a darsi una mossa
C’è un oceano, letteralmente, tra Riccardo Molinari e la tempesta che agita la Lega. Il capogruppo alla Camera e segretario piemontese del Carroccio è in vacanza negli Stati Uniti, tra il Texas e la costa Ovest, con tappa a Los Angeles. Mai ferie furono più provvidenziali. Migliaia di chilometri e parecchie ore di fuso orario concedono il lusso che in queste ore a Milano, Venezia e Roma scarseggia: tempo per guardare, ascoltare e soprattutto non precipitarsi a parlare.
Perché Molinari, il Temporeggiatore, osserva eccome. Telefona, viene chiamato, registra ciò che accade nel partito. E a chi in queste ore ha avuto modo di sentirlo consegna un ragionamento assai meno lineare di quello che vorrebbero tanto i salviniani quanto i ribelli del Nord. Il malessere c'è, è diffuso e non viene affatto negato. La diagnosi, insomma, è sostanzialmente condivisa. È sulla cura che Molinari comincia a storcere il naso.
Il kamikaze Fontana
Da qualche ora la domanda ha un nome e un cognome: Attilio Fontana. Il governatore lombardo, come anticipato dallo Spiffero, ha rotto gli indugi. Nell’intervista al Corriere della Sera ha certificato il declino elettorale – «siamo passati dal 34 al 5 per cento» – annunciato la nascita di un’associazione «larga e aperta» dei nordisti e, soprattutto, alla domanda se Matteo Salvini debba compiere un passo indietro o di lato ha risposto che «nessuna soluzione va esclusa a priori». Non gli ha chiesto di andarsene, almeno esplicitamente. Ha fatto qualcosa di politicamente altrettanto pesante: ha messo la permanenza di Salvini alla guida del partito tra le questioni di cui si può discutere.
Molinari, però, da oltreoceano guarda la sortita lombarda con parecchio scetticismo. Il dubbio che affida ai suoi interlocutori è brutale nella sostanza: davvero fare il kamikaze come Fontana può produrre quella svolta di cui la Lega ha bisogno?
Non è una difesa dello status quo. Semmai è la convinzione che aprire ogni giorno un nuovo fronte sui giornali rischi di indebolire la possibilità di ottenere proprio il risultato cui punta il Nord.
“Bisogna salvare la baracca”
Perché su un punto il segretario piemontese sembra non avere dubbi: “bisogna salvare la baracca”. Il problema è come. Molinari non appartiene alla schiera di chi sostiene che nulla debba cambiare. Sarebbe difficile, del resto, dopo mesi nei quali il disagio del Nord è uscito dalle sezioni, ha raggiunto i direttivi regionali e infine è arrivato direttamente al vertice. Già nello scontro sulla revisione dello statuto il capogruppo era stato collocato tra coloro che chiedevano maggiore autonomia per i territori, a partire dal peso sulle candidature e dalla disponibilità delle risorse.
Ma tra cambiare la Lega e buttare giù Salvini, per Molinari, c’è ancora parecchio spazio politico. La sua convinzione è che il segretario possa essere “fatto ragionare”, portato a più miti consigli, convinto a restituire peso al Nord, agli amministratori e alla struttura territoriale. Una correzione robusta della rotta prima di arrivare alla resa dei conti sul Capitano. Ed è qui che la distanza con Fontana diventa evidente. Non tanto sull’esistenza del problema, quanto sul metodo scelto per affrontarlo.
Lo stillicidio
Il governatore lombardo ha deciso di alzare progressivamente la posta. Prima il malessere, poi lo statuto di un fantomatico partito, il Plfi 8Partito liberale federalista italiano, quindi il direttivo lombardo con Massimiliano Romeo, adesso l’associazione e infine la possibilità esplicitamente evocata di cambiare la guida del partito. Molinari si domanda se questo stillicidio sui giornali sia davvero la strada migliore.
Il rischio, nel suo ragionamento, è evidente: mettere Salvini con le spalle al muro può ottenere l’effetto contrario a quello sperato. Irrigidire il segretario, compattare i suoi fedelissimi e trasformare una discussione sulla linea politica in una guerra per la sopravvivenza personale.
Non è un timore campato per aria. Lo statuto della Lega non offre agli oppositori di Salvini una comoda mozione di sfiducia: per arrivare a una vera resa dei conti servirebbe un percorso congressuale assai complicato. E il Capitano conserva ancora leve formidabili nel gruppo parlamentare e negli organismi federali. Ecco perché, vista dal Texas o dalla California, la carica di Fontana può sembrare molto più eroica che risolutiva.
“Riky, datti una mossa”. Ma chi?
C’è poi un sassolino, neppure tanto piccolo, che Molinari si toglie dalla scarpa. Ed è tutto piemontese. Da giorni lo Spiffero racconta un Carroccio subalpino sempre più insofferente, da Novara in giù, con dirigenti che chiedono al proprio segretario regionale di uscire dalla prudenza e prendere posizione. Fino alla formula che ha riassunto la pressione: “Riky, ora datti una mossa”. Lui l’ha letta. E non pare esserne rimasto persuaso.
A chi gli riferisce ancora una volta di questa pressione replica, in sostanza: «Però di segnali inequivocabili per “darmi una mossa” da parte di tutti questi dirigenti piemontesi non me ne è mai arrivato uno, nonostante lo scriviate da una settimana. E li sento, eh… Darsi una mossa cosa vuol dire?»
La domanda è meno retorica di quanto sembri. Perché Molinari quei dirigenti li sente davvero. E se pubblicamente o nei retroscena molti mostrano insofferenza verso Salvini, al loro segretario regionale – sostiene lui – nessuno avrebbe ancora presentato il conto con la stessa nettezza. Una cosa è lamentarsi del Capitano. Un’altra è chiedere a Molinari di mettersi alla testa della rivolta assumendosene tutte le conseguenze.
Il Piemonte che mugugna
Questo non significa che il malessere piemontese sia inventato. Tutt’altro. Da Novara a Verbania, da Torino a Cuneo, le insofferenze non sono più sottotraccia. Il partito piemontese è tutt’altro che impermeabile alla richiesta di riportare la Lega verso il Nord, recuperare autonomia, amministratori e temi economici e smarcarsi dalla stagione che ha progressivamente trasformato il Carroccio in un partito sovranista e destrorso. Ma tra il mugugno e l’ammutinamento c’è di mezzo proprio ciò che Molinari chiede ai suoi: che cosa volete fare davvero?
Cambiare Salvini? Costringerlo a cambiare? Affiancargli una leadership collettiva? Entrare nell’associazione annunciata da Fontana? Preparare un contenitore alternativo nel caso la trattativa fallisca? Finché queste domande non avranno una risposta, il segretario piemontese può continuare a sostenere che il mandato a lanciarsi contro il Capitano nessuno gliel’ha ancora consegnato.
Tra Fontana e Salvini
La prudenza, però, ha una scadenza. Perché se fino a ieri Molinari poteva attendere che Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia scoprissero le carte, adesso almeno una carta pesante è sul tavolo. Fontana ha annunciato un’organizzazione dei nordisti e ha reso discutibile persino la permanenza di Salvini al vertice. Però, al momento, nessuno pare averlo seguito: non una parola di Luca Zaia, muto anche Massimiliano Fedriga. Per non dire dell’anguilla Giancarlo Giorgetti.
Il capogruppo piemontese si ritrova così nella posizione più scomoda ma anche, potenzialmente, più importante. Ha rapporti con tutti, conosce perfettamente il malessere settentrionale, non ha mai nascosto la propria distanza dalla deriva vannacciana e guida una delle organizzazioni regionali che potrebbero risultare decisive se la conta dovesse davvero iniziare. Allo stesso tempo non vuole trasformarsi nel soldato mandato allo sbaraglio contro la mitragliatrice salviniana. Fontana ha scelto l’assalto. Molinari, almeno per ora, pensa ancora alla trattativa.
Il fuso orario finirà
È questa la vera novità che arriva dall’altra parte dell’Atlantico. Molinari non sta con chi dice che nella Lega non esiste alcun problema. Ma non è neppure pronto ad arruolarsi nella strategia di chi pensa che per risolverlo occorra cominciare dalla testa di Salvini.
Vuole salvare la baracca, possibilmente senza incendiarla per cacciare l’inquilino. Una posizione comprensibile per chi, oltre a guidare la Lega piemontese, presiede il gruppo in Parlamento e sa che una guerra aperta produrrebbe vincitori e vinti anche nelle liste delle prossime Politiche.
Resta da capire quanto a lungo questa terza via possa reggere. Perché mentre Molinari attraversa l’America, in Italia il confronto corre molto più veloce del suo itinerario. L’associazione annunciata da Fontana dovrà prendere forma, i nordisti dovranno contarsi e Salvini prima o poi dovrà decidere quanto concedere. A quel punto non basterà più domandare “darsi una mossa cosa vuol dire?”. Bisognerà decidere in quale direzione muoversi.


