LAVORO & INNOVAZIONE

Torino sfoggia la fondazione sull'IA ma un tecnico su due è introvabile

Sotto la Mole ha sede il centro per l'intelligenza artificiale applicata all'industria. Però proprio qui le aziende faticano a reperire 9.050 profili specializzati sui 17.950 richiesti. Il Piemonte supera la media italiana: mancano all'appello 16.870 professionalità

Le imprese comprano tecnologia, digitalizzano processi, sperimentano l’intelligenza artificiale. Poi, quando cercano qualcuno capace di far funzionare davvero quelle innovazioni dentro un’azienda, cominciano i problemi. E a Torino il conto è particolarmente salato: nel 2025 le aziende hanno cercato 17.950 lavoratori con competenze digitali avanzate, ma 9.050, poco più della metà, sono risultati difficili da reperire.

Il capoluogo piemontese è così quinto in Italia per numero assoluto di professionalità introvabili, dietro soltanto a Milano, Roma, Napoli e Bari. Un piazzamento che racconta due cose insieme: la dimensione della domanda di competenze tecnologiche di un sistema produttivo ancora robusto e la difficoltà crescente di trovare le persone necessarie ad accompagnarne la trasformazione.

È il nodo che emerge dalla rilevazione dell’Ufficio Studi di Confartigianato sul rapporto tra imprese, digitalizzazione e mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale avanza più velocemente del capitale umano necessario a governarla.

Piemonte, oltre 16mila profili che non si trovano

Allargando lo sguardo alla regione, nel 2025 le imprese piemontesi hanno programmato l’ingresso di 31.420 lavoratori con elevate capacità nell’applicazione delle tecnologie digitali avanzate. Di questi, 16.870 sono risultati difficili da reperire, il 53,7%. Significa che in Piemonte più di una ricerca su due resta impigliata nella carenza di competenze. E il dato regionale è peggiore della media nazionale, dove la difficoltà di reperimento si ferma – si fa per dire – al 50,8%.

Il Piemonte è nono tra le regioni italiane per numero assoluto di profili difficili da trovare, preceduto da Lombardia, Campania, Lazio, Veneto, Emilia-Romagna, Sicilia, Puglia e Toscana. Ma il numero assoluto dice solo una parte della storia: il suo 53,7% di irreperibilità è superiore a quello di Lombardia (50,2%), Campania (46,5%), Lazio (46,1%), Sicilia (43,8%) e Puglia (45,6%). Non manca dunque la domanda. Mancano, in misura crescente, le persone in grado di soddisfarla.

Torino quinta in Italia

Il dato torinese rende ancora più evidente la strozzatura. Con 9.050 profili difficili da reperire su 17.950 richiesti, pari al 50,4%, Torino occupa il quinto posto nella graduatoria nazionale per numero di lavoratori introvabili. Davanti ci sono Milano, con 29.840 figure difficili da trovare su 64.320 richieste (46,4%); Roma, con 24.580 su 55.240 (44,5%); Napoli, con 16.200 su 36.010 (45%); e Bari, con 9.300 su 19.830 (46,9%).

Torino è appena dietro Bari in termini assoluti, ma presenta una difficoltà di reperimento maggiore rispetto a tutte e quattro le città che la precedono. E concentra da sola oltre la metà dell’intera carenza piemontese: i 9.050 profili difficili da trovare nel Torinese rappresentano infatti circa il 54% dei 16.870 mancanti in tutta la regione.

Un dato coerente con la struttura economica dell’area metropolitana, dove industria, automotive, aerospazio, servizi avanzati e attività legate all’innovazione aumentano la richiesta di professionalità capaci di maneggiare tecnologie sempre più sofisticate. Un quadro che assume un peso particolare proprio per il ruolo che la città si è ritagliata nella strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. Torino ospita infatti AI4I - Italian Institute of Artificial Intelligence for Industry, la Fondazione nazionale dedicata all’intelligenza artificiale applicata all’industria, la cui missione è esattamente quella sulla quale oggi Confartigianato individua la maggiore strozzatura: sviluppare ricerca sull’IA e soprattutto trasferirne applicazioni e competenze al sistema industriale, con una particolare vocazione per settori fortemente radicati in Piemonte come automotive, aerospazio, robotica e manifattura avanzata.

L’IA c’è, gli specialisti molto meno

Il problema non riguarda genericamente gli “informatici”. Confartigianato prende in considerazione le competenze necessarie a utilizzare e integrare nei processi aziendali intelligenza artificiale, cloud computing, Industrial Internet of Things, data analytics e big data, realtà virtuale e aumentata e blockchain.

Nel 2025, a livello nazionale, le imprese hanno cercato 621.180 lavoratori con un’elevata capacità di applicare queste tecnologie. Ben 315.560 sono risultati difficili da reperire: il 50,8%. In pratica, per ogni due professionalità digitali avanzate cercate dalle aziende, una rischia di restare sulla carta.

E questo accade mentre gli investimenti procedono a ritmo sostenuto. Il 71,8% delle imprese italiane ha investito in almeno uno degli ambiti della transizione digitale: dall’adozione di nuove tecnologie alla loro integrazione nell’organizzazione aziendale, fino alla costruzione di nuovi modelli di business. La quota sale al 73,4% nei servizi e si attesta al 70,8% nella manifattura, nelle utilities e nelle costruzioni.

Il primo ostacolo non sono i soldi

Il dato forse più significativo riguarda ciò che impedisce alle imprese di utilizzare maggiormente l’intelligenza artificiale. Non sono anzitutto i costi e neppure i timori sulla privacy: il principale ostacolo è la mancanza di personale qualificato, indicata dal 58,6% delle aziende.

Solo dopo arrivano la scarsa chiarezza legislativa, segnalata dal 47,3%; l’indisponibilità o insufficiente qualità dei dati necessari, al 45,2%; i problemi legati alla privacy e alla protezione dei dati, al 43,2%; i costi elevati, al 43%. Le considerazioni etiche vengono indicate dal 25,7%.

La graduatoria delle preoccupazioni restituisce così un problema molto concreto: prima ancora di interrogarsi su quanto costi l’IA o su quali regole debba rispettare, molte aziende devono capire chi sia materialmente in grado di utilizzarla.

La mappa dell’Italia che cerca competenze

In termini assoluti è la Lombardia a guidare la classifica, con 60.960 lavoratori difficili da reperire su 121.440 richiesti, il 50,2%. Seguono la Campania, 31.130 su 66.950 (46,5%), e il Lazio, 30.780 su 66.760 (46,1%). Poi vengono Veneto, con 26.030 profili introvabili su 47.150 (55,2%), ed Emilia-Romagna, con 25.640 su 45.700 (56,1%). La Sicilia ne conta 22.440 su 51.230 (43,8%), la Puglia 21.120 su 46.320 (45,6%), la Toscana 19.390 su 33.600 (57,7%), quindi il Piemonte con i suoi 16.870 su 31.420.

Se però si guarda alla percentuale di difficoltà di reperimento, emergono tensioni ancora maggiori in territori più piccoli. Il Trentino-Alto Adige arriva al 60,9%, l’Umbria al 60,7%, il Friuli-Venezia Giulia al 58,3%, le Marche al 57,8%, Toscana e Valle d’Aosta al 57,7%, l’Abruzzo al 57%. Seguono Sardegna (55,5%), Liguria (53,5%), Molise (51,4%), Calabria (47,6%) e Basilicata (43,3%).

La concorrenza si fa sui cervelli

Anche la graduatoria provinciale mostra quanto il fenomeno attraversi le aree economicamente più dinamiche. Dopo Torino, quinta, compaiono Salerno con 6.950 profili difficili da reperire (51,1%), Bologna con 6.580 (56%), Palermo con 5.960 (45,5%), Bergamo con 5.900 (56,7%) e Firenze con 5.590 (53,5%). Tra le province successive spiccano percentuali ancora più elevate: Trento arriva al 64,2%, Padova e Treviso al 59,9%, Vicenza al 58,1% e Monza e Brianza al 57,2%. Catania è al 47,9%, Verona al 53,8%, Venezia al 45,6%, Lecce al 44,9% e Caserta al 43,8%.

Numeri che spostano il tema dell’intelligenza artificiale dal terreno della fascinazione tecnologica a quello, assai meno futuristico, del mercato del lavoro. Perché acquistare software e potenza di calcolo è relativamente semplice. Formare o attirare chi sappia trasformarli in produttività lo è molto meno.

«L’intelligenza artificiale può diventare un potente fattore di produttività e competitività, ma per coglierne le opportunità servono persone capaci di governarla», sottolinea il presidente di Confartigianato Marco Granelli, che individua la priorità nel rafforzamento della formazione e del raccordo tra scuola, università, sistema formativo e imprese, senza lasciare micro e piccole aziende fuori dalla corsa alle professionalità più qualificate.

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