Dimmi chi sono e (magari) ti voto. L'identità vale più del portafoglio
17:23 Martedì 18 Agosto 2026Swg mette alla prova le tesi di Petrolo, anticipate dallo Spiffero: per il 47% degli italiani valori e appartenenza vengono prima della condizione economica. Quattro su dieci non si sentono rispettati e uno su tre non trova alcun partito capace di rappresentarlo
Tre mesi fa sembrava una tesi destinata soprattutto a far discutere. Adesso ci sono i numeri. E raccontano che, quando entra nella cabina elettorale, l’italiano guarda più a ciò che sente di essere che a quanto ha nel portafoglio.
Lo scorso primo maggio, sullo Spiffero, Domenico Petrolo, esperto di comunicazione politica e autore de La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare, spiegava il passaggio dall’ormai antico It’s the economy, stupid! all’It’s the identity, stupid!. La sua tesi era che il conflitto politico nelle democrazie occidentali si fosse spostato dalla tradizionale contrapposizione tra classi a quella tra identità culturali. E che soprattutto i ceti medio-bassi non chiedessero più soltanto redistribuzione, salari e welfare, ma protezione del proprio mondo, dei propri valori e del proprio modo di vivere.
Ora Swg ha preso proprio quel libro come punto di partenza in un suo Radar dedicato a “Politica e identità”, e ha sottoposto quelle tesi alla prova di un sondaggio nazionale. Il risultato sembra dare ragione a Petrolo: il 47% degli italiani considera più importante che un partito sappia riconoscere e proteggere la sua identità, i suoi valori e il suo mondo; soltanto il 39% mette davanti la capacità di migliorare la propria situazione economica. Il 14% non sa scegliere.

Altro che “It’s the economy”
Il dato, però, racconta solo una parte della storia. Perché quando Swg entra nelle pieghe anagrafiche e territoriali, il primato dell’identità diventa ancora più evidente. Tra gli over 64 la richiesta di riconoscimento e protezione sale addirittura al 57%, mentre appena il 31% privilegia il miglioramento della propria condizione economica e l’11% non sa rispondere. È un ribaltamento piuttosto eloquente dell’idea secondo cui proprio chi appartiene alle fasce più anziane dovrebbe votare avendo davanti innanzitutto pensioni, bollette e potere d’acquisto.
La geografia aggiunge un’altra sorpresa. Al Nord identità ed economia sono quasi appaiate: 43% contro 42%, con un 15% di indecisi. Nel Centro-Sud, invece, la distanza si allarga: 51% per identità, valori e proprio mondo, 36% per la situazione economica, 13% di incerti.
È difficile non tornare alle parole pronunciate da Petrolo nella nostra intervista: gli 80 euro di Matteo Renzi, sosteneva, oggi non avrebbero la stessa capacità di spostare voti avuta dieci anni fa. Non perché il denaro sia diventato irrilevante, ma perché la domanda politica ha cambiato gerarchia. Prima ancora di chiedere quanto mi dai, una parte crescente dell’elettorato sembra chiedere: tu sai chi sono? E soprattutto, vuoi difendere quello che sono?

Quattro italiani su dieci si sentono umiliati
Qui il sondaggio entra nel punto forse più interessante, perché prova a capire da dove arrivi questa domanda identitaria. E trova una parola che pesa più di molti programmi elettorali: dignità. Alla domanda se nella società odierna le persone con la propria posizione sociale e le proprie caratteristiche vengano rispettate e vedano riconosciuta la dignità che meritano, soltanto il 4% risponde “sì, del tutto” e il 17% “in gran parte sì”. Il 36% si colloca a metà, mentre il 23% risponde “in gran parte no” e il 16% “no, per niente”; un altro 4% non sa rispondere. In totale, dunque, il 39% degli italiani non si sente rispettato e valorizzato.
E qui si frantuma un’altra lettura troppo facile dell’identità come rifugio esclusivo della destra. Il senso di mancato riconoscimento raggiunge infatti il 58% nei ceti economicamente deboli, ma sale al 52% tra gli elettori di sinistra, al 48% tra chi non si colloca politicamente e al 44% tra i residenti al Sud. Il dato sui ceti deboli, semmai, lega le due questioni invece di separarle. La difficoltà economica non scompare: cambia il modo in cui viene vissuta politicamente. Non soltanto come mancanza di reddito, ma come sensazione di essere messi ai margini, non ascoltati, non considerati. Il portafoglio torna così dalla finestra, ma trasformato in una questione di status e riconoscimento.

Il grande buco della politica
Se la società non riconosce, la politica non sembra fare molto meglio. Swg domanda se partiti e leader riconoscano “la dignità, l’identità, le reali esigenze e le difficoltà” delle persone come l’intervistato. Appena il 2% ritiene che lo facciano tutti. Il 47% risponde “alcuni sì, alcuni no”, il 12% individua un solo partito o leader, mentre ben il 30% risponde “no, nessuno”. Un ulteriore 9% non sa esprimersi.
Quel 30% è probabilmente il dato politicamente più insidioso dell’intera ricerca: quasi un elettore su tre non trova nell’offerta politica nessuno che lo faccia sentire rappresentato per quello che è. E la percentuale sale al 45% tra i ceti economicamente deboli e addirittura al 54% fra quanti già dichiarano di non sentirsi rispettati nella società.
È il bacino nel quale può pescare chi riesce prima degli altri a trasformare il disagio in appartenenza. Non necessariamente offrendo più soldi o servizi, ma dicendo a quell’elettore: ti vedo, so che cosa temi, so che cosa vuoi conservare. È esattamente il meccanismo che Petrolo individuava dietro Brexit, Trump e l’avanzata delle destre nazionaliste europee.

Ognuno ha il suo nemico
Naturalmente un’identità che domanda protezione presuppone qualcosa da cui sentirsi minacciata. Ed è su questo terreno che il sondaggio restituisce la fotografia più nitida della polarizzazione italiana.
Swg propone cinque possibili minacce. Il ritorno di una cultura che riapre al passato e al fascismo viene percepito “molto” come una minaccia dal 54% degli intervistati, “un po’” dal 26% e per nulla dal 20%. Ma tra gli elettori di sinistra quel “molto” schizza all’83%. Quanto all’Islam, nel complesso il 43% degli italiani lo considera “molto” una minaccia per la propria identità, il 31% “un po’” e il 26% per nulla. Ma tra gli elettori di destra la quota di chi lo percepisce come una minaccia forte sale al 73%.
Poi c’è quella che Swg definisce “una cultura di sinistra che esagera con l’inclusione, l’attenzione verso le minoranze, la cultura woke e il politicamente corretto”: è una forte minaccia per il 40% degli italiani, lo è “un po’” per il 30%, mentre un altro 30% non la considera tale. Ma tra gli elettori di destra il “sì, molto” arriva al 76%, il valore più alto registrato in quell’area politica.
Fascismo a sinistra, woke e Islam a destra
Il gioco degli specchi continua. Una società che esalta il nazionalismo costituisce una minaccia forte per il 39% del campione, moderata per il 32% e non lo è per il 29%. Tra gli elettori di sinistra, però, il livello di forte allarme arriva al 65%. Infine l’immigrazione: il 36% la considera “molto” una minaccia per la propria identità, il 33% “un po’”, mentre il 31% non la avverte come tale. Tra gli elettori di destra, il dato di massima preoccupazione sale al 71%.
Non c'è quindi una metà del Paese che ragiona per identità e un’altra che ne sarebbe immune. Cambiano le identità e soprattutto cambiano le minacce. A sinistra il fascismo e il nazionalismo, a destra il woke, l’Islam e l’immigrazione. Il meccanismo, però, è lo stesso: la politica viene letta attraverso ciò che mette in pericolo il proprio sistema di valori.
Ed è forse questo il dato che rende più scomoda la ricerca per chi continua a liquidare la questione identitaria come un’invenzione della destra. Anche l’elettore progressista organizza una parte consistente delle proprie paure attorno alla protezione di un’identità: antifascista, antinazionalista, inclusiva. Non è l’identità a distinguere destra e sinistra; è ciò che ciascuna delle due considera degno di essere protetto.
Il problema della sinistra
Per il centrosinistra c’è poi un numero difficile da aggirare: quel 52% dei suoi elettori che non si sente sufficientemente rispettato e valorizzato. È persino superiore al 48% registrato tra chi non si riconosce in alcuna collocazione politica.
Quando avevamo intervistato Petrolo, il punto era precisamente questo. La sinistra, sosteneva, rischia di diventare irrilevante se considera la richiesta di protezione dell’identità tradizionale soltanto un retaggio del passato o, peggio, qualcosa da stigmatizzare. “Occuparsi delle paure significa occuparsi della democrazia stessa”, spiegava, indicando immigrazione, integrazione delle seconde generazioni, sicurezza e rischio di società parallele come terreni sui quali la questione sarebbe diventata sempre più centrale.
Tre mesi dopo non è Petrolo a ripeterlo. Sono 1.400 italiani interpellati da Swg. E forse la notizia non è neppure che 47 batta 39, identità contro economia. È ciò che sta sotto quei numeri: un Paese nel quale quattro persone su dieci non si sentono rispettate, quasi una su tre non trova un partito capace di riconoscerla e destra e sinistra costruiscono entrambe il proprio sistema di allarme attorno alla difesa di ciò che ritengono di essere.
La vecchia domanda della politica era “che cosa posso fare per te?”. Quella che emerge dal Radar sembra venire ancora prima: “sai chi sono?”. E chi non trova una risposta, a quanto pare, non si accontenta più di una mancia in busta paga.


